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A Consonno è sempre festa

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A cura di Nicola Feninno

Fotografie di Mattia Rubino

da CTRL #68 - Agosto 2016

Possiede il frigorifero il 13% delle famiglie italiane nel 1958, più della metà nel 1965, il 94% nel 1975; possiede il televisore, invece, il 20% delle famiglie nel 1960 e l’89% nel 1975.
(da Guido Crainz, Il paese mancato)

Consonno paese fantasma obelisco

Su quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno c’è la crisi; e c’è da tanto tempo – da una decina d’anni almeno – tanto tempo che ormai parlare di crisi o parlare del tempo è uguale, un buon argomento per spezzare il ghiaccio quando fa troppo caldo o troppo freddo o fa troppa pioggia o troppo poca.

Su quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno nel 1962 c’era la congiuntura, che era un rallentamento del miracolo economico, che era come dire che c’era la crisi – passeggera, s’intende – e a luglio fece un caldo impossibile. “Ondata di caldo del luglio 1962”: si trova anche una voce su Wikipedia.

Quel ramo del lago di Como, il Manzoni, lo vede dal punto di vista di Dio, un narratore onnisciente, o di un uccello, di un drone, o di un utente di Google Maps.
Segui col dito, o con l’immaginazione, quel ramo del lago, quello che scende verso l’Adda. A un certo punto c’è Lecco, sulla sinistra. Lo vedi, il lago, quasi a un tratto, ristringersi, e prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte. È il lago di Garlate. Anche il lago di Garlate si restringe a un certo punto: lì ci hanno fatto un ponte. Olginate a destra, Calolziocorte a sinistra. Fermati.

Io sono arrivato in automobile dalla direzione opposta, risalendo parallelo all’Adda verso il lago. Ho parcheggiato a Villa San Carlo, frazione di Valgreghentino, in una via perfettamente parallela a via Promessi Sposi. Ho suonato al civico 4L. Di fronte vedo il Resegone, molto nitido. Se mi giro c’è un colle boscoso, verde scuro, e Consonno è la sopra. Da qua sotto non si vede. Nel 1962 era un borgo di 300 abitanti, più o meno. Carmen abitava lì fino al 1977. Mi apre il cancello, ha un vigoroso accento brianzolo. Mi siedo al tavolo con lei e sua sorella, Piera Maria. Carmen è nata nel 1953. Piera Maria nel 1950.

consono abitanti storia di sorelle

Carmen: Arrivi su a Consonno, ti lasci la chiesa di San Maurizio alle spalle, passi di fronte all’Hotel Plaza, che poi è diventato una casa di riposo, che poi hanno sfasciato. Ecco, se hai l’hotel di fronte e ti giri, c’è una specie di rotondetta. Quando eravamo piccole c’era il tiglio dove ci trovavamo la domenica.
Piera Maria: Era un tiglio enorme! Enorme!
Io: C’è ancora?
Piera Maria: No! Come poteva vivere dopo che è stato distrutto tutto?
Carmen: Così grosso che ci sedevamo sopra le sua radici.
Piera Maria: Madonna che radici che aveva! Era enorme! Bellissimo! Mi ricordo che la domenica iniziavano ad arrivare i primi gelati. I pinguini, 100 lire l’uno: ti ricordi?
Carmen: Poi arrivava quello… come se ciamàva? Ascolta, era di Villa Vergano…no. No, era di Rovagnate. No. Quello che arrivava col cavallo a vendere la roba…
Piera Maria: Sì col cavallo con su la tenda, come quella dei cowboy! Se ciamàva cumè?
Carmen: Faceva l’ambulante, insomma.
Piera Maria: Non di Rovagnate, verso Galbiate. Anzi no, l’era di Ravellino.
Carmen: Ravellino, ecco!
Piera Maria: Ol Turcé!
Carmen: Ecco, ol Turcé lo chiamavano! Scrivi ol Turcé! Vendeva caramelle, le liquirizie quelle piccoline, il tonno, un po’ di tutto, scatolame, farina, crusca da dare alle bestie. Allora non era come adesso: nelle città c’era già qualcosa, ma nelle frazioni non c’era niente.
Pier Paolo Pasolini: Nessun paese ha posseduto come il nostro una tale quantità di culture “particolari e reali”, una tale quantità di “piccole patrie”, una tale quantità di mondi dialettali: nessun paese, dico, in cui si sia poi avuto un così travolgente “sviluppo”.
Io: Di dov’era il Conte Mario Bagno?

