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Facce da PFAS

07/09/2017
Reportage

A cura di Giulia Callino

Geografia di una catastrofe

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Guardiamo a questa terra come a un deserto. Fabiola me lo dice mentre sfrecciamo in curva sulla strada da Lonigo a Brendola, costeggiando il profilo verde saturo dei Colli Berici. Siamo a meno di mezz’ora da Vicenza, poco più di mezz’ora da Verona, in una regione tra le più ricche di bacini sotterranei dell’intera Italia, il Veneto. Ma qui, l’acqua, non si può bere. Non perché sia vietato – e come potrebbe, nel momento in cui esce da rubinetti domestici e pozzi privati – ma perché il suo uso è sconsigliato, come indicano i segnali affissi su alcune fontanelle pubbliche, non ancora sostituiti dagli avvisi di non potabilità.

Le parole che raccontano questa storia si mescolano, si assottigliano, si confondono esattamente come i confini che la racchiudono. Parliamo del più grande disastro ambientale del Veneto, con un’area abitata da oltre 300.000 persone, servita da acqua contaminata da PFAS, PFOA e altri composti chimici meno noti. Parliamo di una vicenda piena di acronimi, diffide e silenzi, che scorre trasparente per oltre 200 chilometri quadrati, fino alle province di Vicenza, Verona, Padova e Rovigo, raggiungendo picchi di contaminazione particolarmente alti in una trentina di comuni dell’ovest vicentino, nelle Valli del Chiampo e dell’Agno.

Parliamo del più grande disastro ambientale del Veneto.

Antonella è la coordinatrice del Comitato Acqua Bene Comune Vicenza e Libera dai Pfas. Lei e l’amico Renato mi recuperano in stazione a Lonigo, uno dei comuni dell’area rossa. Mi offrono, ridendo, “un caffè con PFAS” al bar della stazione, poi partiamo attraverso la terra dei PFAS, come hanno ironicamente ribattezzato l’area colpita da contaminazione, che è poi il luogo dove hanno sempre vissuto.

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“Immagina un bacino d’acqua sotterraneo grande come tutto il territorio che stiamo percorrendo, attualmente unica fonte di approvvigionamento dell’acqua che esce dai nostri rubinetti. Completamente inquinato. Quello che è successo qui è che per oltre trent’anni un grosso stabilimento chimico di Trissino, oggi sede del colosso Miteni S.p.A., ha riversato le proprie acque di scarico contaminate all’interno della falda, avvelenandola. Significa che da tutti i rubinetti dei comuni che sono allacciati a questa fonte, così come da tutti i pozzi privati realizzati in campagna prima che arrivasse l’acquedotto, esce acqua gravemente inquinata. E quell’inquinamento lo abbiamo accumulato nel sangue noi, così come i nostri figli, che hanno valori anche trenta volte superiori alla media nazionale. È una catastrofe ambientale senza precedenti. E che ha responsabili ben precisi”.

Antonella ne parla con chiarezza. È velocissima, quasi a dover sintetizzare in un paio d’ore oltre cinque anni di battaglie e manifestazioni per il diritto a essere riforniti di acqua non inquinata. Mentre parla mi guarda quasi sempre negli occhi. Più volte la sua macchina, una vecchia Dr dorata, punta pericolosamente verso la corsia opposta. All’ultimo, Antonella la riporta sempre al centro della carreggiata, scusandosi a voce alta con tutti quelli che le suonano. Stiamo attraversando Madonna, frazione di Lonigo, sede della centrale di potabilizzazione dei pozzi inquinati di Almisano, che rifornisce ventuno comuni tra Vicenza, Padova e Verona.

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Il telefono di Antonella squilla in continuazione con molti trilli differenti. “Abbiamo diverse chat con tutte le mamme. Io però dal gruppo WhatsApp più grande mi sono tolta. Eravamo in 270, arrivavano materiali a ogni ora del giorno e della notte. Da quando sono partiti gli screening regionali l’allarme sta crescendo, tutte le mamme hanno scoperto che i loro figli hanno queste sostanze nel sangue. Poi adesso si sta anche allargando il bacino, dalla fascia dei quattordici anni siamo passati a chi ne ha ventuno. Forse la Regione non pensava che dopo l’installazione dei filtri avremmo avuto ancora così tanti PFAS nel sangue. Ma questi sono persistenti e sono interferenti endocrini”.

