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Magnifica incompiuta – Il cimitero San Cataldo di Modena

15/05/2018
RIPadvisor

A cura di Martino Pinna

Invece del solito trip certe volte è meglio un rip. RIPadvisor è la nostra rubrica di reportage cimiteriali: un racconto fotografico e narrativo aldilà dei luoghi comuni.

Valutazioni:

Cipressi +
Pietre +
Eros +
Thanatos +++++

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Il cimitero San Cataldo è diviso in due: da una parte il cimitero vecchio di Cesare Costa, di metà Ottocento, che ha proprio tutto quello che un visitatore si aspetta da un cimitero: pietre, marmo, colonne, statue e lunghi portici che curiosamente ricordano il centro storico di Modena, non solo per l’architettura, ma anche per l’atmosfera, dato che nelle sere d’inverno, in entrambi i luoghi, è difficile incontrare un’anima viva.

A metà si trova il piccolo cimitero ebraico con le sue lapidi sbilenche, e anche qui il visitatore si sente vicino all’idea che ha di un cimitero, ancora nessuna sorpresa. Superato un colonnato di cemento si arriva all’altra metà del cimitero, quella moderna. In lontananza si inizia a intravedere qualcosa di strano, linee nette, tetti azzurri, un grosso cubo arancione. Varcata questa soglia il visitatore non sa più dove si trova: è entrato nel regno metafisico-razionalista di Aldo Rossi, la parte più discussa del cimitero di Modena.

«In generale la gente vuole evitare i grossi cimiteri.»

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E’ considerato un capolavoro di architettura, i disegni sono esposti al MoMa di New York e da tutto il mondo vengono turisti per visitarlo e fotografarlo, ma quando ne ho parlato con un tecnico del comune mi ha spiegato che molti modenesi non vorrebbero mai farsi seppellire lì. «In generale la gente vuole evitare i grossi cimiteri» mi ha detto. «Preferiscono i piccoli cimiteri di paese, e infatti abbiamo problemi di ampliamento, perché questi cimiteri sono fatti per paesini di 3-4mila abitanti. Ma dalle città arriva gente che improvvisamente si ricorda che quello era il paese dei genitori, della nonna, della prozia. Vogliono andare in campagna, non qui».

Per quanto possa apparire destabilizzante, in realtà la “città dei morti” (così l’aveva definita Rossi) non è altro che la versione moderna del vecchio cimitero del Costa, il suo gemello del futuro. E secondo il tecnico il problema è proprio questo: troppo moderno, troppo freddo, e non solo. «C’è anche troppa uguaglianza. Così come non mi piace l’idea di vivere in un palazzone con tutte le finestre uguali, non mi piace l’idea di essere seppellito in un posto così» mi ha spiegato. «Intendiamoci, è un capolavoro, è geniale. Ma non mi ci farei seppellire».

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Il punto è che i morti, come i vivi, preferiscono la graziosa villetta/cappella di campagna magari con pochi vicini di tomba e un bel paesaggio davanti, e non il palazzone popolare e razionalista da dividere con tutti gli altri. Eppure proprio l’uguaglianza era una delle idee alla base del progetto di Rossi del 1971.

Uguaglianza sociale ed economica, perché in teoria i morti sono tutti uguali. Ma anche uguaglianza tra le religioni. Nelle intenzioni doveva essere un cimitero laico, senza simboli, adattabile a ogni tipo di rito. E ancora, uguaglianza tra i vivi e i morti, perché tutti i morti sono stati vivi e tutti i vivi saranno morti. Così scriveva Rossi: “Il concetto centrale di questo progetto era forse quello di aver visto che le cose, gli oggetti, le costruzioni dei morti non sono differenti da quelle dei vivi”.

Un tempio di tutti, dove la luce sarebbe entrata dall’alto illuminando l’interno della fossa comune come “la cappa di un’officina deserta”.

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L’aspetto però che rende questo cimitero davvero metafisico e inafferrabile è che non esiste. Sono passati quasi cinquant’anni dal primo progetto e a oggi non è ancora stato completato, e probabilmente non lo sarà mai. Secondo quanto mi ha detto il co-progettista Gianni Braghieri, quello che possiamo vedere oggi è circa il trenta per cento di quello che doveva essere costruito. Mancano alcuni degli elementi fondamentali. Ad esempio nei magnifici disegni di Rossi c’è un grande cono alto 25 metri, l’edificio più simbolico e visionario, un tempio di tutti, dove la luce sarebbe entrata dall’alto illuminando l’interno della fossa comune come “la cappa di un’officina deserta”, secondo le parole dell’architetto.

Ma oggi, un po’ perché l’idea è ancora troppo ardita, un po’ perché diminuiscono le sepolture e aumentano le cremazioni, una città dei morti non serve più. Degli elementi più simbolici del progetto è stato costruito il grande ossario cubico, senza tetto, con finestre tutte uguali, definito da Rossi “una casa abbandonata o non finita”, definizione che si adatta all’intero cimitero. E di fronte a questa magnifica incompiuta, immersi in un paesaggio metafisico a osservare qualcosa che non c’è, il visitatore viene colpito dal sentimento più forte che un cimitero può suscitare: l’assenza.

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