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Cronaca dell’invasione degli schiacciabottoni nella New York di fine Ottocento

17/11/2016
Fotoracconti

A cura di Pavlov Arnoldi

1-william-henry-jackson-the-photographers-assistants-mule-and-man-1873William Henry Jackson – Gli assistenti del fotografo: l’uomo e il mulo, 1873

Fotoracconti è la nostra rubrica di fotografia. Foto-racconti vorrebbe invogliare all’osservazione, alla riflessione quasi filosofica, all’approfondimento visivo e storico, di fotografi più o meno noti, delle loro storie nella storia della fotografia.

Quando ad Ansel Adams chiedevano quale attrezzatura fotografica usasse nelle sue esplorazioni paesaggistiche egli rispondeva “la più pesante che riesco a trasportare”. Poté sfoggiare questa sua simpatica uscita solo dopo aver risolto i primi anni di faticosi arrancamenti, con fotocamere, obiettivi, chassis e treppiedi caricati in spalla. E rinunce a siti troppo inerpicati. La santa soluzione: il mulo.

Il giovane Ansel ci arrivò per suo ragionamento e bisogna dargliene atto, ma l’equino da soma veniva già adoperato dai fotografi spedizionistici già nel 1870.

3-fotoracconti-willian-h-jacksonWilliam Henry Jackson, a destra, e il suo assistente Charles Campbell al lavoro sulla catena montuosa del Teton, 1872. La fotografia è stata successivamente colorata a mano

Se al tempo la vita del fotografo di paesaggi si avvicinava più a quella di un cercatore d’oro nel Klondike – con tutta la logistica e l’attrezzatura, per non parlare dello scarrozzare lastre di vetro per chilometri e chilometri lungo pendii rocciosi – la vita del fotografo da studio richiedeva “solamente” un dottorato in chimica, un ingombrante apparato di lucerne e specchi e perché no una qualche formazione artistica che certo non avrebbe guastato.

Ma perché andare fino alla frontiera per immortalare monumenti naturali e indigeni? Guardi quanti bei monumenti offre la città, guardi che facce baffute sotto i cilindri, per strada. Su, su! Vada a immortalare la vita cittadina! Prenda le sue cose ed esca dallo studio, vite vite! En plein air! Un momento, ma che sta prendendo? Perdio, non ne ha una meno ingombrante? Immagino il cavalletto… Ah ecco, come non detto…

Che, lo lascia a me? Perché glielo dovrei portare io? Ah certo, altrimenti la borsa delle lastre chi la porta! Aspetti, e quella? Le serve anche quella? Come? I chimici? Faccia attenzione, che è peggio di una cristalleria… Buondio, mi viene male solo a guardarla e non abbiamo fatto nemmeno cinque metri! Senta, lasci perdere, metta tutto giù. Guardi qua piuttosto: a pagina 24… no, non l’articolo, la reclame! Legga.

Era il novembre del 1888. E nulla sarebbe stato più come prima.
Dalle pagine dei giornali e magazines fotografici, quella scatoletta di legno dal nome più che singolare comparve per strada, portata sottobraccio da amatori e gente alla moda… e persino donne, e non poche!

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Fu un successo enorme, che quasi non ci si crede.

“VOI PREMETE IL BOTTONE, NOI FACCIAMO IL RESTO”.

Scrivetelo su un cartellone e affiancatelo all’ultimo modello di smartphone, o di compatta digitale: nulla è cambiato. Il messaggio, chiaro e senza fronzoli, giurava al pubblico che non occorreva essere artisti o masticare chimica per fare fotografie. E chi lo scrisse mantenne la parola, facendo diventare la fotografia un fenomeno di massa negli Stati Uniti.

Come funziona: si esce di casa, coi figli al laghetto cittadino, al mercato dei fiori o al mare (se si avvisa per tempo la bambinaia). Si sfodera la nuovissima Kodak dall’apposita tracolla, la si punta verso ciò che si vuole immortalare per sempre, si tira la stringa e si preme il pulsante, quindi si gira la farfalla per la prossima foto.