Esci di nuovo dal civico 4L, e seguimi fino al Natale 1961, a Consonno.

Pasolini scrive “sviluppo” tra virgolette, in quel suo articolo per il Corriere della Sera (luglio 1974), perché ci tiene – per farla breve – a tenere il concetto separato da quello di “progresso”, che è un fatto che riguarda – per farla breve – la cultura, la civiltà, il sentire, non solo l’economia.
Io blocco un attimo la registrazione della chiacchierata con Carmen e Piera Maria, poi torno a fartela sentire. Esci di nuovo dal civico 4L, e seguimi fino al Natale 1961, a Consonno.

Presumibilmente fa freddo. Sono tutti contadini. Ma i campi e le case non sono proprietà loro: tutti, come coloni, pagano l’affitto a due sole famiglie: i Verga e gli Anghileri; questo dai tempi della Repubblica Cisalpina, 1798. Poi l’Epifania, che tutte le feste si porta via. E due giorni dopo, l’8 gennaio, il Conte Mario Bagno, residente a Milano, firma un atto notarile e si compra – dalle due famiglie – tutto il paese di Consonno: 22.500.000 lire.

La prima cosa che fa è costruire una strada; prima c’era solo una mulattiera perché di macchine in paese ne arrivava una ogni morte di papa. Papa Giovanni XXIII – il Papa buono – muore all’inizio dell’estate del 1963, i lavori a Consonno procedono a ritmo indiavolato.

«Avevano fretta di arrivare su.» Mi dice Piera Maria «La strada non doveva essere così in piedi. C’era il papà a picchettarla insieme al geometra o ch’el che l’era. Nel progetto iniziale era più lunga e più pianeggiante.»
«Alle dieci de sìra erano ancora su a lavorare.» Questa è la voce di Carmen «Il Bagno aveva operai da tutte le parti: meridionali, da Spoleto, da Piacenza. A novembre li licenziava tutti e a maggio li riassumeva. Allora iniziavano ad aprire tante fabbriche. La Faini a Lecco, la Costacurta a Olginate, la ICAM… Eh insomma, un mare di aziende per tutto il lago. Allora c’era lavoro per tutti, c’era il boom. Sono rimasti su solo il papa e lo zio e tutti quelli di Consonno che avevano deciso di lavorare per il Bagno.»

Ora Piera Maria: «Ha iniziato con la strada, poi è passato al bar. Dovevi essere su in quegli anni lì: palta de per tutt! Li vedo ancora come se vedessi il cinema davanti a me. Mi ricordo quando hanno buttato giù la nostra stalla. Mio papà e mia mamma non c’erano, erano a un funerale. Hanno tirato fuori le mucche, senza avvisare né niente. In un amen erano già lì con le ruspe. Mi è venuto in mente che c’era il pollaio chiuso. Sono corsa giù ad aprire le galline. Tutti che gridavano.» E poi Carmen, di nuovo: «Non sapevamo niente. Diventavo matta quando arrivavano le ruspe. Correvo giù a vederle. Sembrava di vedere chissà che cosa, era tutto nuovo. Una quasi era affascinata. Gh’era de diventà mat!»

consono muri graffiti

È successo questo: un imprenditore – il conte Mario Bagno – si è comprato un intero paese. Questa era l’idea: trasformarlo in una specie di Las Vegas brianzola. Così ha costruito una strada. Poi un bar. Ristoranti. Il Grand Hotel Plaza. Una balera all’aperto. Una piccola balera al chiuso, per l’inverno: si chiamava “2001”. Capitelli ionici a incorniciare una piazza costruita sulle case rase al suolo. Pagode cinesi di legno; le travi erano quelle delle case dei vecchi abitanti. Una sfinge egizia. Un trenino che scorrazzava per il paesello. Un minareto. Ha fatto abbassare una collina, per migliorare il panorama. «Ol bö, dove c’era il cimitero.

