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Cédric Herrou, il Kant di Ventimiglia

13/05/2017
Presente e passato

A cura di Hugo Bertello

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Immanuel Kant detestava notoriamente viaggiare e trascorse la quasi totalità della propria esistenza a Königsberg, nella Prussia Orientale, città oggi ribattezzata Kaliningrad e parte dell’enclave russa sul Baltico.

Cédric Herrou, cittadino francese salito alla ribalta nelle scorse settimane in relazione al discusso reato di solidarietà, pare condividere quella stessa avversione agli spostamenti.
Nato a Nizza nel 1979, non ha mai lasciato lo stretto lembo di terra che separa il capoluogo da Breil-sur-Roya, paesino montano che ai tempi di Kant rispondeva al nome di Breglio e faceva parte di una protuberanza del Regno di Sardegna in Francia.

Filosofo illuminista dagli ampi boccoli l’uno, coltivatore di olive con scarponi e accessori da moderno intellettuale bohémien l’altro, si troverebbero d’accordo se l’argomento di discussione fosse il ruolo dell’etica nella storia.

Filosofo illuminista dagli ampi boccoli l’uno, coltivatore di olive con scarponi e accessori da moderno intellettuale bohémien l’altro, si troverebbero d’accordo se l’argomento di discussione fosse il ruolo dell’etica nella storia.

In un brillante documentario diffuso di recente dal The Guardian intitolato “The Valley Rebels”, pare evidente come lo scontro che va in scena tra Herrou e il sindaco di Menton Jean-Claude Guibal – sulla possibilità di prestare assistenza ai migranti che cercano in gran numero di attraversare il confine tra Italia e Francia – non sia altro che una riedizione dello scontro ottocentesco tra lo stesso Kant e Jeremy Bentham sulla migliore via alla realizzazione dell’etica.

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Secondo Bentham, annoverato tra i padri fondatori dell’utilitarismo, la moralità di una decisione va misurata in base agli effetti da essa prodotti. Per Kant, invece, la morale ha una connotazione deontologica: si deve fare ciò che si ritiene giusto, indipendentemente dalle conseguenze che ne deriveranno.

In un caso esemplificativo, un dottore che abbia bisogno di una quantità di sangue fresco per salvare la vita di dieci pazienti, per Bentham sacrificherà volentieri la vita di un undicesimo paziente accorso presso l’ambulatorio per un leggero mal di testa, in modo da garantire felicità a un numero maggiore di persone; per Kant, invece, somministrerà un analgesico all’undicesimo e correrà il rischio di perdere tutti gli altri, in quanto decisione giusta.

Jean-Claude Guibal, così come Le Pen, Salvini e la stragrande maggioranza dei leader della destra europea, scelgono spesso di difendersi dalle accuse di mero razzismo con argomentazioni dalle parvenze raziocinanti, à la Bentham. Essi proclamano: “Tutta l’Africa in Italia non ci sta”, come dire, “la felicità dei pochi in arrivo causerà un’infelicità ancora maggiore in coloro i quali ci sono già”.

Bentham pare tornare di moda anche nei discorsi da bar, a tarda sera: perché ordire un’operazione come Frontex e salvare le gracili imbarcazioni che dalla Libia tentano la traversata del Mediterraneo? Lasciandone perire una si lancerebbe un ammonimento a tutte le altre. Di fronte a una bassa probabilità di riuscita, un numero minore di persone sceglierebbe di partire e di rischiare di perdere la vita: la matematica della felicità parrebbe vincente.

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Per la sfortuna dei loro propositori, tali argomentazioni non meritano di erigersi su una solida base utilitarista poiché peccano in svariati punti. In primo luogo, l’utilitarismo pone le sue basi sul presupposto che colui il quale debba effettuare una scelta non abbia a mente un vantaggio personale ma un vantaggio per l’intera umanità.

Nell’esempio precedente, il dottore genuinamente utilitarista sacrificherebbe l’undicesimo paziente anche se questi si riveli essere un suo conoscente o uno dei suoi figli. La scelta opposta non potrebbe giustificarsi come un’improvvisa conversione all’etica kantiana, ma prenderebbe tutte le parvenze di una scelta egoista. Il razzismo non è altro che la versione colorata dell’egoismo.

La seconda debolezza filosofica dell’utilitarismo della destra europea e d’oltreoceano è che l’utilità e la felicità, quando applicate a sistemi complessi, sono grandezze difficilmente misurabili. Sommando la felicità e l’infelicità di dieci milioni di cittadini Svedesi e dei 163 000 richiedenti asilo nel paese scandinavo nel 2015, quale valore si otterrebbe? E in Germania? Se si considera il solo dato economico, nel caso dei paesi sopracitati, i numeri non sembrano essere dalla parte di chi si oppone all’accoglienza.

L’utilità e la felicità, quando applicate a sistemi complessi, sono grandezze difficilmente misurabili.

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L’atteggiamento kantiano di Herrou verso gli infreddoliti migranti di Breil-sur-Roya e Ventimiglia, che questi accoglie presso il suo appezzamento di terreno tra tendoni in nylon, polvere e baccelli d’ulivo, si pone allora come unico imperativo categorico filosoficamente giustificabile.

L’etica deontologica kantiana pare allo stesso tempo l’unica in grado di offrire una soluzione di sistema. Una società dalla matrice utilitarista è una società in cui l’uomo sceglie di gestire il male con una calcolatrice in mano, rinunciando alle proprie capacità di giudizio.

La società dell’etica deontologica è invece una società in cui l’uomo è capace di innovare il mondo intorno a sé, scegliendo ciò che è giusto e fornendo un esempio per i propri simili.
Le calcolatrici aiutino a sviluppare modelli economici e legislativi in cui il mescolamento tra zone di ricchezza e zone di povertà materiale non dia origine a un’immensa area grigia, ma a un’area di opportunità per tutti.

Nel frattempo, libertà ai singoli cittadini che vogliano seguire il tracciato di Cédric Herrou, che anche senza boccoli ma con scarponi di montagna è il Kant di Ventimiglia.
 

*Fotografie dal mercato di Ventimiglia di Joushikijin, via Flickr