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Un capellone sul secondo canale – Gene Guglielmi

03/07/2017
Persone

A cura di Viola Bonaldi

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Se il quiz Giochi in Famiglia fosse stato trasmesso solo in radiodiffusione, con tutta probabilità gli ascoltatori non avrebbero riscontrato nei “Guglielmi di San Salvatore Monferrato” altra eccezionalità oltre all’essere la famiglia del grande marciatore Alighiero Guglielmi, plurivincitore della prestigiosa gara di marcia dei 100 Km organizzata dalla Gazzetta dello Sport fino al 1962.

Ma nel ‘66 le vecchie radio Telefunken, CGE e Marelli iniziarono a impolverarsi sui mobiletti meno in vista, accantonate tra le quinte dei salotti per far largo alla maestosità dei televisori; così, quelli che un venerdì sera di quell’anno si misero davanti allo schermo di casa o del bar videro materializzarsi tra quei puntini bianchi e neri un ragazzo diverso da quelli che potevano incrociare nelle conosciute vie cittadine. Occhialini tondi, scarpe di gomma e chioma scura, atipicità che in confronto alla compostezza di Mike Bongiorno, lì accanto, risultavano stranianti.

E fu proprio Mike, tra una risposta e l’altra delle famiglie concorrenti, a lasciare spazio al diciannovenne che cantò senza esitazioni la sua I capelli lunghi. Da quel momento Gene Guglielmi non fu più solo il figlio di un noto sportivo, ma il primo cantautore di protesta e prototipo italiano del “capellone” beat a esibirsi in prima serata sul secondo canale Rai.

Da quel momento Gene Guglielmi non fu più solo il figlio di un noto sportivo, ma il primo cantautore di protesta e prototipo italiano del “capellone” beat a esibirsi in prima serata sul secondo canale Rai.

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Ora Gene di anni ne ha settanta, ma il suo animo beatnik è ancora intatto nonostante la chioma si sia alleviata in gradazione e quantità. Lo si trova mentre si muove tra dischi e memorabilia di ogni genere negli uffici della webradio Lecco Channel, ora avamposto della sua battaglia musicale in difesa del Beat italiano anni Sessanta, genere nato sull’onda degli artisti della British Invasion e a loro volta costola “pop” di quel movimento letterario americano degli anni ’50 che vedeva nel “Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare” il proprio dogma.

Gli studi sono all’ombra delle nove cime del Resegone, in una strada circondata da vie dalla toponomastica manzoniana e intrisa dell’aria dolciastra che spira dal lago giù in fondo al pendio. Da quassù, il nuovo complesso residenziale in cui la radio ha sede pare un tutt’uno con le montagne circostanti: ma spostandosi un poco sotto, nel piazzale del cimitero, si avvista il ramo del lago dividere Lecco dalla vicina Valmadrera, interrompendo alla base la catena di monti e di verdi.

Gene Guglielmi beat capelli lunghi

Le maniere di Gene sono attribuibili a quello che si può definire un uomo di mondo: parlata disinvolta, gesti che tendono all’altro, capacità di ascolto e immediata inclusione. Nella sua divisa di jeans si sbriga ad aprire vecchi album fotografici non toccati dall’usura del tempo e mostra orgogliosamente le immagini dell’esibizione al programma del vecchio Mike, unici reperti oltre ai ricordi leggibili in vecchi forum di qualcuno che scrive “quella sera c’ero, me lo ricordo!”.

Racconta delle duemila lettere ancora nel cassetto sulle trentamila che gli arrivarono di seguito, passa sotto mano vecchi articoli di giornale che lo citano come “il capellone intellettuale”, riviste che inseriscono il suo nome in copertina sopra a quello di tale Janis Joplin, le classifiche dei dischi più venduti che lo vedono scavalcare Vanoni e Don Bachi.

Passa sotto mano vecchi articoli di giornale che lo citano come “il capellone intellettuale”, riviste che inseriscono il suo nome in copertina sopra a quello di tale Janis Joplin.

DSCN1768Il tenore Mario Del Monaco e il piccolo Gene

“A Giochi in Famiglia ho fatto il botto perché la televisione era generalmente contraria ai capelloni per via della DC, erano figure destabilizzanti per i giovani, in particolare la mia perché si trovava in un programma quiz a modo insieme alla famiglia e in orario di punta. Ma la passione per la musica è nata molto prima: mia nonna Anna era cantante lirica e per questo ho iniziato molto presto a suonare il pianoforte. Il mio amore era così forte che nel ‘55 scrissi una letterina al grande tenore Mario del Monaco chiedendogli di farmi da padrino nel giorno della mia Cresima. Oh, ne uscì un caso nazionale perché accettò, così partecipai con lui in tv alla sua prima apparizione dal suo ritorno dal Metropolitan Opera House di New York”.

Le pagine dell’album cigolano staccandole le une dalle altre. Una volta tolte con il palmo della mano le bolle d’aria da sotto il film protettivo, spinge sulla destra il raccoglitore in modo tale ch’io possa vedere al meglio la fotografia con il maestoso tenore toscano.

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Narra con entusiasmo di quelle centinaia di persone radunate in piazza a guardare l’evento dalle poche tv disponibili, delle esibizioni che lui stesso fece per la RAI quando la rete girava per l’Italia alla ricerca di giovani talenti da mostrare dagli schermi, i primi concorsi canori, il trasferimento dalla provincia di Alessandria a Calolziocorte per via del clima più favorevole agli allenamenti del padre, le serate alla balera sempre piena a cantare brani di Little Tony.

E poi l’adolescenza, il Liceo Artistico di una Bergamo dalle vecchie botteghe artigiane, le cantate al rinomato Caffè del Tasso, i Beatles, i Rolling Stones, Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, i salti dalle finestre, l’espulsione da scuola per essersi rifiutato di tagliare i capelli.

