Persone, luoghi e altre storie
Il Magazine
Abbonati

Campionario degli abissi

Dal Magazine

A cura di Valerio Millefoglie

Fotografie di Gianmarco Maraviglia

Nel 2007, con la Delibera n.8 della Giunta comunale di Porto Venere, in provincia di La Spezia, Le Grazie è stata denominata “La Città dei palombari”. Qui si trova la Fortezza del Varignano, sede del Raggruppamento Subacquei ed Incursori “Teseo Tesei”. Negli anni ’50 sui balconi delle case che affacciavano sul lungomare c’erano una fila di uniformi da palombaro stese ad asciugare. Una di queste abitazioni oggi è sede dell’Associazione Nazionale Subacquei della Marina Militare in Congedo. Abbiamo raccolto le storie dei palombari dai 60 ai 92 anni, per raccontare ciò che di profondo il mare ha lasciato in loro.

DSCF0981

L’elenco delle cose ritrovate nei mari d’Italia comprende: 25 tonnellate di tritolo, 5 tonnellate d’oro, 14 tonnellate di argento, un caccia torpediniere a 82 metri di profondità, una nave mai varata che durante il terremoto del 1906 il maremoto porta al centro del porto di Messina e poi giù, nel suo profondo ventre, un aereo caccia militare della marina francese, che la marina francese ha voluto fosse riportato a galla nella stessa esatta posizione in cui si trovava nel fondale, una piroga di epoca paleolitica, il villaggio paleolitico scomparso sotto il fango, un pitale, una cassa di pelati ancora molto buoni nel mare di Napoli, un fumetto della Walt Disney con le pagine ancora intatte e una buona storia da leggere nell’attesa di risalire in superficie, un sindaco suicida, due ragazzini scomparsi, un Piper con pilota e amante ai posti di comando, un peschereccio chirurgicamente tranciato a metà da un rimorchiatore oceanico che gli è passato sopra e poi una ragazza di vent’anni, nuda, bellissima, i capelli biondi lunghissimi fluttuano nell’acqua, ondeggia in ginocchio sul fondale azzurro in un giorno d’estate degli anni Settanta.

Poi una ragazza di vent’anni, nuda, bellissima, i capelli biondi lunghissimi fluttuano nell’acqua, ondeggia in ginocchio sul fondale azzurro in un giorno d’estate degli anni Settanta.

Questo reportage non va da nessuna parte. Sono rimasto tutto il giorno nella sede dell’Associazione Nazionale Subacquei della Marina Militare in Congedo, due stanze che affacciano sul lungomare de Le Grazie, in Liguria, ufficialmente riconosciuta come la città dei palombari. Da qui, come in una camera di decompressione che porta gradualmente in superficie i palombari, vedevo il mare, le barche ormeggiate. La banchina era a pochi passi dalla porta, ma non potevo uscire perché a tenermi dentro erano tutte le storie portate dai palombari in congedo. Un simposio di uomini dai 60 ai 92 anni che a turno, o spesso incrociandosi, si calavano dal marciapiede e si sedevano attorno a un grande tavolo con al centro uno dei primi elmi da palombaro, il modello 1905 della ditta Galeazzi. Ho immaginato di indossarlo e sono partito in immersione nei loro ricordi.

Un’armonica a bocca dentro lo scafandro del palombaro Cubeddu, che aspettando di risalire in superficie suona una vecchia romanza per i pesci e le alghe. Un uomo senza più vita tra le gambe del palombaro Tirozzi, lo tiene stretto per tutta la durata della decompressione, due ore, la testa del cadavere voltata dall’altra parte, le braccia alzate, le mani aperte ad afferrare l’acqua. Il cielo visto dall’estremo opposto, quando in pausa pranzo il comandante Matarese si stende fra due cunette trovate sul fondale tra due isolotti e si ferma a pensare, a guardare da molto lontano la vita di sopra.

Ecco le loro voci.

