Persone, luoghi e altre storie
Magazine
Books

Morti che parlano – Il cimitero di S. Maria di Gesù, Piazza Armerina

10/10/2018
RIPadvisor

A cura di Graziella Manno

Invece del solito trip certe volte è meglio un rip. RIPadvisor è la nostra rubrica di reportage cimiteriali: un racconto fotografico e narrativo aldilà dei luoghi comuni.

Valutazioni:

Cipressi +++++
Pietre ++++
Eros +++
Thanatos +++

F5 JLR S

A Piazza Armerina, nel bel centro della Sicilia, la lingua gallo-italica racconta l’arrivo, intorno all’anno Mille, di gente ligure-piemontese. Soldati e contadini della Marca aleramica dell’Italia nord-occidentale, detta comunemente “lombarda”; gente longobarda che si è portata dietro la sua lingua, che si è conservata per secoli, in mezzo ai monti al centro dell’isola.

Sono qui, ed entro nel cimitero di S. Maria di Gesù: era la selva dell’ex convento dei frati minori osservanti, poi sostituiti dai frati minori riformati. Fermo il primo passante, un uomo alto ed elegante: mi dice che questo è il “cimitero vecchio”, ma che in realtà quello posto in contrada Bellia è entrato in funzione prima.

Lui continua il racconto, io continuo ad ascoltare. Diatribe tra Stato e Chiesa, tra nobili e popolo, terreni, passaggi di proprietà, necessità spirituali, politiche, particolarismi. E poi il 5 settembre 1806, quando Napoleone estende l’editto di St. Cloud all’Italia ordinando di seppellire i morti fuori dal centro abitato per motivi igienico-sanitari. La legge, in realtà, arriva in Sicilia dopo una decina d’anni, incontrando ostacoli di ogni tipo: dal vincolo di inedificabilità per il rischio di inquinamento delle falde, alle resistenze dei nobili e del clero che non volevano rinunciare al seppellimento nelle chiese. Si rimanda, si deroga, si continua a seppellire a Santa Maria di Gesù, dentro le mura del convento ma la tassa sulle sepolture costa il doppio, secondo il regolamento comunale del 1883.

Fuori dalle mura, alle neviere di contrada Bellia, invece – dove oggi sorge il “cimitero nuovo” – si raccoglieva la neve caduta in inverno, che poi si vendeva per necessità di refrigerazione, o per preparare granite o gelati. E durante le epidemie di colera, si seppellivano i morti infettati.

Fuori dalle mura, alle neviere di contrada Bellia, invece – dove oggi sorge il “cimitero nuovo” – si raccoglieva la neve caduta in inverno, che poi si vendeva per necessità di refrigerazione, o per preparare granite o gelati.

F11 JLR S

Saluto il signore elegante, ci stringiamo la mano. Lui va, io resto in mezzo alle cappelle gentilizie di fine Ottocento in stato di abbandono e alle croci di ferro conficcate tra le pale di fichi d’india; qui non serve portare fiori. È già tutto fiorito. Quasi che la natura voglia ristabilire quella dimensione egualitaria che le resistenze culturali non permettono.

C’è una bella vista su Piazza Armerina (Ciazza, in gallo-italico, Chiazza, in siciliano). C’è qualche accenno di ristrutturazione, cupole neoclassiche accanto a forme quasi futuriste, intorno a quella certezza che pone tutti sullo stesso piano, la morte. Pochi visitatori abituali, qualche turista, ma tanti altri abitanti, animali e piante, popolano ogni angolo di terra. E poi ci sono i morti, che parlano in gallo-italico.

Prima di andarsene, il signore mi ha detto di passare in biblioteca, e di cercare le poesie satirico-umoristiche di Carmelo Scibona (nato a Piazza Armerina, morto a Piazza Armerina). In quella raccolta, del 1935, i morti chiedono al sindaco e agli assessori di costruire una strada carrozzabile, che porti i vivi a visitarli.

C’è una bella vista su Piazza Armerina (Ciazza, in gallo-italico, Chiazza, in siciliano). E poi ci sono i morti, che parlano in gallo-italico.

F9 JLR S

Cellentiss’mi: Sinn’ch’e e assessöri
Lustrissimi e magnadi cuns’gghèri
Simu s’curi, viautri s’gnöri,
Scuttè d’ tutti noi sti prieri:
Bannunandi zzà intra u z’m’tèri,
“Mannelli quattr’ mastr’ muraöri”
O Crist’, furra nostr’ d’s’deri
D’ ved’ patri e matri, frai e söri.
Na cosa söla sarea u nostr’ ntènt,
Cert ognungh’ da Vostra S’gnuria,
Cu gh’ à l’amisgi, cu gh’avè parènt.
Noi non v’ dumannoma a ferruvia,
Ne l’aut’mobu, né u baluni a vènt’
So v’ priöma: D’ dr’zzenn’ a via…

Questa una mia traduzione:

Eccellentissimi: Sindaco e Assessori
Lustrissimi e magnanimi consiglieri
Siamo sicuri, che voi signori,
ascolterete le preghiere da parte di tutti noi:
Abbondonati dentro questo cimitero,
“Mandateceli quattro mastri muratori”
O Cristo, sarebbe nostro desiderio
Vedere padri e madri, fratelli e sorelle.
Una cosa sola è il nostro intento,
Certo ognuno della Vostra Signoria,
Chi ha amici, chi ha parenti.
Noi non vi chiediamo la ferrovia,
né l’automobile, né l’aerostato
Solo vi preghiamo di rendere percorribile la via.

Sfoglia la gallery: