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L’isola dei morti – Il cimitero di San Michele, Venezia

13/09/2018
RIPadvisor

A cura di Luca Pakarov

Fotografie di Michele Perletti

Invece del solito trip certe volte è meglio un rip. RIPadvisor è la nostra rubrica di reportage cimiteriali: un racconto fotografico e narrativo aldilà dei luoghi comuni.

Valutazioni:

Cipressi ++++
Pietre +++++
Eros ++
Thanatos +++++

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Alla fermata di Fondamente Nove ci sono le onoranze funebri, dall’altro lato giace sull’acqua, misteriosa, San Michele. Da qui parte il vaporetto che ci permette di raggiungere l’isola cimiteriale. Nella breve navigazione di una fermata, malgrado il sole a picco e l’arancione dei mattoni che la perimetra, per chi è suggestionato dalla pittura, San Michele può trasformarsi facilmente ne L’isola dei morti, il celebre oscuro quadro di Böcklin. Perché in un certo senso questo attraversamento ha gli elementi tetri e complessi di un passaggio ultraterreno, ed io e la mia guida è come se ne portassimo silenziosamente le stigmate, giacché siamo vestiti completamente di nero, come due becchini, o due macchie malinconiche fra i pantaloncini sgargianti e le canottiere dei turisti. Nessuno scende alla fermata, tranne noi.

San Michele può trasformarsi facilmente ne L’isola dei morti, il celebre oscuro quadro di Böcklin.

Premessa. La verità è che dopo un paio di bianchetti nei soliti bar del mio amico, siamo fuggiti dai vizi fastidiosi di quel groviglio di macchine fotografiche e telefonini che è Venezia nelle deportazioni della calda stagione. Un’insostenibile demenza alimentata da Google Maps e Air B&B e psichiatrizzata dagli smarthphone e da interminabili e compulsivi selfie ad ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, tanto che solo a tarda notte riusciamo a discutere del nostro esistere passeggiando per le calli, finalmente deserte.

Vale la pena raccontare un piccolo incidente accaduto prima di arrivare alle Fondamente: il telefono di una signora, probabilmente americana, sovrappeso e pezzata di rosa dal sole, in un contatto involontario vola via. Pierpaolo lo raccoglie con garbo, se non fosse che, nel renderglielo, nota sullo schermo il videogioco a cui la corpulenta signora d’oltreoceano si appassiona, e il rocker diventa meno tenero: «Signora, lei sta camminando in una delle città più belle del mondo e si preoccupa del videogioco?». È l’irritato dolore di un uomo che ama la città in cui vive.

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Alla disperata ricerca di un po’ di quieto silenzio, optiamo per il cimitero. Gli accenno allora di questa curiosa rubrica, “RIPadvisor”, recensire un cimitero. Pierpaolo si fa una risata: «RIPadvisor? Va bene, sarà un contraltare perfetto a questo maledetto trambusto». Colmare quel vuoto grottesco e affannato del villeggiante con la pienezza effimera dell’eternità, in un’altra città parrebbe una ridondanza poetica; non a Venezia, dove anche la ritualità della morte sembra il frutto di un’astratta cospirazione.

Dal vaporetto ti aspetti di attraccare presso il maestoso portale che ammiri dalla costa opposta, ma si naviga di lato ai tre archi (a sesto acuto, secondo le reminescenze di Storia dell’Arte) e all’Arcangelo Michele che veglia la scalinata in basso, si oltrepassano trifore con i vetri decorati e rotti. L’isola fu sede dell’antico carcere politico, dell’antico collegio, dell’antica biblioteca o di vecchie leggende, come quella della fossa numero 6, dove scomparve il corpo di suor Serafina, che non voleva sentir parlare di santità. E chissà cos’altro.

All’ingresso tutti i divieti del caso: vietate le fotografie, vietato vestire i bermuda, niente bivacchi, niente animali e… Vietato fumare. Decidiamo allora di fumare una sigaretta lì fuori, mentre studiamo velocemente i numeri romani con cui vengono indicati i vari padiglioni. Andremo a caso, senza un ordine preciso, spingendoci dietro ai cipressi e agli epitaffi. Un unico punto fermo però: Franco Basaglia.

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Entriamo in un chiostro ottocentesco. Il lungo porticato sulla sinistra che conduce verso il complesso del monastero è lastricato, in terra e sulle pareti, da innumerevoli lapidi, mentre a destra si apre un emiciclo, oggi in parte recintato dagli operai che stanno svolgendo dei lavori. Da questo lato ci sono le cappelle monumentali, tra cui quella Salviati, una delle 17 tombe extralusso con marmi e mosaici rivendute da poco dal comune di Venezia per coprire i costi di manutenzione. Acquirente: Dominique Vacher, direttore di una casa farmaceutica francese, per la modica cifra 350mila euro.