Ogni pezzo di terra aveva il suo nome» Carmen parla di quella collina spianata. «Quello era il , il butto. L’ha abbassato di una decina di metri.» La fama di Consonno si diffonde. Pippo Baudo ci gira uno spot, Milva dorme al Grand Hotel e canta, cantano a Consonno anche i Dik Dik, Celentano, i Profeti, i The Renegades. «Doveva arrivare Fausto Leali, ma l’è mia riàt.» Hanno fatto anche una gara di moto, di bici, un incontro di boxe, un catalogo delle Postal Market che pubblicizzava bikini.

«Quando sono andata giù all’Expo, siamo andati a vedere l’albero della vita. Io ho detto: bah, a me mi sembra di vedere la fontana di Consonno, con tutti i colori che van su con le acque eh!»

Il conte Bagno aveva altri grandi progetti. Indossa un paltò chiaro, su una camicia bianca e una cravatta scura, ha un panama in testa, è appoggiato alla ringhiera della piazza della nuova Consonno, in un filmato del 1968, in bianco e nero, della Radiotelevisione svizzera italiana. Gesticola volitivo, fa qualche errore di italiano, al guinzaglio ha la sua inseparabile cagnetta Mila, un barboncino:

«Farò il circuito automobilistico in quella zona là [indica, dietro la ringhiera e dietro le sue spalle]. È uno dei più belli per la zona panoramica eh, quasi d’Europa. Vorrei dirlo forte, perché forse un circuito così, se avrò i mezzi, non ci sarà l’uguale. È piccolino, ma molto elegante. Campo di calcio, della pallacanestro e del tombarello [credo si riferisca al tamburello], che è uno sport che volgerà in declino. Poi qui vengono i campi da tennis, delle bocce e di minigolf. Di là dovrà venire la pista del pattinaggio, lüna park e uno zoo di bestie da parco giardino, un grande zoo». E «‘ste fontane alla sera!» Mi dice Carmen:

«Quando sono andata giù all’Expo, siamo andati a vedere l’albero della vita. Io ho detto: bah, a me mi sembra di vedere la fontana di Consonno, con tutti i colori che van su con le acque eh!»

I vecchi abitanti di Consonno, intanto, vengono stipati in un capannone, originariamente costruito per gli operai. Sei famiglie, in due locali, con un solo bagno. Nello stesso filmato si vede un’anziana signora, con le braccia conserte: «Sem chi cumpagn di chei de l’Africa. Abandunà de tut. Come gli africani. Nessuno ha compassione di noi.»

Non si può dire che la natura provi compassione. O rabbia. O che porti pazienza. O che sia giusta. O che si vendichi. Uno potrebbe dire che – semplicemente – se ne fotte. Ma non si può dire nemmeno questo, in realtà. Nel 1976 – come sempre, come ovunque – la natura fa il suo corso a Consonno. C’è un frana, che si porta giù la strada costruita dal conte Bagno.
Comunque c’era già stata la crisi – quella petrolifera del 1973 – con l’austerità: in Italia divieto assoluto di circolazione dei mezzi privati nei giorni festivi. Bandite le insegne luminose di grandi dimensioni. Le trasmissioni televisive dovevano terminare alle 22.45. I cinema dovevano chiudere alle 22. A Consonno non ci andava già quasi più nessuno. L’anno prima, nel 1972, il primo sequestro delle Brigate Rosse. Nel 1974 la strage di Piazza della Loggia, a Brescia. La strada frana e Consonno va in malora, con le sue pagode, le colonne doriche e il minareto. La strada verrà rifatta. Il Grand Hotel verrà trasformato in una casa di riposo.

La strada per Consonno l’ho percorsa in auto, molto lentamente, dopo aver salutato Carmen e Piera Maria. Si passa sotto l’arco dell’edificio che chiamano “Pavesino” (un autogrill, detto alla maniera degli anni ’60). Sembra un checkpoint dopo una ritirata. La strada prosegue a tornanti. Ogni tanto, ai lati, ci sono dei pali, che reggono delle insegne ad arco: “A Consonno è sempre festa”, “Qui Consonno, tutto è meraviglioso”.

