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La figlia del fulmine d’oro – Pak So­-Yon, esule nordcoreana

04/05/2017
Persone

A cura di Ezio D'Arzo

Fotografie di Claudia Bagnoli

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Dal 5 al 7 maggio negli spazi del Leoncavallo di Milano, il festival AFA autoproduzioni fichissime andergraund porta alla luce in una grande mostra una delle pagine più importanti della storia editoriale clandestina mondiale. Si tratta della Yellow Kim Press di Aju Meosjin, casa editrice di fumetti che per oltre sessant’anni si è opposta a colpi di tavole alla feroce dittatura della Corea del Nord.

Grazie al prezioso aiuto dello staff di AFA e della sotterranea ma coraggiosa comunità di nord-coreani espatriati, CTRL Magazine ha avuto la fortuna di incontrare la figlia di uno dei protagonisti dell’avventura culturale della Yellow Kim Press, Pak So-Yon, anch’essa espatriata e residente a Milano. Pur conducendo una vita normale tra le faccende di casa e corsi di zumba e utilizzando il suo vero nome, So-Yon ha preferito non mostrarsi in pieno volto, né mostrare fotograficamente la propria casa o concedere foto di famiglia, così da evitare una sovraesposizione mediatica che potrebbe portare a spietate ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti in Corea del Nord.

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Della Repubblica Popolare Democratica di Corea so ben poco. So di Kim Il­-sung. So di Kim Jong-­il, nato Jurij Irsenovič Kim in Siberia. So del Palazzo del Sole di Kumsusan, il mausoleo bianco. So che la rete in Corea del Nord è composta da una decina di siti.

Ripasso queste cose mentre suono il campanello di una palazzina al QT8, il quartiere sperimentale di Milano nato subito dopo la guerra all’ombra della sua montagna artificiale, il Monte Stella, molto apprezzato dagli appassionati di jogging e dalle giovani coppie di fidanzatini. Piero Bottoni, il progettista del quartiere, dedicò il colle artificiale a sua moglie, Stella. Lungo la scalata di quattro rampe di scale mi appare l’immagine di Kim Jong-­un in impermeabile sulla vetta del monte Paektu, 2744 metri, la montagna sacra dei coreani: considerata magica, dona forza e saggezza a chi la visita. Ho letto che la foto di Kim scalatore è una delle più apprezzate dal popolo.

Dei coreani del nord in Italia non so null’altro che un dato: 111, ISTAT 2015. Sono 111 i nord­-coreani in Italia, 8 sono a Milano, 5 sono donne. La sesta mi sorride e mi versa del the verde.

Dei coreani del nord in Italia non so null’altro che un dato: 111, ISTAT 2015. Sono 111 i nord­-coreani in Italia, 8 sono a Milano, 5 sono donne. La sesta nord-coreana di Milano mi sorride e mi versa del the verde. Ci sediamo ad un tavolo occidentale, in un appartamento dall’arredo italiano vagamente anni ’80, con molto compensato e colori primari.

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Nulla dell’appartamento farebbe pensare alla Corea del nord, penso. Non ho idea di alcun elemento d’arredo della Corea del nord. L’Ikea là non è arrivata, è arrivata in Cina, è arrivata nel distretto dell’arredo della Brianza e nel distretto della cucina di Pesaro, ma non in Corea del Nord. Come McDonald’s, come Starbucks, come Facebook e Snapchat. Sono arrivati i fumetti, però, penso, mentre osservo una copia di Linus appoggiata sul lavabo.

La mia ospite si chiama Pak So­-Yon, è nata nel distretto di Pyongyang Sud nel maggio del 1982. “La figlia di Pak Doo-­Kil, io”. Questo nome non mi avrebbe detto nulla fino a qualche giorno fa, quando ho saputo della Yellow Kim Press, la factory nordcoreana di fumetti che per sessant’anni ha combattuto il regime clandestinamente, con le armi della satira e dell’iconoclastia. Pak è stato uno dei protagonisti della YKP. Una realtà conosciuta soltanto nelle stanze più buie dell’underground fino a questa settimana. AFA, il festival di autoproduzioni underground di Milano, organizza in questi giorni la prima retrospettiva mondiale delle produzioni della Yellow Kim Press, negli spazi del Leoncavallo.