DSCF0878

Il richiamo del mare di capo Fabbrini

“Sono figlio di quegli uomini che hanno fatto la bonifica Pontina. Sono appassionato d’acqua perché ce l’avevo vicino, il Canal Mussolini. Arrivo da Monte Amiata, in provincia di Siena, paese di minatori, bevitori e picchiatori di mogli. C’erano le più grandi miniere di mercurio. Al mattino questi uomini andavano a far saltare all’aria la terra, poi dopo otto ore uscivano, andavano a far saltare mogli e osterie. Mio padre era guardia giurata, distribuiva l’esplosivo ai minatori, voleva studiassi perché facessi un’altra vita. Mi ha mandato in collegio a Napoli e lì ho incominciato a fare il figlio di puttana. A 14, 15 anni potevo tranquillamente diventare proprietà di qualcuno, mi facevano così all’orecchio, come a dire frocio, finocchio. Allora era una cosa sentita, oggi no perché siamo tutti un po’ finocchi. E insomma ho imparato a fare il figlio di puttana, a fumare, al mattino invece di scuola andavo a vedere l’avanspettacolo, ho imparato tutte le canzoni napoletane. Facevamo a piedi da Posillipo a Mergellina, i portici, se chiudo gli occhi, li rivedo. Rivedo tutto, c’erano le cassette di legno piene di cachi, con quattro soldi li compravamo, ne mangiavamo due subito, poi ci accorgevamo che c’erano i vermi, ma ormai le avevamo mangiate. La notte in collegio, quando era periodo di mandarini, ci alzavamo e andavamo in giardino, li prendevamo e si andava a letto a mangiarli. Tornato a casa i miei videro che non studiavo nulla e giù botte. Scappai. Sotto casa c’era un laghetto. Mi volevo ammazzare. Corsi per andare a buttarmi. Mia madre, che non era scema, fece la scorciatoia e mi bloccò giù, per darmi altre botte. Vado da mio zio, gli dico che voglio lavorare. Mi fa, Alle dieci stasera vieni in cantiere. Così dalle dieci lavoravo a produrre blocchetti di cemento a zeppa per fare le volte delle gallerie. Andai da un dottore e mi disse, Perché non vai a fare il palombaro? Sono stato il primo a fare il giro intorno all’aereo Hercules della Royal Air Force, nel 1974. Dopo diversi giorni di ricerca, con mare forza 3, lo trovai alla profondità di 54 metri. Mia madre quando guardò il servizio alla televisione si mise a piangere e a urlare. Durante il telegiornale c’ero io sulla barca che stavo per scendere, mi ripresero senza elmo, poi si interruppe la ripresa e il giornalista disse, Ecco il palombaro sta facendo immersione. Mia madre non capì che c’era uno stacco del montaggio televisivo e disse Oddio non gli hanno messo il casco, l’han mandato già senza casco. Povera donna, che ne sapeva lei”.

DSCF0447

L’approdo del ’51 di Tirozzi Raffaele

“Quando sono arrivato a La Spezia non c’era nemmeno la corriera. Ci siamo ritrovati in quattro o cinque fuori alla stazione. Passa un camion, l’autista dice, Chi deve andare alla banchina Ravel?, e ci carica su. Ci presentiamo alla base militare del Varignano, zaino in spalla, Ah voi siete i nuovi palombari?, ci dicono. Ci danno il posto in branda, ci ordinano di sciacquarci e poi di andare a mangiare. Scopriamo che c’erano due cucine, quella normale e la cucina per i subacquei. Ti davano porzioni più abbondanti, poi oltre a quello che già mangiavi c’era ogni giorno la bistecca. Al mattino ti davano biscotti, miele, marmellata. Una volta c’era una tabella che diceva che i palombari e gli incursori avevano diritto ai viveri di combattimento, a questi generi di conforto oltre al rancio normale. L’allora comandante in seconda disse: Ma sempre sta roba mangiate? Da oggi in poi uova! E così si mangiava uova fresche, alla coque, uova da tutte le parti. Una volta Cubeddu le raccolse tutte, si era in inverno, c’era un bidone di quelli della benzina, e lo usò come una stufa. Mise la padella e preparò una frittata di cinquanta, sessanta uova per tutti. Quando trovammo delle verghe d’oro in un relitto il comandante diede ordine via radio di dare fiaschi di vino a tutto l’equipaggio”.

