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Cinéma Trouvé: L’uccellino azzurro (1918)

10/11/2014
>5 min

“La tradizione racconta che nel cielo ci sia un uccellino, azzurro come il cielo stesso, che porta felicità a chi lo trova. Ma non tutti possono vederlo, poiché gli occhi mortali sono inclini ad essere accecati dai lustrini della richezza, della fama e della posizione sociale, e ingannati dal beffardo fuoco fatuo di onori vuoti. Ma per i fortunati che cercano con gli occhi e i cuori aperti, con l’ingenuità, la semplicità e la fede che sono proprie dell’infanzia, vi è una promessa imperitura; per loro l’uccellino azzurro vive e canta fino alla fine, festante simbolo di felicità e contentezza.”

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Film: The Blue Bird (1918)
Regista: Maurice Tourneur
Lingua: Muto con intertitoli inglesi

Ai bambini Tyltyl e Mytyl viene affidato dalla fata Berylune il compito di trovare il favoloso uccellino azzurro, capace di dare la felicità a chi lo incontri. Da lì, intraprendono un surreale viaggio in un mondo fantastico e iridescente, dove sono liberi di far visita ai propri nonni e fratellini morti o di assistere alla selezione dei bambini futuri ad opera del Tempo, mentre un diamante donato dalla fata permette loro di scoprire come ogni cosa animata o inanimata, antropizzata per magia, abbia un’anima e un’interiorità invisibili solo a chi non sa guardare: non solo il proprio gatto e il proprio cane, felice di poter farsi finalmente capire dalle sue “piccole semi-divinità”, ma anche il Fuoco, l’Acqua, il Latte, il Pane, la Luce, persino lo Zucchero, dall’anima fatta di dolcetti e dalle dita di lecca-lecca. La trama di questa fiaba è farina dell’opera teatrale L’uccellino azzurro, soggetto a cui si sono ispirati almeno altri cinque film, e dei quali su Youtube si può recuperare integralmente anche uno dei più anomali, Sinyaya Ptitsa, mediometraggio d’animazione sperimentale del sovietico Vasily Livanov.

L’autore della piéce, Maurice Maeterlinck, era un poeta e commediografo belga, Nobel per la Letteratura 1911, dallo stile spiccatamente simbolista e noto soprattutto per il dramma Pelleas et Melisande, che a cavallo dei due secoli fu tradotto in musica da almeno quattro compositori (Fauré, Debussy, Sibelius e Schoenberg). Anche il film di Tourneur, una delle più grandi fiabe cinematografiche del muto (benché poco o per nulla divulgata), rivela una vocazione simbolista, schiettamente immaginaria e anti-naturalistica, sempre tesa al gusto quasi pittorico della scenografia, al preziosismo grafico (intertitoli inclusi), alle trovate avanguardistiche (v. la struttura della scalinata), a chimerici tableaux vivants, ad effetti speciali di candore mélièsiano.

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Maurice Tourneur, francese emigrato negli Stati Uniti a metà carriera, ha in effetti un background artistico che lo distingue da tanti cineasti del tempo: formatosi come pittore scenografo, lavorò a inizio secolo per artisti come Rodin e Puvis de Chavannes, e in tutti i suoi film si riconosce un’attenzione fuori dal comune per il disegno scenografico e la cura delle luci, esemplificata da un’art direction sensibile e calibratissima, dove dominano chiaroscuri quasi espressionisti (un “marchio di famiglia” luministico che passerà in eredità al figlio Jacques, massimo cineasta “minore” della RKO, per la quale realizzò gioielli dell’horror classico come Ho camminato con uno zombie e Il bacio della pantera). A curare la fotografia di L’uccellino azzurro era invece l’operatore olandese John van den Broek, giovane collaboratore di Tourneur, che morirà appena qualche mese dopo sul set del successivo film del cineasta francese (Woman), affogando a soli 23 anni nel tentativo di filmare una violenta mareggiata nel Maine.

Riconosciuto da alcuni come il primo film per famiglie della storia del cinema, L’uccellino azzurro ha le fattezze di un libro illustrato per bambini che prende magicamente vita tra le ombre e le colorazioni di quasi cent’anni fa, una sorta di Mago di Oz tinto di gotico (un esempio su tutti, la scena allucinatoria dei fantasmi alla corte della Notte). Una cangiante storia della buonanotte che è anche una replica fanciullesca al realismo dominante in quegli anni di cinema americano, ancora sconvolti dalle macerie della Prima Guerra Mondiale (nel cui contesto la Francia condannò l’emigrato Tourneur per diserzione). E che a oggi rimane una bizzarra favola animista ed eticamente non ovvia, dove l’accusa dell’avidità e dell’ingordigia come divoratrici di vita e felicità si accompagna all’inevitabilità della morte dei propri cari, amici e compagni di viaggio, e la necessità di rivedere il proprio sguardo (“La casa dei bambini ricchi non è più bella di questa: solo, non sai come guardarla..”) è un tutt’uno con l’invito a tenere presente “la vita invisibile delle Cose”. Il richiamo finale allo spettatore, di là dalla quarta parete, è l’augurio che quell’atmosfera da sogno esondi fin nella nostra vita di spettatori, variante sognante ed edificante della pistolettata finale di The Great Train Robbery.

“Per favore, voi tutti, cercate il nostro uccellino azzurro con tutti i vostri cuori; e se lo trovate, tenetevelo per voi. E siate sicuri di guardare per prima cosa nelle vostre stesse case, dove è più propenso a farsi trovare!”

IL FILM

locandina tourneur

 

a cura di Dario Incandenza

 

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