Molecole sintetiche non esistenti in natura, i PFAS sono composti chimici idro e oleorepellenti utilizzati dall’industria per la realizzazione di tessuti impermeabili, detergenti, rivestimenti antiaderenti, cartoni della pizza o schiume antincendio. Sul fatto che non siano biodegradabili, la letteratura scientifica è unanime: poiché il corpo non è in grado di eliminarli, i PFAS si accumulano nel sangue andando ad alterare l’equilibrio degli ormoni, interferendo con diversi processi organici come l’autoregolazione dei valori nel sangue, la riproduzione e lo sviluppo.

“È una catastrofe ambientale senza precedenti. E che ha responsabili ben precisi.”

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Oggi, tutti i comuni dell’area rossa registrano un eccesso storico di mortalità per cancro alla prostata, alla tiroide, ai testicoli e alla mammella, insieme a una maggiore incidenza di ipertiroidismo, colesterolo alto e disturbi immunitari. E poi bambini nati prematuri o con ritardi nello sviluppo e malattie cardiovascolari, da cui un aumento degli infarti. Tutte patologie riconducibili ai PFAS, la cui percezione di aumento trova riscontro nei dati ufficiali nel Registro dei tumori del Veneto e del Servizio epidemiologico della Regione, in particolare comparando il numero di decessi per queste malattie fra i comuni che non sono inquinati e quelli che lo sono.

“Parliamo di Trissino, Brendola, Lonigo, Creazzo, Montecchio Maggiore, Sarego, solo per menzionartene alcuni del vicentino. Ma arriviamo anche a Cologna Veneta nel veronese, a Montagnana, che è in provincia di Padova, e a Treviso. È tutto documentato. E noi ce li siamo bevuti per anni”.

E non solo bevuti: la particolarità della vicenda dei PFAS è che apre uno scenario vastissimo, dove alla varietà delle abitudini quotidiane si mescola l’inevitabilità del rapporto con l’acqua. Perché, anche ammesso che una famiglia abbia sempre bevuto quella in bottiglia, i PFAS sono comunque presenti nell’acqua con cui ci si fa la doccia, che scorre nella lavastoviglie, che impregna i vestiti in lavatrice, che sciacqua frutta e verdura e irriga gli orti.

I PFAS sono presenti nell’acqua con cui ci si fa la doccia, che scorre nella lavastoviglie, che impregna i vestiti in lavatrice, che sciacqua frutta e verdura e irriga gli orti.

La stessa acqua che vedo spruzzata sopra i campi meravigliosi di questa campagna fondamentale e rigogliosa, che come una spugna assorbe le componenti inquinanti per poi rilasciarle dentro tutto ciò che qui viene prodotto o allevato, arrivando silenziosamente ai piatti dei consumatori, e ben oltre i confini regionali.

Trasparenza e torbidezza

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“Come Coordinamento ci siamo costituiti nel maggio 2014, unendo le varie associazioni locali interessate al tema dell’acqua pubblica. Sei mesi dopo abbiamo presentato un esposto alle Procure di Verona e Vicenza, firmato da tutti i singoli membri delle associazioni. Quando abbiamo iniziato a organizzare le prime assemblee pubbliche sui PFAS, la Regione ci ha accusato di terrorismo e ha iniziato a organizzare dei contro-incontri in cui diceva che era tutto a posto, che l’acqua si poteva bere. Poco dopo ci è arrivata una diffida della Coldiretti del Veneto”.

Il tema PFAS balza con crescente insistenza agli onori della cronaca – quasi solo locale – a partire dal 2013, in seguito alla diffusione di un ampio studio dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Veneto sull’inquinamento da PFAS nelle province di Vicenza, Padova e Verona, realizzato su segnalazione del Ministero dell’Ambiente in base agli esiti di una ricerca di poco precedente sui potenziali inquinanti emergenti nei principali bacini fluviali italiani. Attraverso controlli incrociati su acque di falda, corsi d’acqua e scarichi, lo studio individua l’origine del plume inquinante – il volume acquifero contaminato – nel colosso chimico Miteni S.p.A. Oggi Miteni, che ha sempre dichiarato di aver agito in conformità alle norme, è ritenuta responsabile del 96% dell’inquinamento da PFAS dell’intera area contaminata ed è accusata dal Noe dei Carabinieri di Treviso di non aver mai trasmesso i dati delle analisi obbligatorie alle autorità competenti e di essere consapevole di inquinare la falda da almeno ventisette anni.