La prima immersione di Pinto Virgilio

“A vent’anni ho fatto immersione con un sergente e con una coppia di giornalisti della Rai, allora, negli anni Settanta, c’era il team di subacquei che veniva con noi. Io e il mio collega avevamo dei flash enormi, si chiamavano Vulcanus, facevamo luce e loro riprendevano a 60 metri di profondità. In quelle giornate di dicembre era tutto grigio, il mare sotto era plumbeo come il cielo. Noi illuminavamo e a intervalli regolari, in questo grigio, appariva un aereo vivisezionato in tre parti, con dentro dei cadaveri”.

“Noi illuminavamo con i flash e a intervalli regolari, in questo grigio, appariva un aereo vivisezionato in tre parti, con dentro dei cadaveri”

Palombari Le Grazie

L’alfabeto dell’acqua del comandante Matarese

“La sensazione è questa, specialmente nelle immersioni profonde, quella di essere su di un altro pianeta. La differenza tra stare a 150 metri sott’acqua o stare sulla luna è solo il tipo di viaggio. 150 metri è un altro pianeta. Non posso risalire da solo. L’operatore che mi guida è lì, in alto, come fosse sulla Terra e io nella galassia. Per risalire devo avere la campana di decompressione. Non sono autonomo. La temperatura dell’acqua è di dieci gradi, deve essere riscaldata altrimenti i polmoni mi si ghiacciano. Puoi scorgere un po’ di chiaro, puoi vedere le persone, ma tu sei giù e loro sono lontani giorni. Se succede qualcosa a un operatore in saturazione il medico non può entrare, ci impiega venti ore per arrivare, ammesso che abbia la capacità fisica, che sia addestrato, perché non è previsto. Se il palombaro dovesse tagliare l’ombelicale e risalire sarebbe morto come un pesce abissale. Sei altrove. Sono stato a Houston per vedere la famosa vasca dove si addestrano gli astronauti, fanno un allenamento da subacquei perché il concetto è uguale: non c’è la gravità, respirano un’atmosfera artificiale, la sensazione è di essere in un ambiente totalmente alieno a noi”.

Mi separo dalle parole del comandante, arrivano ovattate alle orecchie, passano in secondo piano mentre vago intorno con lo sguardo. Alle pareti il colore è il bianco e nero delle foto d’epoca, uomini forzuti a torso nudo, fantascienza possibile, uniformi spaziali, astronauti a bordo di navi, in un angolo la preghiera del subacqueo, ne leggo l’inizio, “Signore degli abissi che segnasti i confini tra la terra e le acque, che dotasti i pesci di pinne, gli uccelli di piume e l’uomo di intelletto e volontà”.  La gigantografia di una copertina de la Domenica del Corriere occupa un’altra parete, nell’illustrazione un gruppo di palombari libera un collega rimasto schiacciato da un relitto. Il titolo è “Il dramma di un palombaro”. Poco più in là, incorniciato, c’è il ritratto di Bianchi Emilio, medaglia d’oro al valor militare, i colori a pastello lo raffigurano a mezz’aria, è uno spirito fatto solo di busto e collare, un santino che galleggia tra il mare e il cielo.

“Io sogno continuamente di essere nel blu”, dice il comandante Matarese, “Sogno di essere nella tolda del sommergibile. Sogno di essere a 180 metri, dove c’è una luce che altrove non c’è, impossibile da costruire artificialmente. Questo blu io continuo a sognarlo. E quando sogno, sogno solo il mare. Mi sembra di sentire il suono della respirazione all’interno del mascherone: lenta, lunga, profonda”. Gonfia le guance. Alza le spalle. Rievoca la respirazione. E davanti a me sparisce. Parla con l’alfabeto dell’acqua. Ci mette forza, continua a mimare il respiro. Lo guardo allontanarsi seduto sulla sedia. Fuori comincia a piovere. Se solo potessi rimanere qui per sempre, mi dico. Se solo non dovessi andare da nessun’altra parte se non nella pioggia. Alzarmi. Raggiungere la banchina, lanciarmi di sotto anche io. Salutare ogni cosa e partire per la galassia. Non farmi ritrovare.