consonno paese abbandonato

Carmen: Il 22 settembre, il giorno di San Maurizio, i ragazzi facevano le porte trionfanti, lo sai cosa sono?
Io: no.
Carmen: Andavano sui nei boschi, prendevano delle piante, le tagliavano, facevano un fiocco sopra e le ripiantavano in paese.
Piera Maria: Poi mia mamma e tutte le ragazze facevano delle rose di carta, che andavano da una pianta all’altra, a festone. La processione passava lì sotto, e finiva a Consonno più bassa, dove c’era la madonnina.
Carmen: Dove adesso c’è la balera, ecco scendevi giù un pezzettino e lì c’era la madonnina. Adesso è tutto rivoltato. Doveva esserci qui il papà, Maria, lui poteva contare su tutto.
Piera Maria: Si ricordava tutto. Tutto. Ti contava su i sentieri e la strada che aveva fatto in guerra, per filo e per segno. Era stato sul Peloponneso, poi prigioniero a Mostar in Jugoslavia. Quante cose che ha contato su! Ce l’aveva in mente proprio tutta, la guerra.
Carmen: Ti ricordi quando il Bagno gli ha fatto fare le guardie all’inizio della strada, a lui e allo zio Aurelio!
Piera Maria: Madonna mia!
Carmen: Prima di entrare a Consonno, c’è il Pavesino. Prima ancora c’era una specie di arco, con due torrioni medievali. Ormai ’sto Consonno era diventato internazionale e arrivava un fiume di gente. Il Bagno – quando non lavoravano nel cantiere – gli dava ’sto costume da guardia antica, con l’elmetto, la lancia e l’alabarda, tipo guardia svizzera. Loro incrociavano le alabarde, e quando arrivavano quelli con le macchine dovevano pagare. Poi tiravano su le alabarde e li facevano passare. A un certo punto si sono stufati, hanno detto al Bagno che non andavano più; lui ha messo lì due fantocci.
Piera Maria: Il conte Bagno! Praticamente Consonno era il suo giocare.
Carmen: Però adesso io penso che la colpa non gliela devi dare tutta al Bagno. E il comune? La provincia? Va bene che era privato e tutto quello che vuoi. Ma perché devi fargli buttare giù un paese intero?

Su una parete esterna della chiesa di San Maurizio c’è una lapide che ricorda i caduti consonnesi della prima guerra mondiale. Di fianco quelli della seconda. Entro in quella che era la casa del custode. C’è una scritta, la vernice spray nera sembra abbastanza fresca: “La maggior parte della gente qua non sa che fare ma lo fa in maniera maniacale”.

consonno persone bar la spinada

Seguimi ancora un po’. Prendi Consonno e il suo colle e i campi e le sue case e le sue persone, così come erano prima dell’arrivo del conte Bagno e immagina che Consonno e il suo colle siano tutto il mondo, un intero pianeta che per secoli ha vissuto secondo i suoi ritmi, una civiltà senza nessun orologio.

Sto esagerando – permettimelo – forse sto disegnando una civiltà di buoni selvaggi, che non è mai esistita, se non nel rimpianto; sto mitizzando, ma permettimelo per un attimo. C’è questo pianeta e poi arriva un alieno in paltò e panama e cagnolino chiari. Compra l’intero pianeta. 1962. Fa accelerare il tempo. Distrugge in un paio d’anni quello che era vissuto e cresciuto secolare, sempre in lenta evoluzione, tanto da aver la tentazione di dire che era vissuto e cresciuto sempre uguale a se stesso. Rade al suolo il pianeta. Lo trasforma in un pianeta dello spettacolo, delle luci e dei colori, lo stadio avanzato (e già terminale?) della nuova società dell’industria, che ha bisogno dell’orologio, che ha bisogno dei consumatori che hanno bisogno dell’industria per consumare. Arrivano frotte di alieni in automobile.

La città dei balocchi senza le luci e la musica e Pippo Baudo e le fontane inizia subito a marcire.

C’era già la caricatura della globalizzazione, nel nuovo pianeta di Consonno (o – se volete – la globalizzazione era già la caricatura che è adesso). Poi qualcosa è andato storto, o si è esaurito. E sono rimaste solo le carcasse. La città dei balocchi senza le luci e la musica e Pippo Baudo e le fontane inizia subito a marcire.

Una pianta senza radici la devi tenere su a mano, facendo turni notte e giorno; e se riesci a farla stare in piedi, a un certo punto la devi agghindare con foglie finte e fiori finti e frutti finti, perché quelli veri marciscono e poi cadono. Gli alieni se ne vanno dal pianeta di Consonno e marcisce la nuova civiltà, nata, vissuta al massimo, morta in meno di una quindicina d’anni. Arrivano nuovi colonizzatori: i vecchi, alienati dalle loro comunità, consumano poco perché sono più occupati a consumarsi; le loro comunità li parcheggiano qui a riposarsi, lontani da casa. Se ne vanno anche loro. Restano le carcasse disabitate. E nel 2007 arrivano i decompositori, a mimare l’ultima azione naturale nel paradiso artificiale. Consonno, per due notti, diventa il pianeta del “Summer Alliance”, un rave party con un paio di migliaia di persone.