Poco dopo la partenza dalla stazione, Antonella accosta lungo un fosso e insieme a Renato mi mostra un campo attraversato da un grosso tubo di irrigazione azzurro. Mi propongono di fotografarlo, ma il paradosso è sotto i nostri occhi, perché quello non è altro che un tubo come mille altri tubi, dal quale non esce altro che acqua. Intorno, una campagna cinguettante e indifferente, nessuna anima viva. Renato coglie il mio sguardo.

Il paradosso è sotto i nostri occhi, perché quello non è altro che un tubo come mille altri tubi, dal quale non esce altro che acqua.

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“Se i PFAS fossero marroni, tutti griderebbero all’allarme e la fonte verrebbe immediatamente cambiata. Ma non è così, perché l’acqua è trasparente. E questo riduce di molto la percezione dell’urgenza del problema da parte dei cittadini. Ma noi andremo a parlare con Zaia e poi andremo anche a Roma. Parliamo tanto di diritti umani, vuoi che non si interessino di quelli di trecentomila persone?”. La domanda cade per qualche attimo nel silenzio.

Raggiungiamo la cucina in penombra di Davide, piccolo agricoltore e allevatore. Le persiane sono abbassate per impedire al caldo di entrare, la casa di Davide è una macchia rosa nel mirino di un sole rovente. Davide ci ha appena mostrato il sistema di irrigazione a goccia delle sue viti. È un investimento di qualche anno fa, con un erogatore automatico che bagna il terreno in base alle necessità, diminuendo gli sprechi. Oggi, lo scopo obliquo dell’impianto è diventato contenere le emissioni di un’acqua inquinata e pericolosa. Visitiamo il capannone degli animali, una fila senza fine di gabbie di coniglie in corso di muta. Davide mi spiega che stanno perdendo il pelo perché sono incinte e mi mostra gli abbeveratoi automatici, tutti collegati al suo pozzo privato, che le analisi hanno confermato inquinato. Insiste per regalarmi un coniglio, non riuscendoci ci saluterà lasciandoci un sacchetto di plastica colmo delle ciliegie del suo giardino. “Sono buone sai. Non ci ho mica messo niente”.

Nel frattempo suo figlio dorme accoccolato su una poltrona, oggi ha finito la scuola. Davide spiega che anche il figlio ha i PFAS nel sangue e questo genera un dibattito immediato con Antonella e Renato, che a loro volta riportano i nanogrammi di inquinanti nel proprio sangue e in quello dei loro figli. Fabiola ne ha due, uno di loro rientra nella fascia di età coinvolta dallo screening regionale: i risultati delle analisi arrivano il giorno in cui mi ospita a pranzo, li apre con un coltello da tavola.

Stanno tutti bene

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Fabiola è insegnante di lettere in un istituto agrario e, insieme ad Antonella, è da diversi anni in prima linea nella mobilitazione per ottenere nuovi allacciamenti idrici. Abita a Montebello, in un’immensa casa coloniale, un comprensorio di svariati casolari in aperta campagna. L’unica cosa che mi mostra accogliendomi è il laghetto artificiale, scavato da uno dei suoi figli e popolato di piante adatte alla fitodepurazione che in un paio di mesi hanno ridotto di circa un terzo i Pfas presenti nell’acqua, analisi a conferma.

Per il resto mi invita a fare come fossi a casa mia e a scoprire il luogo da me, mentre lei conclude una mail destinata all’Ussl. La osservo scrivere mentre mi dà le spalle, dal testo emerge un “risposte urgenti” in caps lock. Raggiungo l’orticello di famiglia, un pozzo ormai inutilizzato dietro un capannone, i doppi rubinetti in cucina. Fabiola mi spiegherà poi che uno dei due è collegato a un piccolo impianto a osmosi inversa e che in famiglia effettuano solo con quello l’ultimo risciacquo delle verdure – lo farà con le mani che veloci lavano l’insalata del suo orto, prima nel lavandino a destra, l’ultimo risciacquo a sinistra.