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Quando ne avrete fatte cento, spedite l’apparecchio alla Eastman Dry Plate and Film Company di Rochester, New York: questo vi tornerà assieme a cento dischetti di carta da 6 centimetri raffiguranti le vostre  istantanee e se avrete pagato 2 dollari la vostra macchina sarà già ricaricata per altrettante fotografie. Semplice, no?

Come fu possibile tutto questo? Facciamo un passo indietro.

Tutto cominciò con un contadino, figlio di migranti scozzesi, che nel 1880 lasciò il Wisconsin – sua terra d’adozione – per approdare nella cittadina di Hunter, in quello che nove anni più tardi verrà chiamato North Dakota. Peter Houston, trentanovenne, possedeva un terreno di 480 acri proprio fuori il centro abitato.
Col passar degli anni le terre di sua proprietà crebbero fino a un totale di 4.000 acri, facendolo diventare uno dei contadini più redditizi della regione.

Ma non è certo questo che rende il signor Houston un personaggio interessante. A distinguerlo dalla massa dei comuni proprietari terrieri Peter possedeva un’inventiva tale da potersi definire, senza peccare di modestia, un aspirante inventore.

In un mondo ancora incatenato all’uso di lastre rigide rivestite con emulsioni fotosensibili, egli ideò e realizzò un supporto flessibile e comodamente avvolgibile attraverso due bobine metalliche: il primo rullino fotografico, fatto in carta.

6-fotoracconti-george-eastmanGeorge Eastman con una Kodak a bordo della S.S. Gallia, febbraio 1890

Il brevetto (da far invidia a pionieri come Richard Leach Maddox e Charles Harper Bennett) fu depositato dal fratello minore David l’undici ottobre 1881. Numero 248.179.

Ignaro d’aver condannato l’intero continente all’imminente invasione degli Schiacciabottoni, Houston continuò a ideare meccanismi e componenti di fotocamere, magazzini per pellicole, sistemi di caricamento a prova di luce, flash al magnesio che si caricavano da soli, per poi passare a intere macchine, panoramiche e folding.
Tra il 1881 e il 1902 registrò ben ventun brevetti. Fu però quel primo brevetto che nel 1885 attirò l’attenzione di un giovane imprenditore di nome George Eastman.

Eastman aveva affittato il terzo piano di un edificio in State Street, a Rochester, New York, nella speranza di appagare la sua passione per la fotografia entrando nel mondo del commercio di lastre fotografiche in gelatina di bromuro. Trovò un socio in affari e fondò la Eastman Dry Plate Company.

In seguito si licenziò da impiegato di banca per poter lavorare a tempo pieno alla sua neonata azienda, interessandosi non soltanto della produzione di lastre.

Il primo rullino fotografico, fatto in carta.

8-eastman-kodak-office-on-state-street-1891Gli uffici della Eastman Company in State Street, 1891

Lo spirito per gli affari del giovane imprenditore si fondava sul concetto “prodotto a basso costo = più consumatori = più profitti”, tendendo così a creare fotocamere fruibili anche ai non-esperti.

Ed eccolo inciampare nel brevetto del rullo in carta fotosensibile, quattro anni dopo la sua registrazione. Peter Houston gli concesse la licenza di utilizzo (insieme a una versione migliorata nel 1886 e, infine, la vendita a titolo definitivo del brevetto originale nel 1889 per 5.000 dollari), ed Eastman coronò il sogno di una fotocamera accessibile a ogni amatore.

Perfezionando una macchina sperimentale già ideata con Franklin M. Cossitt – un impiegato – e in collaborazione con l’ebanista Frank A. Brownell, lo stabilimento Eastman sfornò una scatola di legno rivestito in pelle di 16x8x9,5 cm, di soli 900 grammi, comoda da tenere in mano e soprattutto avente funzioni ridotte all’essenziale. Tutto era spartano, ma doveva passare per raffinato e sobrio.

Persino il curioso formato circolare delle fotografie era, in realtà, un’elegante trovata per eliminare la caduta di definizione agli angoli dell’immagine prodotta dalla lente in dotazione. Mancava solo un nome per lanciarla sul mercato, un nome breve, facile da pronunciare e quindi semplice, come la macchina stessa.