Pak Doo­-Kil, fumettista, era uno dei principali esponenti del gruppo, autore di San, la storia di un orfano che vive di furtarelli e del suo cavallo volante , serie che dal 1962 al 1968 fu il principale obiettivo della polizia politica nordcoreana, talmente sgradita ai vertici militari da essere chiamata con la perifrasi “ciò che infanga e insudicia il popolo democratico”. Rimane celebre uno degli ultimi efferati episodi firmati da Pak Doo-Kil, nel quale San vola con il cavallo a Pyongyang e sequestra addirittura il presidente Kim II-Sung.

La mia ospite si chiama Pak So­-Yon, è nata nel distretto di Pyongyang Sud nel maggio del 1982. “La figlia di Pak Doo-­Kil, io”.

“Mio padre disegnava i suoi comics e li nascondeva dietro gli adesivi delle bottiglie di acqua minerale, con un piccolo furgone di quelli usati per distribuire le bibite, portava San da Aju Meosjin per la composizione tipografica. Non so dove, non lo diceva a nessuno, né a mia mamma né a me, la sua unica figlia adorata. Un segreto che si è portato nella tomba, è morto nel 2006.”

Aju Meosjin, il coreano del nord più famoso del mondo dell’underground. Nato a Pyongyang nel 1946, Aju eredita la tipografia paterna e fonda la Yellow Kim Press. Diventa un nodo, un riferimento, per le piccole cellule di controcultura della Corea del Nord.

“Mio padre ha vissuto come un cittadino esemplare, nessuno ha mai nemmeno lontanamente sospettato che fosse l’autore di San, nemmeno quando nel 1990 hanno scoperto la tipografia della Yellow Kim e la maggior parte dei suoi compagni è stato rintracciata. All’epoca era stato allontanato dalla Yellow Kim, perché ritenuto troppo visionario. Quella è stata la sua salvezza, lo spingersi al limite. ”

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Aju e Pak si sono conosciuti nel 1960, durante una parata militare. Si sono riconosciuti come oppositori per il “berretto a 10°”, una particolare piega del berretto militare che fungeva da segno di riconoscimento. Lui e gli altri della Yellow Kim ottenevano i fumetti da dei compagni cinesi, li andavano a prendere a piedi sui monti del nord, poi li nascondevano dentro agli pneumatici, Syg Moon Jung­ian, uno di loro, faceva il gommista e smistava i fumetti in giro per il Paese, dal Kaesong al Hwanghae, dal Ryanggang fino alle sterminate campagne dell’Incheon. “Questa era solo una delle mille diverse tattiche di guerriglia editoriale”.

Chiedo a So-­Yon di raccontarmi del padre, di cosa faceva per vivere e di come sopravviveva al regime. “Doo-Kil trasportava bibite, quello era il suo lavoro. Mia mamma era telegrafista al Ministero dell’Agricoltura. Lei sapeva di papà, dei fumetti. Anche io sapevo. Non so quando l’ho capito o se è stato lui a dirmelo, ma sono cresciuta sapendo che mio padre lottava, con i fumetti, contro la dittatura. Non l’ho mai visto come un combattente però, ma come un artista. Lo aiutavo anche io, durante le scuole secondarie strappavo dai fogli dei libri di arte le litografie propagandistiche di Kim Jong-­il da colorare, mio padre le usava come modelli.”

“Non so quando l’ho capito o se è stato lui a dirmelo, ma sono cresciuta sapendo che mio padre lottava, con i fumetti, contro la dittatura.”

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Penso per un attimo alle litanie del 25 aprile sulle donne della Resistenza, le staffette partigiane, le piccole figlie di un’Italia fascista che correvano per i monti. Penso alla difficoltà dell’Italia di oggi di usare quel passato mentre bevo il the preparato da una nord­ coreana che da bambina colpiva il regime al cuore a colpi di forbici, contribuendo ad una satira irriverente e beffarda. Nello sforzo di vedere davanti a me la Corea del Nord in questo quartiere milanese non mi accorgo che So-­Yon è scomparsa dietro a una porta finestra.

Continua a parlarmi dal terrazzo: “Amava ogni cosa del fumetto americano, dall’underground di Mad Magazine alle produzioni Marvel, per quelle andava letteralmente fuori di testa. Una volta ha addirittura inviato negli USA un plico con dei disegni per candidarsi come disegnatore per alcune importanti case. Ho tradotto io la lettera, come ogni nordcoreana nata negli anni ’70 ho studiato sia russo che inglese. Diceva mi chiamo Pak Doo­-kil e sono il più grande fumettista della Corea del Nord, vi mando i miei disegni, so che capirete il mio genio e che merito un posto accanto a Jack Kirby e agli altri Grandi Disegnatori Occidentali. Chiamatemi e sarò onorato di disegnare per voi”.

