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Casa dolce fabbrica

Reportage

A cura di Mirco Roncoroni

Fotografie di Michele Perletti

La chiamano “rubber valley”, la valle della gomma. È il territorio del Sebino e della bassa Valcalepio: colli, vitigni e distretti industriali che dalla città di Bergamo si allungano a est fino al lago d’Iseo. Qui nasce il Valcalepio, vino DOC bergamasco. Ma il vero frutto del territorio è un altro, la guarnizione in gomma.
Con un’associazione di produttori e oltre trecento aziende sparpagliate in pochi chilometri quadrati, il distretto delle guarnizioni del Sebino non conosce crisi: principe delle esportazioni, tre miliardi di articoli prodotti annualmente, un fatturato di oltre un miliardo e mezzo di euro. Dietro queste cifre ci sono intere famiglie di extracomunitari che da casa fanno la “sbavatura” alle guarnizioni. Sottopagate e a cottimo. Ma con contratti regolari.
Siamo stati a casa di una di queste famiglie, per trascorrere insieme una giornata di lavoro.

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“Se vi ricordate anni fa aprendo il cofano di un’auto si vedevano motori mediamente sporchi, con perdite piccole o grandi. Oggi questo non accade più, e lo si deve soprattutto all’evoluzione delle guarnizioni in gomma. E qui a Bergamo, un intero distretto ha fatto delle guarnizioni il proprio punto di forza, diventando leader mondiale nel prodotto. Ma in termini tecnologici e produttivi che cosa si nasconde, cosa serve per realizzare questi oggetti? Andiamo in fabbrica!”.
[Luca Orlando de Il Sole 24 Ore introduce l’episodio della video-rubrica In Fabbrica dedicata al distretto della gomma].

Alle 9 di mattina lei guardava lui tuffare grossi pezzi di pane in una scodella colma di latte, mentre sfilava le prime guarnizioni della giornata pescate dal cumulo sversato sul tappeto del soggiorno. Di quel cumulo ora restano solo alcuni scarti sparpagliati sul pavimento, come le briciole di pane sul piatto della colazione rimasto ai piedi del divano. La gomma già lavorata, invece, è stata subito rimessa in un sacco e spostata sul terrazzo, tra il materiale già pulito e quello ancora da pulire.

S., il capofamiglia, è senegalese. Ha 53 anni ed è in Italia da quando ne aveva 30. Dal 1996 fa l’operaio in una fabbrica di plastica. Sua moglie M. di anni ne ha 36, fa la casalinga, cresce tre bambini, e durante il giorno pulisce guarnizioni. Marito e moglie siedono sul divano, uno accanto all’altra, con le mani che non smettono mai di sfilare gli anelli dagli stampi.

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“Ci conosciamo da quando siamo piccoli” dice lui. “Siamo cugini, lei porta il nome di mia madre”. L’inflessione wolof, la lingua parlata in Senegal e in parte dell’Africa occidentale, è ancora fortissima nonostante i ventitré anni trascorsi in Italia, da Catania a Catanzaro per i primi tempi, infine Bergamo.
Si sono sposati a Touba, in Senegal, nel 2001. “La città santa” la chiamano. Entrambi sono musulmani, “Muride” per la precisione, membri della Muridiyya, una confraternita islamica tipicamente senegalese. Da giovani facevano i commercianti di frutta e verdura, S. aiutava anche il padre nella coltivazione di arachidi a Casamance, la regione meridionale del paese. Quello del 2001 per lui era il secondo matrimonio, dal primo è nato un maschio che ha 21 anni e al momento è fuori casa per un colloquio di lavoro.
“Ci siamo innamorati con dei piccoli gesti” racconta S., lei sorride, insieme avvinghiano le dita ai polipetti in gomma per vincerne i preziosi anelli. Piccoli gesti anche questi: rapidi, automatici, quasi involontari.

“Ci siamo innamorati con dei piccoli gesti” racconta S., lei sorride, insieme avvinghiano le dita ai polipetti in gomma per vincerne i preziosi anelli. Piccoli gesti anche questi: rapidi, automatici, quasi involontari.

Lo sguardo di entrambi ondeggia tra le mani e la TV accesa sull’emittente senegalese Téle Futurs Medias. In un talkshow un predicatore discute a gran voce tagliando l’aria con l’indice dritto, “parla del profeta Muhammad” dice S.
Sulla TV italiana di solito guarda dei documentari o un programma che si chiama Affari in famiglia. Ripenso a un conoscente visto pochi giorni prima. Anche la sua famiglia era della Val Calepio, e anche la sua famiglia lavorava le guarnizioni davanti alla TV. Erano gli anni Settanta però.

