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La memoria dei morti – Il cimitero di Marzabotto

28/09/2018
RIPadvisor

A cura di Alessandro Monaci

Invece del solito trip certe volte è meglio un rip. RIPadvisor è la nostra rubrica di reportage cimiteriali: un racconto fotografico e narrativo aldilà dei luoghi comuni.

Valutazioni:

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A ben vedere è un paradosso. Visitando una necropoli etrusca volevo realizzare il RIP advisor più antico della serie, invece mi trovo a dovermi confrontare con l’istinto che vorrebbe portarmi nel vicino cimitero di Marzabotto, triste protagonista di una storia più prossima a noi e che fagocita gran parte della mia attenzione.

Da certi punti di vista è normale che accada ciò: i cimiteri hanno la principale funzione di preservare la memoria dei defunti. La lapide indica “sono esistito!”; permette ai discendenti di avere un oggetto fisico al quale legarsi, un manufatto da rivedere per ravvivare il pensiero. Ma se dei morti cancellassero il ricordo di altri morti?

Faccio fatica a non pensare continuamente a questo mentre passeggio per le rovine archeologiche, pervaso dalla sensazione di essere in un luogo defunto, la cui identità è andata persa nello scorrere di venticinque secoli. Kainua (forse, anche il nome nel corso degli anni è stato cancellato dalla memoria degli uomini) era una grande città etrusca che dagli Appennini si affacciava sulla pianura Padana, a pochi chilometri dai terreni che vedranno poi crescere Bologna. Fu ricca, prospera e moderna; aveva templi, acquedotti, strade e due necropoli.

Ma se dei morti cancellassero il ricordo di altri morti?

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Probabilmente, camminando al loro interno, le necropoli di Kainua avrebbero mostrato un aspetto non molto dissimile dai nostri cimiteri moderni. Poste appena al di fuori dalle mura cittadine, le tombe erano interrate e a emergere era solo una piccola “lapide”, generalmente dalla forma ovoidale, formata nei casi più semplici da ciottoli di fiume, fino ad arrivare a sculture in marmo per i ceti più ricchi.

Arrivati i romani, conquistarono la città e costruirono una nuova strada più a est e Kainua venne dimenticata. Il fiume, scintilla originaria della sua fondazione, ne decretò anche la fine, sommergendo coi suoi sedimenti i resti degli edifici, in un atto di naturale e pietosa inumazione. Non furono più le lapidi che spuntavano dalla terra a prolungare il ricordo dei vecchi abitanti, ma i vari oggetti che saltuariamente emergevano durante i lavori nei campi. Il ricordo era presente ma sotterraneo, finché nell’Ottocento – spinti dalla moda dell’archeologia – non si decise di scavare e la vecchia città fu riportata alla luce.

Ora tutte le fondamenta sono visibili e formano un reticolo simile a un Google Maps in pietra ed erba, rendendo semplice passeggiando su di loro immaginarsi la vita che animava queste case; mentre al contrario le tombe non più interrate paiono dei tozzi sarcofagi disposti in ordine causale sul prato, privi di quella sacra inquietudine che normalmente permea i luoghi di sepoltura.

Poteva diventare un celebre sito archeologico, ma quando la riscoperta della memoria dei vecchi abitanti della piana sembrava definitiva, arrivò la Seconda Guerra Mondiale a rispedirli nell’oblio. Nello specifico, furono le azioni della 16a divisione SS-Panzergrenadier a sovrastare, con la loro enormità in fatto di crudeltà, la memoria di tutti i luoghi nelle prossimità di Marzabotto.

Alla fine cedo, e non riuscendo a ignorare la sorte successiva alla storia antica di queste terre, abbandono i panni romantici con cui s’avvolge l’archeologia e mi spingo fino a dove più di settecento civili furono uccisi dalle truppe tedesche e dai loro collaboratori repubblichini tra il settembre e l’ottobre del ‘44. Uccisioni che, per ironia e per spregio, avvennero anche nei luoghi sacri in cui la comunità celebra ed elabora il lutto: i cimiteri.

Furono le azioni della 16divisione SS-Panzergrenadier a sovrastare, con la loro enormità in fatto di crudeltà, la memoria di tutti i luoghi nelle prossimità di Marzabotto.

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Ecco che così i campisanti di queste tranquille frazioni di Marzabotto, piccoli prati circondati da modesti muri di pietra e costellati da rade lapidi, si sono trasformati in luoghi del delitto. Le lapidi di inizio secolo (quello scorso), da oggetti capaci d’intrattenere la curiosità di qualche lontano parente o di qualche raro curioso dei tempi che furono come me, sono diventati dei memento mori della peggior specie.

I fori lasciati nel marmo dai proiettili mi mettono in comunicazione direttamente con l’avvenimento, aggirando la persona ricordata dalle scritte e dalla foto, la quale viene anzi privata del proprio oggetto del ricordo. Guardo la lapide e vedo solo la fucilazione, non più la vita di un tranquillo contadino emiliano, e l’intera valle scompare, non essendo più possibile cogliere la sua normalità ma solo l’eco della tragedia.

Il contrasto fra il panorama naturale e la storia è netto. Osservo le colline dai profili dolci e le piante da poco toccate dai caldi colori dell’autunno. Il clima è mite e invoglia a rilassarsi tra le vie sinuose che collegano le varie frazioni, o a sdraiarsi sui prati che ormai nessuno taglia o su cui più nessuno porta al pascolo le bestie. Sarebbe il luogo perfetto per una tranquilla gita, immersa in quella natura senza estremi e senza sfarzo che sa appunto per questo regalare un vero momento di calma.

La passeggiata è però disturbata dalle bacheche commemorative e i resti delle due chiese bruciate, anch’esse ridotte alle fondamenta, ricordano quell’orrore che ormai porta alla mente anche solo il nome di questo paese; un contrasto anche questo, se si pensa che il territorio è racchiudibile nella luminosa definizione di “Parco Regionale Storico di Monte Sole”.

I nuovi morti, col loro carico di dolore e tragicità, sovrastano la valle e la curiosità ispirata dai vecchi avi. E l’antica città etrusca è nuovamente sepolta sotto nuove e più tragiche rovine.

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