Durante il pranzo, chiedo a Fabiola se, accanto a quelli destinati alla depurazione dell’acqua, esistano trattamenti in grado di ripulire il sangue dagli inquinanti accumulati. Fabiola non è molto preparata a riguardo: sa che una delle ipotesi ventilate da parte della Regione è la plasmaferesi, cioè un processo in grado di separare il plasma –nei cui componenti si accumulano i PFAS- dalla parte cellulare del sangue, così da depurarlo e, una volta pulito, infonderlo nuovamente nell’organismo. Me ne parla con disponibilità, ma sembra diffidente, come se la risposta che mi sta dando non fosse stata ancora vagliata con sufficiente competenza e attenzione da poterla giudicare una soluzione davvero percorribile.

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Raggiungiamo ora un’altra mamma nella vicina Brendola, che spicca per valori di PFAS nell’acqua pubblica tra i più alti in assoluto. Brendola è un comune piccolo: una chiesa, un bar, qualche fila di case. Nel calore del primo pomeriggio, sembra completamente abbandonato. Incontriamo Samantha a casa sua, una villetta a schiera con affaccio sui colli, tirata a lucido in occasione della partenza per le vacanze al mare del giorno seguente. Dal soffitto pendono tre lampadari a forma di sfera bianca, che danno alla stanza un alone lunare. Ai nostri complimenti, Samantha assicura che “il caos è solo nascosto” e ci assicura che con Alice, la figlia, non potrebbe essere altrimenti. Un pupazzo dimenticato sul divano le dà conferma.

Prima di iniziare a raccontarci di una quotidianità in cui ha rinunciato anche alle piante ornamentali per evitare di abbeverarle con acqua contaminata, Samantha chiede a Fabiola se abbia qualche indicazione per rendere più attivo il gruppo WhatsApp dei Genitori contro i Pfas di Brendola. Nota che la partecipazione è ancora bassa, che il numero dei partecipanti è di molto inferiore a quello di Lonigo. Fabiola le consiglia l’insistenza – la stessa con cui dal nostro primo incontro mi invierà ogni mattina una sorta di piccola rassegna stampa via WhatsApp, scansionando personalmente articoli di cronaca locale e selezionando link sui sinistri sviluppi dei carotaggi effettuati nel sito di Miteni.

“Se i PFAS fossero marroni, tutti griderebbero all’allarme e la fonte verrebbe immediatamente cambiata. Ma non è così, perché l’acqua è trasparente.”

PFAS header IMG

Samantha mi spiega che solo da pochi mesi la scuola elementare frequentata dalla figlia ha iniziato a far bere ai bambini acqua in bottiglia, avendo ignorato per mesi le proteste di parte dei genitori. Che in molti casi, comunque, portano avanti posizioni di indifferenza quando non di vero e proprio negazionismo.

“Lo stesso vale per i miei, che hanno oltre sessant’anni. Sono nati e cresciuti con l’idea che l’acqua del rubinetto fosse più controllata, si sono sempre sentiti dire che era sicura. E continuano a usarla normalmente. C’è una fiducia molto cieca nell’autorità: per anni, il problema è stato minimizzato, quando non proprio oscurato. Ci è sempre stato detto che era tutto a posto. Quando hanno iniziato a emergere le conseguenze di questo inquinamento durato decenni, la Regione ha posizionato dei filtri a carboni attivi. Chiaramente le sostanze nocive disciolte nell’acqua si sono ridotte, ma non si sono azzerate. Anche perché la frequenza con cui i filtri dovrebbero essere cambiati è molto maggiore rispetto a quanto ciò effettivamente avvenga. Con il risultato che, quando sono saturi, i filtri iniziano a rilasciare le sostanze nocive catturate. Ma prova tu a dirlo, a chi è cresciuto con l’idea che la parola del politico sia l’unica verità. Per anni quello tra la Miteni, Stato e Regione è stato un continuo rimpallo di responsabilità pieno di silenzi”.

Il tema dei limiti di PFAS disciolti nell’acqua non è esattamente dei più semplici e apre una tematica dal fondo torbido e disturbante. Perché c’è un motivo preciso e relativamente semplice se Miteni S.p.A. ha continuato indisturbata a produrre composti velenosi per decenni, e cioè che non esistono leggi che ne stabiliscano chiaramente i limiti consentiti. A raccontarmelo è Dario, che raggiungo telefonicamente. Partiamo dandoci del lei, l’arrivo al tu dura giusto l’attimo che precede un sospiro amaro. Dario mi spiega che, a differenza di altre sostanze tossiche, per i Pfas si parla di limiti di performance. Ossia, dato che non esistono limiti massimi imposti dalla legge né a livello nazionale né europeo, in Italia è stato l’Istituto Superiore di Sanità a esprimere dei valori massimi a cui auspicare.