“I nostri vecchi sgranavano il granturco nelle cascine, noi figli dell’industrializzazione le guarnizioni davanti alla televisione” aveva detto. “Non avevamo un cazzo ma ci facevano vedere I miserabili e andavamo a letto felici”.

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Senza mai smettere di lavorare, marito e moglie raccontano che le guarnizioni sono entrate nella loro vita nel 2008. A quel tempo insieme avevano già avuto due figli maschi, una femmina sarebbe arrivata nel 2010, quando la gomma abitava la casa già da due anni. Le avevano viste fare a degli amici e avevano pensato potesse essere un buon modo per incrementare le entrate. In fin dei conti potevano guadagnare restando seduti sul divano, non sembrava così male. Tutt’oggi non gli sembra così male, e non sono i soli a pensarla così: “Abbiamo dei parenti verso Brescia che vorrebbero fare le guarnizioni” dice M. “ma lì le guarnizioni non arrivano”.

Basta poco per farsi un’idea di un fenomeno sotterraneo e ben diffuso. Distribuite per la Val Calepio, famiglie di senegalesi, pakistani, indiani, puliscono quintali di guarnizioni ogni mese, a ogni ora, in ogni stagione. Come fantasmi si imprigionano nei salotti, nelle cantine, nei garage delle case popolari e di condomìni in stile anni Settanta, alla rincorsa dei propri limiti, perpetuando una tradizione che a quanto pare ha più di quarant’anni. Un mondo di sotto della provincia bergamasca che in superficie è sempre e comunque fieramente operosa, ordinata, per bene.

Funziona così: una telefonata alla ditta e un addetto arriva in pochi giorni a consegnare qualche sacco pieno di guarnizioni da lavorare. Ha una regolare bolla di consegna con quantità al dettaglio del materiale e relativo peso, No matter what the future holds è il claim che troneggia in testa. Scadenze la ditta non ne dà, certo è che non ti puoi tenere le guarnizioni a far da soprammobile, le grandi multinazionali dell’automobile non possono aspettare. E poi, più velocemente lavori, più lavorerai, in una corsa tra manodopera a basso costo a chi produce di più in minor tempo, a chi si accaparra prima ciò che potrebbe accaparrarsi un altro. All’incirca 0,0016€ per ogni singolo anello sfilato.

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“Quasi non ci vediamo” spiega S., ha i gomiti appoggiati alle ginocchia, più di un metro e novanta ripiegato su sé stesso. Nelle sue mani le guarnizioni sembrano coriandoli. “Quello della ditta arriva e lascia tutto giù in garage. Io quando finisco faccio la stessa cosa, porto giù tutto per quando passa a ritirare. Quasi non ci vediamo” ripete.

Il contratto di lavoro lo fa una cooperativa che si occupa di impiego domestico. Un contratto non-contratto, a cottimo, sottopagato. Sembra una novella verghiana, centocinquant’anni dopo.
Raccontano della volta in cui sono arrivati i Carabinieri chiamati da chissà chi nei dintorni, probabilmente qualche vicino infastidito dall’odore di gomma che emana la guarnizione, qualcosa che ti si attacca in gola e non se ne va più. Fu un nulla di fatto quella visita, non c’era nulla di irregolare.

“Caffè?” chiede M. alzandosi dal divano. Indossa un lungo vestito nero e viola, il movimento le scosta i capelli scoprendo un orecchino di perla. A piedi nudi sparisce verso la cucina, due minuti ed è già di ritorno. “È un po’ piccante” dice porgendo la tazzina, la voce è un soffio. “È fatto con una spezia tipo ginger, ma un po’ diversa, in semi, si chiama djar in lingua wolof”. Si risiede accanto al marito e si rimette al lavoro.

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Un sorso del “café Touba” e chiedo di più su quanto riescano a guadagnare da questa faccenda.

“1,6€ ogni mille pezzi” mormora lui dopo aver lanciato nel secchio un mazzetto di guarnizioni pulite. “1,6€ ogni mille pezzi. E mille pezzi sono più o meno un chilo. Calcolano il prezzo in base al peso” spiega. “Puoi staccare guarnizioni tutto il giorno senza fare 15€. È poco, sì. Sul prezzo loro dicono se è così, è così. Ma è meglio di niente, meglio di stare senza fare niente dico io. Non è un lavoro faticoso, serve solo pazienza. Poi dipende da te, se fai di più e più velocemente, prendi di più. Noi riusciamo a fare 350€, a volte 400€. Dipende”. Si gira verso la moglie e continua. “Lei fa fatica. Non ha più le unghie quasi, si spezzano presto”.