Ciò che in cuor mio mi intontisce dei cimiteri sono proprio le differenze sociali che in essi si cristallizzano. Nemmeno la morte pareggia i conti. Sono frammenti corticali che producono farneticazioni a voce alta su cosa spinga un essere umano a costruirsi una reggia finanche per il proprio cadavere. In un certo qual modo è comprensibile quando si edifica il sepolcro in onore di chi è scomparso, per mantenerne la memoria e trasmetterne gli insegnamenti, ma riguardo a chi lo compra in anticipo proprio non ci arrivo. «Non lo so, evidentemente è un retaggio culturale. La cosa buffa di quando andai a visitare la tomba di Carmelo Bene, nel cimitero comunale di Otranto, fu che nella cappella, dove c’è soltanto la sua salma, sai che c’hanno messo? Una Madonna alta due metri… Quando la vedi, ti viene voglia di bestemmiare. Proprio lui che scrisse Sono apparso alla Madonna», dice il mio compare. E ripenso alle parole di Bene quando afferma che chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale, è così che vedono la Madonna. Malgrado ci sia poco da sperare nell’aldilà, è come se il sentimento della nostra caducità venisse consolato da vagonate di marmo: «È un business senza pari, ti dirò che addirittura la mafia del Brenta iniziò i suoi sporchi affari proprio qui, con il pizzo sulle tumulazioni». Forse hanno ragione loro e nell’aldilà abiteremo i luoghi della nostra sepoltura.

«È un business senza pari, ti dirò che addirittura la mafia del Brenta iniziò i suoi sporchi affari proprio qui, con il pizzo sulle tumulazioni».

Ci dirigiamo in direzione dei recinti acattolici, evangelici e greci. Fra anonimi e figli delle grandi famiglie veneziane come i Mocenigo, Pierpaolo mi parla della città: «Nel ‘500 in questa città vivevano più o meno 500mila persone, in gran parte non erano nemmeno residenti. L’impressione che doveva fare a un visitatore dal nord Europa, quando Berlino appariva come un villaggio, era alla stessa stregua di quella di un nostro migrante che a inizi ‘900 approdava per la prima volta New York. Boom, il caos! I morti prima dell’editto di Saint Cloud pure qui venivano seppelliti davanti casa, mica c’erano i masegni. Solo che c’erano anche le epidemie». Ne parla con orgoglio lagunare, anche se è stata l’inquietudine a trovargli casa qui.

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Nel settore evangelico, all’ingresso, sulla sinistra v’è una piccola edicola in legno, aperta: dentro lettere sgualcite, l’icona di un santo ortodosso e libri in cirillico; non distante c’è il poeta e drammaturgo di Leningrado, Joseph Brodsky. Finalmente scorgiamo due persone, una coppia dell’est in silenzio davanti alla sua lapide bianca, semplicissima, un vaso di girasoli e qualche fiore avvizzito. Visto il periodo temo di incrociare qualche fan di Ezra Pound, per cui i Canti pisani sono una tarantella toscana. E invece no, nessun fiore, l’alloro non permette di vedere bene la lapide, di fianco riposa la sua compagna, la violoncellista Olga Rudge. Durante l’occupazione angloamericana Pound fu preso ed esposto in una gabbia a pubblico ludibrio; Pound era la voce della radio inglese fascista. Pierpaolo che si commuove con i poeti russi, che a un certo punto della sua vita grazie a Majakovskij racconta di aver ritrovato il fervore politico, con un tono privo d’accusa commenta laconico: «Tanti in quegli anni si fecero affabulare dal fascismo». Pierpaolo, nel suo eclettismo insalubre, mi meraviglia continuamente per il suo equilibrio e per un solenne rispetto nei confronti dell’essere umano, specialmente per gli ultimi e i poeti, è qualcosa di fecondo e innato.

Sempre nell’evangelico, sul muro ad est, dentro una cornice ad arco sospesa, stretta e lunga, non ci sfugge una coppa, è quella dei campioni assegnata come premio fino al ’66, diversa da quella attuale dalle “grandi orecchie”. Ai manici penzolano alcune sciarpe dell’Inter. Un sepolcro che ricorda il viso oblungo, squadrato e un po’ triste di Helenio Herrera. Pierpaolo la fissa malinconico per un po’ e senza fatica scova il cordone fra un campione dello sport e dove ci troviamo: «I cimiteri sono dei luoghi di arrendevolezza, dove capisci che a un certo punto ci si può lasciare andare». In verità non sono sicuro di questa affermazione, ma suona affascinante.