DSCF1191

“Io sogno continuamente di essere nel blu. In una luce che altrove non c’è”

“Molti mi chiedono, In quell’occasione non hai avuto paura? Non c’è tempo. La paura e il timore vengono dopo semmai. In quel momento sei concentrato su ciò che stai facendo e poi avevo sempre questa sensazione di essere da un’altra parte, in un altro mondo, dove ci sono regole differenti, una specie di sensazione, come dire, di benessere. A me è successo specialmente quando ero comandante, in periodi burocraticamente stressanti perché l’attività subacquea è meravigliosa però poi ci scontriamo con la vita burocratica di tutti i giorni. A mezzogiorno saltavo il pranzo. Avevo trovato tra l’isola del Tino e quella del Tinetto, nel fondale, un piccolo avvallamento. Ci sono dei plateau, degli scalini grandi di roccia. L’acqua era sempre pulita. Mi sdraiavo e guardavo il cielo, guardavo le bolle di acqua risalire. Stavo bene, me ne stavo lì”. Gli chiedo se in quei momenti, oltre a pensare alla burocrazia dell’ufficio, pensasse al resto della sua vita, alla famiglia, alla burocrazia di tutta la vita. Mi racconta del suo matrimonio, delle difficoltà in casa, della separazione dalla moglie. “Forse il mare io lo considero un luogo dove lascio tutto il resto fuori. Mi si confà. Ho da fare dell’altro, non posso pensare a tutte le cose. Forse un rifugio? Chi lo sa. Non sono mai riuscito a dire di no al mare. La gente non lo capisce. A me piaceva avere la borsa sempre pronta per andare in missione. L’adrenalina cominciava quando arrivava l’auto a prendermi per portarmi a Pisa a prendere l’aereo. Guardavo quelli che erano con me ed erano tutti come me. Ricordo un capo che quando lo chiamavo, magari alle due del mattino, non rispondeva Pronto. Rispondeva, Pronti?. Poi diceva, Quando? Ora? Subito, andiamo”.

“Al mattino questi uomini andavano a far saltare all’aria la terra, poi dopo otto ore uscivano, andavano a far saltare mogli e osterie. Mio padre voleva altro per me”

Il Cristo degli Abissi in montgomery

Nella televisione degli anni Sessanta una voce diceva, “Abbiamo un solo minuto per illustrarvi la Fiat 600D Multipla, è poco ma tenteremo… La linea sobria e razionale è stata studiata per utilizzare al massimo lo spazio disponibile… Lo so non mi restano che pochi secondi, dunque l’abitacolo pare ideato da un trasformista: 2, 4, 6 comodi posti! Non ho finito… 8 secondi per mostrarvi la Multipla su strada: un giro alla chiavetta e via veloce e sicura su qualsiasi strada”. Su qualsiasi strada. Non su qualsiasi lago. Il guardiano della diga vide arrivare una Fiat 600 Multipla, dirà poi ai carabinieri che “Correva sparata”. A bordo c’era il sindaco del posto. L’opposizione pensava fosse scappato, invece quelli del suo partito, la DC, chiesero al ministero degli interni di mandare qualcuno, e quel qualcuno fu Tirozzi Raffaele. “Il maresciallo dei pompieri alla vista dell’auto senza nessuno dentro fu colto da infarto”, ricorda il palombaro. “Il nostro mestiere è molto vicino, dalla vita alla morte sono cinque minuti, anche meno a volte”, commenta qualcuno. Tirozzi Raffaele continua a raccontare, “Allora sono sceso io, avevo una luce e l’ho trovato, comincio a imbragarlo coi cavi e invece da sopra mi dicono, No no mettitelo in mezzo alle gambe e fa le fermate di decompressione. C’aveva quegli stivali americani, di gomma, e il montgomery. Sembrava Gesù Cristo”.