Qui tutta la famiglia lavora le guarnizioni, ognuno contribuisce come può. Bambini inclusi, seppur in misura minore rispetto agli adulti perché “si stancano presto”, e rigorosamente solo dopo aver finito i compiti. Mentre le fanno giocano a Clash of Clans sull’iPad o guardano i cartoni animati. Uno di loro dirà che “le guarnizioni tengono insieme la famiglia, la tengono unita in unico ambiente”. I tre più piccoli non hanno nemmeno memoria di una vita senza guarnizioni, di una casa senza gomma nera per più di trenta giorni. “Non ne vediamo nei giorni da metà agosto a metà settembre, perché le guarnizioni vanno in vacanza, e per un mese più o meno non vengono più” dirà la bambina, 7 anni.

“Le guarnizioni tengono insieme la famiglia, la tengono unita in unico ambiente.”

Per guadagnare la cifra di cui parla S. devono riuscire a pulirne tra le 220 e le 250mila al mese. Corrispondono a circa 250 chili di gomma transitanti per casa, e che giacciono continuamente qua e là sul tappeto, tra i cuscini del divano, sui materassi in soggiorno, in terrazza. Le guarnizioni sono lì quando si svegliano, quando mangiano, quando si lavano, quando i bambini fanno i compiti, quando vanno a dormire. Ci sono quando in casa non c’è nessuno. Sono sempre lì, anche durante la preghiera.

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Il papà prega cinque volte al giorno, quando i turni in fabbrica lo concedono. Come vuole la consuetudine, seguendo il movimento del sole. Prega nonostante la dottrina che segue non ne faccia obbligo. Alcuni murid, infatti, possono astenersi anche dal digiuno del Ramadan, purché durante il giorno cucinino e si diano da fare per chi invece osserva il precetto. Si tratta della corrente dei bay Fall, di cui tutta la famiglia fa parte, e che spesso è accusata da altre correnti di intemperanza e scarsa osservanza delle pratiche islamiche. Uno dei principi dei bay Fall è la santificazione del lavoro, considerato alla stregua della preghiera: il servizio più alto che il discepolo può rendere in quanto fedele è portare all’estremo l’etica del lavoro.

Uno dei principi dei bay Fall è la santificazione del lavoro, considerato alla stregua della preghiera: il servizio più alto che il discepolo può rendere in quanto fedele è portare all’estremo l’etica del lavoro.

“Ormai sono abituato” dice S. “A volte arrivo dal lavoro, lì ho a che fare con le presse che stampano cassette in plastica tipo quelle della frutta, e alle dieci e mezza di sera e mi siedo a guardare la TV e a fare le guarnizioni fino a mezzanotte, l’una. Quasi non mi piace tornare a casa e non far niente, sono abituato a fare sempre qualcosa, qualunque cosa. Anche il sabato e la domenica, se non ci sono le guarnizioni mi stanco di riposare. Il sabato e la domenica quasi mi danno fastidio”.

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La TV inizia a trasmettere il programma Il banco dei pegni. Per un attimo cala il silenzio, quasi che le parole appena pronunciate ci imponessero una riflessione. In sottofondo resta un rumore delicato e leggerissimo, il crepitio dei filamenti di gomma che si toccano, sbattono, cadono uno sopra l’altro. È il suono delle guarnizioni.
Sul tappeto dove le stiamo pulendo siamo tutti scalzi, come in una moschea. Le scarpe sono rimaste fuori dal perimetro, schierate in coppia una accanto all’altra. Gli anelli ci scorrono tra le dita come grani di un rosario. “La Mecca è da quella parte” dice S., e con il dito indica la portafinestra che apre alla terrazza. Una direttrice che per prima cosa s’imbatte nei sacchi della gomma ancora da pulire.

“La Mecca è da quella parte” dice S., e con il dito indica la portafinestra che apre alla terrazza. Una direttrice che per prima cosa s’imbatte nei sacchi della gomma ancora da pulire.

All’interno, le pareti del soggiorno sono completamente spoglie. Nessuna fotografia di famiglia, nessun quadro, nessun suppellettile appeso ai muri o poggiato su una mensola. Non ci sono mensole. C’è un grande armadio da soggiorno, un orologio sopra la tv e un disegno di un pupazzo di neve con scritto “Buon Natale” sopra la porta d’ingresso. Le uniche immagini che dominano indisturbate le pareti ritraggono leader religiosi senegalesi. Uno di questi è Ahmadou Bamba, fondatore della Muridiyya.