“I miei genitori erano disperati.”

Alighiero Guglielmi Gene beat LeccoA sinistra, Alighiero Guglielmi, marciatore e padre di Gene, a destra, in una cartolina d’epoca.

“I miei genitori erano disperati. Mia mamma era più estrosa e mi appoggiava; per mio papà invece, sportivo com’era, la mia immagine era contraria a quella ideale di figlio. Lui era un plastico, atleta, pettinato alla Rodolfo Valentino (anche lui faceva Guglielmi di cognome, sai?). Però a quel punto ero libero… ho cominciato a suonare la chitarra, me ne andai un paio di mesi in Inghilterra sotto invito del compagno di un poeta inglese e là mi esibivo a Hyde Park su una cassetta di legno”.

Con un pizzico di vanteria che pare essergli tipica, aggiunge che era l’unico nel parco a non aver bisogno di spolmonarsi per attirare la gente poiché riusciva a catalizzarla con estrema naturalezza.

“Lì mi resi conto di poter fare il cantante professionalmente: tornato in Italia feci concorsi, suonai al Buca d’Este di Milano con il grande jazzista Enrico Intra, fino quando il compositore Carlo Alberto Rossi mi scoprì e decise di mandarmi da Mike”.

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Il successo, le ovazioni, i premi coprirono l’arco di una manciata d’anni: ma l’aria del nuovo decennio inizia lentamente a oltrepassare le magliette tie dye e il sogno beat di Gene si sgretola come quelli di tutti i Vagabondi del Dharma. Lo stato di beatitudine proclamato da Kerouac, di “sincerità, gentilezza e gioia” è più che mai utopia: nel ’71 Gene abbandona il mondo artistico ammettendo la sua incapacità di adattamento al passaggio da lui chiamato “dalla chitarra al mitra”, dalle canzoni pop anni Sessanta al cantautorato politico. Rimane legato così fermamente al suo credo beat come stile di vita, al rapporto tra musica e poesia. Prima dell’addio pubblica la raccolta Poesie della risacca, e poi scompare dal mondo artistico in modo così definitivo da crederlo morto.

Nel ’71 Gene abbandona il mondo artistico ammettendo la sua incapacità di adattamento al passaggio da lui chiamato “dalla chitarra al mitra”, dalle canzoni pop anni Sessanta al cantautorato politico.

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A Lecco, in questi nuovi studi, Gene vive la seconda parte della sua vita, iniziata da redivivo alla fine degli anni Novanta quando ormai, accantonati da vent’anni i suoi ideali – e dopo aver finalmente terminato liceo e università – dedicava il suo tempo ad insegnare Storia dell’Arte ed Estetica in diverse Università italiane. Seconda parte di vita che, dice, è potuta esplodere grazie alla riscoperta del Beat per mano di gruppi come Gli Avvoltoi e alle rivalutazioni critiche di Red Ronnie e Renzo Arbore.

E Lecco Beat è il nome del programma radiofonico che conduce con Alvin Alborghetti, in un percorso che insieme ad altri gruppi culturali di Ancona, Bologna, Roma e Torino si batte nel rendere il Beat non un movimento revival ma un genere come il Rock e il Jazz.

“Ci occupiamo della vera sostanza degli anni Sessanta e intendiamo dire con chiarezza che quegli anni non sono stati quello che le case discografiche e i vari Mogol han voluto, prendendo le varie canzoni estere per poi farne delle cover… e ce n’erano a centinaia! Ci voleva coraggio a scrivere canzoni. La mia I capelli lunghi fu pure censurata dal controllo RAI ma è anche per questo che divenne cult, perché era l’unica che rappresentava l’immagine di una cultura zittita”.

In sala di registrazione arriva del caffè, ma allo zucchero di Gene l’idea di essere rinchiuso in quella piccola tazzina sembra non essere congeniale. Mentre spinge i granelli verso il bordo del tavolo con la mano a coppa, appena sotto, in rotta verso il cestino, Gene mi dice che in realtà non esiste una vera scuola italiana del Beat: secondo lui gli scrittori americani, nonostante le traduzioni di Fernando Pivano, non erano così conosciuti da agire sui modelli comportamentali dei giovani, come nel suo caso. Agivano per lo più a livello estetico.

“C’è stato un Beat creativo, un Beat musicale di numerosissimi complessi dimenticati. Bergamo era il centro, ci si ritrovava da Borroni in via Papa Giovanni, un negozio di musica incredibile.”

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“Però”, aggiunge, “c’è stato un Beat creativo, un Beat musicale di numerosissimi complessi dimenticati. Bergamo era il centro, ci si ritrovava da Borroni in via Papa Giovanni, un negozio di musica incredibile, insieme ai primi Pooh, ai Monelli… eppure tutto quel mondo è stato dimenticato perché oggi è equivocato da gente come Carlo Conti, da I Migliori Anni, dai Cugini di Campagna. Son delle puttanate! Delle P U T T A N A T E!”.

Quindi siamo ancora lì, alla lotta contro quello che viene definito establishment? Chiedo.

“Il Beat si batte ancora come allora, è lotta continua contro il perbenismo, il qualunquismo, la cattiveria, la mancanza di rapporto corretto tra individui e tra l’umanità. Oggi l’adesione dei giovani al genere è clamorosa, ma per l’establishment è un problema economico perché fa più cassetta trasmettere in tv una cover di una finta Pravo o Caselli che fare un’operazione culturale vera. Io ho capito una cosa importante: il successo non è nulla se incidi solo a livello di moda, devi farlo anche all’interno della società, nelle menti. E ricorda, il coraggio di esprimersi diventa storia perché in questo modo lasci le tracce. E io ora non mollo, non mollo più”.