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L’eterno letargo – Il cimitero di Macugnaga

10/07/2018
RIPadvisor

A cura di Viola Bonaldi

Invece del solito trip certe volte è meglio un rip. RIPadvisor è la nostra rubrica di reportage cimiteriali: un racconto fotografico e narrativo aldilà dei luoghi comuni.

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cimitero_Macugnaga_Walser_Piemonte_monte_rosa

Visito il cimitero di Macugnaga la mattina che segue l’incontro con Maurizio, una delle poche guide alpine della parete est del Monte Rosa. Gli ho chiesto informazioni a riguardo.
«La parete est è la è la più difficile da scalare».
«No, informazioni sul cimitero, intendo».
«Il cimitero? Ah! É inutile andarci con tutta questa neve, non si vede nulla, è tutto coperto», ha risposto prima di cominciare la descrizione di questo piccolo mondo sommerso.

All’alba di un giorno di febbraio mi ritrovo davanti al cumulo di neve che blocca la base del labile cancelletto che separa il sentiero pedonale dall’area sacra. Uno alla volta divincolo gli scarponi dalla morsa bianca, scavalcando il confine creato dal gelo. La registrazione della conversazione con Maurizio a fare da guida.

«Io sono originario di Bannio Anzino, a metà valle, che non ha nulla a che fare con l’alpinismo. A quattordici anni mi sono comprato un libro di nodi e ho imparato a farli da solo. Ho cominciato ad andare ai corsi del CAI, poi ho avuto la fortuna di andare a militare e lì sono diventato subito istruttore di alpinismo a diciotto anni. Mi allenavo sempre. Ho continuato ad insegnare rinunciando anche ai permessi tanto mi divertivo».

I morti se ne stanno sotto terra come piccoli animali, nel più lungo dei letarghi.

Macugnaga_Monte_Rosa_cimitero

Le orme fresche lasciate dagli stivali sono tra le poche presenti, qui. Negli ultimi giorni quasi nessun parente è passato, nessun visitatore, e i morti se ne stanno sotto terra come piccoli animali, nel più lungo dei letarghi. La neve li tiene al caldo, come fa con il grano, ma in primavera non ci sarà rinascita. Un passaggio pedonale è stato creato per aiutare chi non rinuncia ad andare a messa nella piccola chiesa al centro del cimitero. Arrischio una deviazione, con il timore di calpestare la tana di questa gente.
I Gesù crocifissi tendono la testa verso l’alto alla ricerca d’aria, protetti da un piccolo tetto come quelli delle case di qui. Altre croci in cemento spuntano qua e là, e più nulla. Il muro di roccia circonda il camposanto montano, e termina in un piccolo porticato. Il terreno diventa duro.

«Il Monte Rosa l’ho scalato un po’ di volte. Quando non sei guida hai delle emozioni diverse, mentre quando porti i clienti hai delle soddisfazioni maggiori perché è come se fossero tuoi amici. Devono diventarlo, deve esserci sintonia perché danno la vita in mano a te».

Arrischio una deviazione, con il timore di calpestare la tana di questa gente.

Qui sotto ci sono le tombe di famiglia, libere dalla neve ma aperte agli altri eventi atmosferici. I fiori danno una nota di colore al bianco, che inizia a riflettere i colori del sole che sorge, rosso, rosa, giallo. Le poche statue danno le spalle al Monte Rosa e si affacciano sull’ingresso della chiesa. Le campane hanno rintoccato da poco le 7. Oltrepassate le sculture, sul muro si trova una lastra lunghissima: “Il gruppo italiano scrittori di montagna, nel 50° anniversario della fondazione, a ricordo dei propri soci defunti – poeti, scrittori, artisti, studiosi interpreti delle supreme bellezze dell’Alpe”. Sette fitte colonne di nomi dividono la lastra; Dino Buzzati, Pietro Solero, Italo Mus si trovano sulle prime di sinistra; sulla destra, i nuovi arrivati, in un perpetuo aggiornamento.

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«Ho avuto negli anni qualche esperienza pericolosa, fa parte del mestiere. I rischi maggiori sono le cadute di sassi perché sono imprevedibili. Quando fa troppo caldo non puoi far vie come il canalone Marinelli del Rosa, perché scendono scariche di detriti. Nel cimitero tanti morti vengono da lì. Il Marinelli si chiama così perché nel ’52 una cordata composta da Damiano Marinelli e altri quattro scalatori ha tentato di salire il canalone. Sono precipitati tutti».

Poco lontano dai maestri delle arti, rocce e targhette ricordano nomi dei lavoratori della miniera d’oro del paese, di guide alpine, scalatori e alpinisti. Queste ricoprono una delle pareti della chiesa, insieme a croci ed arnesi a me sconosciuti.

«Nel cimitero c’è un’area dedicata agli alpini» continua la voce di Maurizio, dal registratore.
«Con il club dei 4.000, CAI, Soccorso Alpino, abbiamo fatto un bel monumento con tutti nomi delle persone della valle cadute in montagna, non solo sulla parete Est. Le targhette sono in cordata, come gli scalatori».

Il sole è quasi totalmente sorto. Spengo il registratore. La voce di Maurizio lascia spazio al vociare di un gruppo di sciatori che si avvicina all’impianto di risalita poco distante. Li si sente dal cancello.
Ricalpesto le mie orme, questa volta con più sicurezza, togliendo il disturbo.

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Macugnaga è uno dei paesi dell’alto Piemonte in cui ancora si parla il Walser, la lingua germanica parlata nella Svizzera tedesca nell’alto medioevo. Una lingua fossile, rimasta incastonata per secoli in quelle valli.
Lì abbiamo realizzato uno dei 5 reportage che compongono il nostro primo libro,Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza“. Puoi acquistarlo qui.