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“Altissimi, fissati a 500 nanogrammi per litro per i Pfas, 500 nanogrammi per litro per i Pfba, 500 nanogrammi per litro per i Pfbs, 30 nanogrammi per litro per i Pfos. Se li sommi hai 2030 grammi di inquinanti per litro d’acqua. È chiaro che, nel momento in cui alzi così tanto il livello di inquinanti auspicabili, in apparenza riduci l’entità del danno, perché fai sembrare che buona parte delle acque monitorate abbia valori al di sotto dei limiti. Ma è evidente che lo fai sulla salute dei cittadini”.

Giancarlo ha sessantasei anni ed è un ex insegnante in pensione. Mi accoglie a casa sua a Lonigo insieme alla moglie Mirella, che resterà nell’orto per la maggior parte della conversazione. Due volte a settimana, Giancarlo carica in macchina sei grosse taniche e raggiunge un’azienda posizionata al di sopra del punto inquinato della falda per il ricarico d’acqua, tutta destinata all’orto.

Improvvisamente visibile nella sua dimensione di bene fondamentale e finito, l’acqua diventa un elemento da preservare con estrema cautela.

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“Devi immaginare la diffusione di questo problema come molto lenta, graduale. Quelli che oggi inquinano le nostre acque sono PFAS prodotti anche trenta, quaranta anni fa. La Miteni ha peraltro dichiarato di non produrre più PFAS a catena lunga dal 2011. Non sappiamo ancora gli effetti sulla salute di quelli a catena corta, ma sappiamo per certo che i filtri installati attualmente non saranno in grado di fermarli. È il solito gioco: scarico quello che comincia a essere un problema e lo sostituisco con qualcosa di nuovo, così non rischio né regole né limiti finché la ricerca confermerà che anche questi sono nocivi per noi. Io e mia moglie, per quanto possibile, abbiamo preso la decisione di dare all’orto solamente acqua prelevata da questa fonte pulita. Finché riusciamo a farlo, continueremo così”.

Quello di cui Giancarlo racconta è in fondo qualcosa di più. E cioè la completa revisione di un rapporto: improvvisamente visibile nella sua dimensione di bene fondamentale e finito, l’acqua diventa un elemento da preservare con estrema cautela. Anche Nadia, mamma contro le Pfas che abita a poca distanza da Giancarlo insieme al marito Mirko e a tre figlie, riferisce di un modo di disporre dell’acqua nell’ambiente domestico più attento rispetto al passato.

“Cuciniamo usando solo acqua in bottiglia e diamo l’ultima sciacquata a frutta e verdura con acqua filtrata attraverso depuratore. Ovviamente, abbiamo bandito il bagno”. Come Dario, Irene, Adele, Elisa, Stefania, Giovanna, mille nomi per mille vite diverse unite da una ritualità quotidiana di depuratori a osmosi inversa e lenzuola mai lasciate ad asciugare dentro casa.

Come Dario, Irene, Adele, Elisa, Stefania, Giovanna, mille nomi per mille vite diverse unite da una ritualità quotidiana di depuratori a osmosi inversa e lenzuola mai lasciate ad asciugare dentro casa.

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E ognuno ha in testa come questa storia andrebbe raccontata. Potresti venire al mattino presto il giorno della raccolta della plastica, per vedere quanta abbiamo iniziato a produrne da quando abbiamo scoperto di non poter bere l’acqua del rubinetto. Potresti dire di come siano fioriti i depuratori domestici anche nei piccoli supermercati, non appena qualcuno ha capito che ne stava aumentando la richiesta. Dovresti scrivere di come siamo diventati un campione di analisi perfetto, esposti e contaminati a nostra insaputa per anni, di tutte le età e pronti a farci analizzare in maniera del tutto volontaria. Scrivi che si è interessata a noi una ONLUS che opera per la potabilizzazione dell’acqua del Terzo Mondo. Potrei metterti in contatto con una mamma il cui figlio ha maturato un tumore al testicolo a tredici mesi, ma la vedo difficile, perché dopo l’asportazione non ne vuole più parlare.