mi chiamo Pak Doo­-kil e sono il più grande fumettista della Corea del Nord, vi mando i miei disegni, so che capirete il mio genio

“È stata la cosa più rischiosa che abbia mai fatto. Mia mamma era disperata, è stata l’unica volta che ho visto il loro rapporto vacillare. Per giorni abbiamo vissuto temendo il peggio: essere presi e deportati, che ci incendiassero casa e ci portassero nei campi di lavoro.” Penso a Shin Dong-hyuk, l’unico essere umano che sia mai fuggito da una prigione nord-coreana, autore di Fuga dal campo 14. “All’epoca studiavo in un prestigioso liceo sportivo lontano da casa ed ero diventata paranoica dalla paura, mi ero convinta che che da un momento all’altro avrebbero drogato il mio insam-ju analcolico per farmi confessare e che la mia compagna di stanza, una lanciatrice del peso, fosse una spia. Non era vero, ovviamente. La cosa buffa è che ora fa davvero la spia.”

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Ricompare sorridente e mi porge una piccola statuetta di Kim Jong­-il. Sembra un nano da giardino. È in tutto e per tutto un nano da giardino, stesso materiale, stessa vernice e stesso sorriso beffardo, di chi ti controlla, di chi ti sorveglia e sa che lo ami nel profondo. So­-Yon poggia la statuetta sul tavolo e mi dice: “Svita, sù”. Arretro spaventato. “Allora, faccio io”. Si siede composta, avvicina la statua e svita il berretto sulla testa di Kim, capovolge l’ometto. Sulla tovaglia di plastica cade un rotolo di carta fotografica. So­-Yon srotola e stende sul piano la foto: un uomo appoggiato ad un furgoncino blu, una sorta di Apecar squadrato; dentro l’abitacolo una donna sorridente, con dei grossi occhiali tondi; sul tettuccio una bambina tiene in mano una coppa.

“Quella sono io con la coppa delle Olimpiadi della Lega della Gioventù Democratica. Corsa a ostacoli, la più veloce del Paese nella categoria 12-14 anni. Mio padre ne fu molto orgoglioso e ne trasse spunto per una serie spin­-off di San, intitolata La famiglia del fulmine d’oro”.

“Quella sono io con la coppa delle Olimpiadi della Lega della Gioventù Democratica. Corsa a ostacoli, la più veloce del Paese nella categoria 12-14 anni.”

Sono ancora sconvolto dalla visione del Kim nano da giardino quando So-­Yon, rapidissima, corre alla libreria e mi porge i 7 volumi de La famiglia del fulmine d’oro. “È la saga di una normale famiglia dell’estremo nord, nella zona delle montagne più alte. Sono contadini e vivono molto isolati, in una zona utilizzata per i lanci missilistici. In seguito ad alcuni test radioattivi sviluppano una incredibile velocità, supersonica. In pochi secondi viaggiano per migliaia di chilometri. Riescono così a evadere dalla Corea del Nord e a visitare la Russia, gli Stati Uniti, Pisa e la Camargue.

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Poi capiscono che la vera libertà non è viaggiare dove vuoi ma essere libero nel tuo Paese. Tornano indietro e iniziano a sabotare gli apparecchi militari del regime, ad allacciare le stringhe della cerchia di Kim e fare tanti altri scherzi meravigliosi.” So­-Yon termina la sinossi indicandomi una tavola del sesto episodio: una bambina corre fino alla Luna, si siede in mezzo ad un cratere e guardando alla Terra esclama fino a qui arriva il pianto del popolo della Corea democratica.

“Ora però dovrei proprio andare, ho il corso di Zumba a San Siro” mi dice So­-Yon. La accompagno fino alla fermata della Metro 1. Decido di scendere e salutarla ai tornelli, prima che una carrozza in direzione Sesto la porti via. Mi rendo conto di non averle fatto la domanda più importante: come è arrivata in Italia.

“Ho studiato Lingue, sono diventata traduttrice e interprete. Sognavo di andare lontano, fino alla Luna. Nel 2015 sono arrivata a Milano per l’EXPO, staff manager del Padiglione della Corea del Nord. Mi sono innamorata di Pavel, l’addetto ai droni agricoli del Padiglione della Russia. Abbiamo deciso di rimanere qui. L’ultimo giorno non ci siamo presentati al lavoro. Nessuno ci ha cercato. Come diceva mio padre: nessuno guarda dietro gli adesivi delle bottiglie.”

Ecco una gallery di copertine e tavole di “Yellow Kim – works 1957-2017” per gentile concessione di AFA