«Sono arrivati coi camper un sabato di giugno» mi dice Carmen «mia cugina Margherita era ancora su ad abitare. Nella sua casa erano in 4. E poi c’era il Pepo, da solo. Erano gli ultimi consonnesi rimasti. Ha detto che bisognava vedere cosa c’era su, si vede che erano drogati e bevuti. La Margherita spiava dalla tapparella: ne ha visto uno che si aggirava con una macchina da scrivere in mano, penzolava, andava in giro come uno zombie. Veniva giù così», Carmen tende le braccia avanti e imita uno zombie.

“Il nostro è uno spazio assolutamente libero” – si legge sul sito www.consonno.it – “e lo dimostriamo pubblicando una e-mail di una persona che ha partecipato al Summer Alliance. Il dibattito si arricchisce così di un altro punto di vista:

Sono una delle partecipanti al rave party di sabato 30 giugno. Vorrei scusarmi, a nome della maggior parte dei partecipanti, per lo scempio causato dai danni della nuova casa di riposo e vorrei spezzare una lancia a favore dei nostri raduni. Rave party è un modo per festeggiare liberi da pregiudizi e proibizionismo, tra amici, immersi nella musica sperimentando stati alterati di mente che però non ammettono comportamenti come quelli di sabato. […] Per noi il rave è una TAZ (zona temporaneamente autonoma), dove non ci sono regole al di fuori del rispetto per le persone e per i luoghi occupati, ma purtroppo , ci sono troppi ragazzi che ne approfittano per distruggere sporcare o rubare. […] Rave è un circo, un’opportunità per tutti di manifestare la propria identità anticonformista, è un mondo misterioso che nasce con la complicità della notte e svanisce al mattino senza lasciare tracce. […] Triste e sconsolata, la ringrazio per l’attenzione. Un saluto solidale. – Valentina, 26 anni da Torino.

coppia fotografie consonno obelisco abitanti

Sono sceso dalla strada per cui sono salito, quella del conte Bagno. Ho attraversato di nuovo Olginate. Ho proseguito parallelo all’Adda, che scorreva alla mia sinistra, questa volta. C’è un ponte, e lì c’è Brivio. Mi sono fermato in un bar, proprio di fronte al fiume, a raccogliere e fissare su carta un po’ di impressioni della chiacchierata con Carmen e Piera Maria e delle mia visita solitaria a Consonno, fintanto che erano ancora fresche.

Mi è venuto da pensare che Consonno potrebbe essere stato – per così dire – un campione in provetta dell’Italia intera, con la sua civiltà contadina millennaria (fatta di “piccole patrie” in lenta evoluzione), il suo miracolo economico travolgente e la decomposizione di quel miracolo: “il paese mancato”, secondo la definizione di Guido Crainz. Poi la questione della provetta (o della sineddoche, la parte per il tutto) mi è sembrata poco scientifica (qualunque cosa significhi). L’ambiente di quella provetta – forse – aveva delle condizioni uniche, non ripetibili, non generalizzabili. Le realtà sono molto più complesse delle nostre interpretazioni, su cui si basano le nostre previsioni, mi è venuto da pensare. E forse rimpiangiamo sempre realtà schematiche, e sogniamo sempre realtà schematiche. E intanto dietro di me sfilavano frotte di ragazzini – liceali, credo – che giocavano a Pokemon GO. Ho chiesto a uno di loro perché si trovavano proprio a Brivio. E mi ha risposto che dove ci sono i corsi d’acqua si trovano i Pokemon d’acqua.