Il grande assente

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Nelle campagne tutto tace. Trovare aziende agricole disponibili a raccontare cosa succede quando per vivere hai bisogno di tantissima acqua e tutta quella che hai è gravemente inquinata è difficilissimo, soprattutto in una regione che della vocazione agricola ha sempre fatto un proprio fiore all’occhiello. Quando torno in queste zone, Giancarlo mi annuncia che il primo appuntamento della giornata è saltato: una delle sole due aziende che si erano dette disponibili a incontrarci ha confuso il nostro appuntamento con quello insieme al tecnico per l’analisi dei pozzi e, chiarito l’equivoco, non ne vuole assolutamente sapere. Riusciamo ad anticipare la visita all’unica azienda agricola che accetta di accoglierci, chiedendo però di rimanere anonima.

Ed è un anonimato dal significato denso e particolare: perché qui, oggi, alzare la voce significa correre il fortissimo rischio di essere tagliati fuori dalle filiere produttive che da quest’area ricavano materie prime destinate a tutta Italia in forma di carne, latte e derivati, pesce, uova, vino e una grande varietà di coltivazioni, dal mais, al grano, alla soia. Tutte in grandi quantità, tutte abbeverate o irrigate con acque contaminate.

Alzare la voce significa correre il fortissimo rischio di essere tagliati fuori dalle filiere produttive che da quest’area ricavano materie prime destinate a tutta Italia.

L’azienda che ci apre le porte si occupa di produzione di latte e carne e di diverse coltivazioni. A guidarci al suo interno è la sua proprietaria, che chiameremo Manuela. Mi osserva con molta attenzione, risponde a tutto quello che le chiedo ma non mi stacca mai gli occhi di dosso: “La situazione non è semplice. I primi controlli dei pozzi privati sono arrivati già anni fa. Non ci hanno mai fatto vedere i risultati, ma ci hanno detto che era tutto a posto, che l’acqua si poteva utilizzare. Oggi sappiamo che non è vero, sarebbe impossibile non saperlo. Ma per noi non è così facile come potresti pensare. Non è solo questione di paura: se noi avessimo un’alternativa, la useremmo volentieri. Se ci venisse data la possibilità di non utilizzare acqua inquinata, lo faremmo. Ma attualmente tutto è fermo”.

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Passeggiamo in una stalla che ospita diverse mucche da latte, poi Manuela ci conduce a quella dei tori. Mi mostra i dispenser d’acqua a pressione, tutti collegati al pozzo privato dell’azienda.

“Io il latte lo vendo a un grosso caseificio di Verona. Me ne comprano tanto, lo usano per la produzione vari formaggi, in particolare quelli tagliati con diversi tipi di latte. E poi vanno dappertutto, li trovi al supermercato. Lo stesso per la carne, per le coltivazioni. Si parla di grandi quantità di prodotto. Per noi, parlare individualmente significa inimicarci tutti gli altri agricoltori, essere additati come traditori e farci sbattere fuori dalla filiera. Vuol dire che io i miei prodotti non li vendo più. Ci pensi due volte prima di esporti, se l’immediata conseguenza è non vendere più niente e un’alternativa non c’è”.

Ieri ha piovuto molto, ma quando chiedo a Manuela come vengano irrigate le coltivazioni ordina al figlio di srotolare il tubo dell’irrigazione a spruzzo per permettermi di scattare qualche foto, “anche se non è che si veda qualcosa”. La macchina fa qualche giro a vuoto, poi sembra esplodere e comincia a sparare in aria un getto d’acqua violento.

Chiedo a Manuela se sia mai capitato che un acquirente rifiutasse un ordine a causa della presenza dei Pfas: “Di recente so che un’azienda del Piemonte ha rimandato indietro un carico di vino intero perché dentro hanno trovato i Pfas. Per il resto, non che io sappia. Ma la Regione continua a dire che non c’è alcun problema. A chi compra importa questo”.

In ogni direzione, fino al pendio dolce dei colli, è tutto un verde violento. Il sole scalda l’aria e la riduce. C’è silenzio, l’irrigazione lo scandisce come un orologio. Guardiamo a questa terra come a un meraviglioso deserto.