George Eastman pensò che la lettera K avesse la forza e l’incisività che occorreva, e insieme alla madre si mise a creare anagrammi che iniziassero e finissero con quella lettera. KODAK. Il fatto che non significasse nulla permetteva di non esser associato a nient’altro che alla sua macchina: se qualcuno diceva Kodak, poteva riferirsi solo alla Eastman Company. Inoltre, ciò soddisfaceva egregiamente le leggi sui marchi depositati.

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La classica pellicola in celluloide arrivò alla Eastman l’anno successivo, nel 1889, con un supporto trasparente e di gran lunga più flessibile di quello in carta, questa volta inviato all’ufficio brevetti non da un contadino, bensì da un prete, tale Hannibal Goodwin di Newark, New Jersey.
Il reverendo, oramai ritiratosi, cercava in quella sostanza un materiale infrangibile sul quale impressionare immagini per gli insegnamenti biblici.

Il Signor Kodak e il suo chimico Henry Reichenbach, invece, ne intuirono le reali potenzialità prima che il brevetto fosse concesso al sacerdote. Con i ringraziamenti di Thomas Edison, di tutto il mondo della cinematografia e di quegli avvocati che poterono mandare i figli al college grazie a una battaglia legale durata vent’anni.

Come da foto (scattata in strada con una Kodak) c’erano già attrezzature di ridotta grandezza, adibite per ritratti “istantenei” a pagamento. Sebbene la qualità dell’immagine fosse nettamente inferiore a quella prodotta da un’attrezzatura professionale, questa sorta di laboratorio ambulante aveva procedimenti di sviluppo tradizionali, ingombranti e tecnicistici, ben lontani dalla semplicità delle scatolette Kodak.

Pur essendo piuttosto costosa, 25 dollari (circa 450 euro odierni), la Kodak No. 1 era certamente più abbordabile della maggior parte delle fotocamere in vendita all’epoca. Inoltre non c’era bisogno di alcuna preparazione tecnica, come già suggerivano gli slogan pubblicitari:

“Voi premete il bottone, noi facciamo il resto”.

11-teddy-kennedy-six-years-old-london-buckinghamUn piccolo Teddy Kennedy, armato di Kodak Brownie, assiste insieme alla sorella Jean al cambio della guardia a Buckingham Palace, aprile 1938

Non c’era nulla di cui darsi pensiero: la Eastman Company, oltre a quella miracolosa macchina, aveva inventato il servizio di sviluppo e stampa. Il successo fu istantaneo: dopo soli otto anni di produzione la centomillesima macchina Kodak usciva dagli stabilimenti Eastman.

Il processo di democratizzazione fotografica continuò negli anni successivi, abbassando i prezzi dei prodotti, dal modello Bull Eye per 12 dollari, fino al lancio della prima Brownie Camera, nel febbraio 1900, al costo di un solo dollaro!
La produzione Eastman s’accaparrò il mercato e mantenne il trono per quasi un secolo: ancora nel 1976, il 90% dei film e l’85% delle fotocamere vendute negli Stati Uniti era Kodak.

Gli Schiacciabottoni hanno il merito d’aver dato uno sguardo nuovo, fresco e senza pregiudizi alla fotografia, immortalando con gli occhi di un bimbo che crede che una foto è bella quando è bello il soggetto ritratto.

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La cosiddetta “foto da cartolina” si può anche dire che nacque dalle riprese di quei benestanti che si portavano a spasso la propria Kodak.

Questi nuovi abitanti del continente americano sono stati i precursori delle generazioni che hanno poi scattato foto ricordo sul vialetto davanti casa, di fianco al pupazzo di neve per Natale, o con gli amici al campeggio estivo, con l’aiuto di tecnologie sempre più avanzate e semplicistiche. Ragazzi e genitori che hanno documentato il vivere intimo di un paese dagli anni Cinquanta ai Settanta del Novecento.

Infine, invasori dell’intero globo terrestre, questi esseri oramai allo sbando vagano tutt’oggi con il solo scopo di premere un bottone disegnato sul proprio schermo luminoso, ignorando completamente il funzionamento di ciò che tengono per le mani.