(Per un paio di giorni questo è stato il finale del pezzo: suonava bene, ma suonava anche un po’ amaro e moralista; non mi convinceva più. È finita che mi sono messo a fare delle ricerche su Google sulla “civiltà dell’orologio”, che è un’espressione di Carlo Levi. Ho trovato un suo discorso, tenuto a Torino, intitolato proprio “Il contadino e l’orologio”):

Vorrei qui aprire una parentesi per evitare di essere frainteso. Il mondo contadino di cui vi parlo […] è sostanzialmente un mondo che non si esprime, un mondo ineffabile, muto, ma i cui tentativi di espressione conservano il patetico dello sforzo e del pericolo, ma hanno tuttavia i caratteri che in ogni uomo ha la poetica invenzione del linguaggio. Essi non si sollevano al di là del loro orizzonte poiché manca ad essi la coscienza di un altro mondo, ma quell’altro mondo di coscienza e di ragione sarebbe vuoto senza questo pullulante contenuto poetico. Le due civiltà non possono stare l’una senza l’altra, né superiori né inferiori l’una all’altra. Non è questo un elogio romantico del buon selvaggio: i tempi sono contemporanei e tutti i momenti coincidono nella vita di ciascuno di noi.

È SEMPRE FESTA – dietro la storia

Premessa: se digitate “Consonno” su Google trovate una tutto sommato buona voce di Wikipedia. Trovate il sito www.consonno.it, che è una piccola miniera di spunti. Trovate poi un rigoglioso fiorire di fotografie tutte un po’ troppo uguali, con quel gusto un po’ pulp, un po’ W l’Apocalisse…che in realtà finiscono per raccontare poco di quella realtà.

In libreria trovate un volume fresco di stampa (Einaudi, 2016) di Marco Revelli: Non ti riconosco più. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia. C’è un intero capitolo dedicato a Consonno: Fantasmi. Nel cuore della Brianza; è alle pagine 71 – 94.

consono è sempre festa ingresso

Per la stesura dell’articolo mi è stato prezioso (e lo è in generale) il volume di Guido Crainz: Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta. Fondamentale, accademico ma anche concretissimo, e in un certo senso narrativo, “un libro che ti fa incazzare”, l’ha definito un amico.

Per l’etichetta di “civiltà dell’orologio”, che si contrappone (oppure no) alla civiltà contadina, sono debitore a Carlo Levi; quella definizione fa capolino nel libro L’orologio.
Tutto quello che ha scritto Levi sui contadini della Lucania è prezioso anche per provare a comprendere (o a “sentire”) le piccole civiltà pre-industriali italiane. Anche Pasolini si è spaccato la testa e la penna su questi temi; nel pezzo c’è un estratto da un suo articolo apparso sul Corriere della Sera. Lo ritrovate tra gli Scritti corsari, (Garzanti, 2015, p.73).

Piccoli paesi, piccole patrie deserte, sintomi di una desertificazione più ampia: vi consiglio di leggere Terracarne (Mondadori, 2011), di Franco Arminio, un “paesologo”. Anche la sua pagina Facebook è interessante.
Tornando un po’ indietro nel tempo: recuperatevi qualcosa di Ernesto de Martino.
Sul versante opposto: Guy Debord, La società dello spettacolo.

È chiaro che questa sorta di bibliografia è del tutto impressionistica, e personale. Il mare, su questi temi, è troppo magnum.

Su Youtube: la cosa migliore che ho trovato su Consonno è un documentario della Televisione Svizzera Italiana, del 2004 (con riprese del 1968, quelle che cito nell’articolo); multisfaccettato e delicato.

Il rave party del 2007 ha fatto uno sfacelo a Consonno. Ma sarebbe banale semplificare tutto il movimento dei free party tekno – ormai quasi completamente esaurito – in una formula del tipo: “giovani strafatti che ballano come zombie su musica insopportabile”. Sull’argomento è uscito l’anno scorso un bel libro di Vanni Santoni, Muro di Casse (Laterza). Per andare più dritti alla fonte – e capire cosa intenda Valentina, la ragazza della lettera di scuse – procuratevi: Hakim Bey, T.A.Z., Zone temporaneamente autonome (ShaKe edizioni, 1993).

Oltre a Carmen e Piera Maria – mi spiace non potervi fare sentire le loro voci e le loro inflessioni direttamente dalla registrazione – un grazie all’Associazione Amici di Consonno. Sono loro che tengono aperto l’unico bar funzionante a Consonno, la domenica, dopo la messa. Alcune delle foto sono state scattate lì.

 

CTRL magazine ha organizzato a Consonno i Campionati Mondiali di Nascondino, il 3 e 4 settembre 2016.