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Le cicale e la ghiaia che scricchiola sotto i nostri piedi, sono gli unici rumori che si avvertono oltre allo sporadico rombo del motore dei vaporetti e allo sciabordio dei barchini. L’odore di salsedine si mescola a quello delle foglie d’alloro e della resina di cipressi, querce, pini e tassi. Sotto uno di questi ci bagniamo la testa ad una fontanella. Lì vicino, dei piccoli annaffiatoi verdi sono appesi in ordine su una griglia metallica pronti a dissetare i fiori in sofferenza per questo caldo. Ma anche a San Michele vige la nuova, barbara, regia oscura dell’ozio eterno che cura gli addobbi e le rimembranze: «Non mi spiego perché mettano i fiori di plastica, è offensivo. Almeno qualcuno ha il buon senso di metterne di carta», mi dice Pierpaolo.

Aggirando uno dei muri di cinta dei padiglioni, passando per un corridoio di mattoni ornato di edera, si arriva alla zona ideata dall’archistar David Chipperfield e inaugurata nel 2007: un monolite grigio rettangolare chiamato Corte dei Quattro Evangelisti e precipitato lì dalla modernità. Ogni corte ha il nome di un evangelista; sappiamo mica come giudicarlo: bello, brutto, tetro, razionalista o irrazionale? Siamo disorientati. All’interno dell’area ci sono tre giardini che offrono un minimo di respiro e che ricordano quelli di certi quartieri borghesi; ciò che però mi fa constatare Pierpaolo sono le epigrafi. Qui ovviamente ci sono sepolture meno datate, e si sente il passo dei tempi, infarcite di un’infinità di banalità: “Ti abbiamo tanto amato e continuerai a vivere in noi”, “Ti ricorderemo sempre per la tua dolcezza” e così via. «Ti rendi conto? A questo gli hanno scritto “ciao”… È come se i parenti avessero chiuso una pratica, mentre nelle vecchie lapidi trovi storie, poesie, breviari di vita che ti spezzano il cuore. Tra poco ci saranno emoticon pure sulle pietre tombali». Poi mi ammicca con un ghigno e indica un loculo vuoto: «Ce n’è uno libero, se vuoi…».

«Tra poco ci saranno emoticon pure sulle pietre tombali».

Di tanto in tanto troviamo piccoli cubi ammassati che formano piramidi a metà che, suppongo, siano dei cinerari. Pierpaolo medita davanti a qualche foto, fino a quando i ricordi affiorano dal tempo e inizia a narrarmene la vicenda, come quella di due fratelli delinquenti che hanno messo a ferro e fuoco la provincia. Anche qui me ne parla senza giudicare, con delicatezza, come se si trattasse solo di storie più esposte di altre, ma pur sempre storie.

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Prima di entrare nel reparto greco, scorriamo davanti al recinto VIII, quello dei bambini, e gli occhi in automatico finiscono sulle date. Senza dirci una parola calcoliamo anni o mesi di vita, fra di noi cala un silenzio intenso, complice della nostra fortuna e rassegnato sui morti che abbiamo già seppellito. Siamo consapevoli che il tarocco numero 10 con la ruota, a noi è uscito dal lato giusto già tante volte.

Il greco è adiacente e simile al reparto evangelico. Tanti sono gli ospiti provenienti dell’ex impero sovietico, a vedere le iscrizioni e i disegni sui marmi parecchi sono musicisti, ma una delle prime pietre che ci colpisce è quella di Sergej Djagilev, fondatore dei Ballets Russes; una piccola cupola ad altezza uomo che si erge da terra, nulla di grandioso se non fosse che nel corpo centrale sono appoggiate tante scarpette da danza, qualcuna è annerita dal tempo. Un quadro che entra in cortocircuito con altri luoghi della memoria che ho visitato, ben più tragici. Le cronache raccontano Djagilev come un despota dell’arte, la collaboratrice Coco Chanel pagò le spese per la tumulazione. Lì a fianco, a terra, in sordina, dimesso, in un avello con solo nome e cognome, un suo amico, il compositore Igor Stravinskij che, giovanissimo, scrisse le musiche dei balletti per gli spettacoli della compagnia. Stravinskij, che morì a New York, chiese di essere seppellito vicino a Djagilev.

Solo all’uscita ci rendiamo conto di aver puntualmente dimenticato Franco Basaglia, l’unico intellettuale che sentivamo di dover omaggiare. Siamo debitori verso quell’uomo e decidiamo, con l’intramontabile scappatoia dei turisti che non riescono a vedere la Fontana di Trevi, che ci torneremo. Alla prossima visita. In attesa del vaporetto domando se ha mai pensato di farsi seppellire qua: «No, no, voglio farmi cremare, vaffanculo! Fate sparire Capovilla, che non se ne senta mai più parlare!».

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