Poco distante, sul lato di una colonna che divide il soggiorno dalla zona notte, è appesa una fotografia in primo piano di una donna. Porta un copricapo verde e arancione in pendant con il vestito che appena si intuisce. Le labbra e gli occhi brillano, hanno il colore del rame.
“Questa è la mamma a una festa in Senegal” dice D. passandogli accanto. Ha 11 anni, in mano regge lo zaino di Spiderman e uno di quei quaderni elementari rilegati con la copertina in plastica a tinta unita. Rosso: musica. Lo getta sul divano accanto a uno stampo di gomma scappato dal gruppo.

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Fuori ormai si è fatto buio. Lo scuro sembra invadere il soggiorno e soffocare la luce della lampadina agganciata al soffitto. L’odore di fritto, residuo della cena, ha invaso il soggiorno ora abitato dai bambini al completo. Una femmina e due maschi. 7, 11 e 13 anni. Il più grande – il fratellastro – è al lavoro sul divano, dove qualche ora prima sedeva il padre, ora in fabbrica per il turno fino alle 22.

Porta dei calzini bianchi ai piedi che si stanno completamente ricoprendo di scarti di lavorazione. Lavora e aspetta in silenzio l’inizio della partita di qualificazione ai mondiali, Albania-Italia. Prima raccontava della sua esperienza di tre anni in Senegal, alla scuola coranica, dove si va a imparare il Corano “per lo stesso motivo per cui qui si imparano i Promessi Sposi”. Diceva di come Fabri Fibra ormai si sia venduto, e che di Stevie Wonder proprio non aveva sentito parlare.
Sua madre, lì accanto, quasi non si è mossa per tutto il giorno dal posto di lavoro, se non per cucinare o riprendere i figli a scuola all’ora di pranzo.

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“Domani in classe abbiamo la verifica sull’Inno alla Gioia”, dice D. prendendo dallo zaino il flauto. SI-SI-DO-RE-RE-DO-SI-LA-SOL-SOL… il fraseggio è preciso, è preparato. Pare soddisfatto di sé stesso. Anche lui fa le guarnizioni, ogni tanto, “ma solo dopo aver fatto i compiti”, specifica.

La verifica dell’indomani includerà anche l’analisi de Il carnevale degli animali di Charles Camille Saint-Saëns, opera in cui i brani richiamano vari animali simulandone versi e movimenti attraverso gli strumenti. “Se non mi sbaglio il ritmo della musica ti fa pensare alla velocità di questi animali” dice lui sfogliando il libro, ma non ne è molto convinto, e cerca di rimediare.

“Per esempio. La musica delle guarnizioni potrebbe essere prima leggera e poi forte, leggera e poi forte, leggera e forte. Una ripetizione continua… buco la gomma e sfilo, buco la gomma e sfilo, buco e sfilo. Un violino sarebbe ottimo per suonarla, perché fa un movimento fluido e lungo, come quando sfili la gomma. E alla fine lanci tutto nel secchio”.

“La musica delle guarnizioni potrebbe essere prima leggera e poi forte, leggera e poi forte, leggera e forte. Una ripetizione continua… buco la gomma e sfilo, buco la gomma e sfilo, buco e sfilo.”

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Le chiacchiere a fiume di questi ragazzini riportano la luce nell’ombroso soggiorno della gomma. In TV c’è la partita, a ogni break pubblicitario parte il jingle con le note dell’Inno alla Gioia. Poco prima, durante l’esecuzione degli inni nazionali, tutti i ragazzi si sono messi a canticchiare a bassa voce l’inno di Mameli, continuando nelle proprie attività.

G., 13 anni, sta giocando a Clash of Clans. Gli piace perché “ti consente di avere senso di responsabilità e di imparare a gestire le tue risorse”. Di solito ci gioca anche mentre pulisce le guarnizioni. Senza distogliere lo sguardo dallo schermo, svela le migliori tecniche di sbavatura da lui sperimentate per minimizzare i tempi e massimizzare la resa – alcune non condivise dagli altri fratelli.

“Quel lavoro le mie mani sanno farlo anche da sole, è come se avessero gli occhi. Posso farlo anche a occhi chiusi” dice. Un attimo di silenzio e aggiunge: “Mi ricordo di un sogno. Era una giornata di inverno ed eravamo tutti qui in mezzo al tappeto. C’era una stufa e stavamo facendo le guarnizioni”.