DSCF0529

Un’altra immersione di Carla Ferro

Incontro due donne sedute su un muretto di fronte al mare. Sono nate qui e si sono sposate con militari che erano di base al Varignano. Indicano la fila di case e dicono, “Una volta qui fuori da ogni balcone e finestra erano appese le uniformi da palombaro ad asciugarsi”. Poi mi indicano un ristorante che una volta tutti chiamavano il Porco Giuda perché l’oste imprecava sempre dicendo, “Porco giuda”. Mi parlano di quando i figli erano piccoli e i mariti erano via in missione, “Sa quanti pianti ci siamo fatti noi?”. Si alternano nel racconto, “Quando è nato mio figlio, a luglio, mio marito non c’era. Poi è tornato per due giorni a casa ed è ripartito”, “I primi due anni di vita di nostro mio marito non ha mai dormito a casa”, “Di lavoro non mi ha mai raccontato nulla”. Indico una casa all’orizzonte, gli chiedo della targa affissa che recita, “In questa casa già abitata dai genitori il poeta Giovanni Giudici ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita rinnovando il legame con il paese natio”. Mi dicono che una cugina del poeta abita ancora qui. Una delle due donne si offre di accompagnarmi. “Non si sente niente”, risponde una voce al citofono, “Salite”. Ci accoglie una donna di novant’anni che sta scrivendo una commedia, è in ritardo perché deve andare a fare le prove di un altro spettacolo che ha scritto, ma intanto dalla libreria prende i libri del cugino e legge alcune dediche. Su “Il male dei creditori”, in data 25 giugno 1977, Giovanni Giudici scriveva: “Cara Carla, la dedica è questa: ti sono grato per la testimonianza che potrai offrire della verità e del teatro di queste pagine”. Sono tanti i libri e tante le dediche, nella confusione di aprire e sfogliare e rimettere a posto leggo, “A Carla, affettuosamente e con preghiera di non prestarlo, chi vuole leggerlo se lo compri”. Mi spiega che il cugino aveva fatto più soldi a inventare il nome di una marca da sci che a scrivere poesie. La storia cambia protagonista e mi parla di lei, medaglia d’oro per la Resistenza. “Nel 1940, a 13 anni, ho subito un bombardamento a Genova e ho perso la casa. Siamo stati fortunati perché mio padre era un collaudatore di armi e quella sera arrivava dall’arsenale e ci ha detto che c’era l’allarme. Allora l’ha detto a tutto il palazzo e ci siamo trasferiti in quello di fronte più sicuro. Le bombe arrivavano dal mare, dalle navi dei francesi. Poi quando siamo tornati, dopo il bombardamento, nel tavolo della cucina c’era il disco del proiettile 381. Sembrava che dicessero Signor Ferro, lei è un collaudatore di armi? Allora collaudi questo. Io di nascosto da mio padre e da mia madre facevo la staffetta. Dopo l’eccidio della Benedicta, nel ’44, sono andata dai partigiani e ho detto Se avete bisogno vi aiuto. Eh, dicono loro, se portassi qualcosa con la bicicletta. Io non vedevo quello che c’era nei pacchi, però dopo settant’anni è successa una cosa che sembra un romanzo. Davo lezioni di italiano a un bambino, un giorno mi dice Oggi è venuto a scuola un partigiano e dobbiamo fare un tema su di lui. Mi fa leggere il tema e dico Ma questo qui belìn, allora operava dove andavo io. Fatti dire il nome, dico a questo bambino. Si fa dire il nome e mi fa, Guardi che è il signore che abita sopra di lei. Allora salgo e gli dico chi sono. Lui mi fa, Ah, eri te quella che mi portò la rivoltella che non funzionava”.

“In questa casa già abitata dai genitori il poeta Giovanni Giudici ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita rinnovando il legame con il paese natio”

Camera telefonica di decompressione e ritorno in superficie di più o meno tutti

La visita alla città dei palombari si conclude con una rivoltella. Con il lungomare disabitato. Nei giorni successivi parlo con palombari in congedo che si trovano in Sardegna, in Piemonte, appena tornati dal Brasile, le voci mi giungono non so da dove, diventano un’unica voce che mi racconta gli abissi. Per posta ricevo un plico accompagnato da un foglio sul quale c’è scritto a mano, in un’elegante calligrafia blu: “Come da accordi presi presso la sede Palombari e Sommozzatori Marina Militare in congedo, Le invio quanto concordato, con la raccomandazione di farne buon uso”. Segue firma. Via mail mi arrivano invece le memorie di Garzia Fausto che mi racconta di suo padre, Garzia Mario, alpino e ultimo palombaro de Le Grazie, morto nel 2016 a 105 anni. Mi racconta di quando era piccolo e suo padre tornava a casa dal lavoro nel pomeriggio e andava a riposarsi. “Il letto era intriso di sudore, e ricordo che lo amavo quel sudore, avrei voluto sdraiarmi accanto a lui, a quel sudore”. Nel giro di telefonate chiamo anche la pronipote di Giacomo Bove, l’esploratore italiano che alla fine dell’800, a bordo della baleniera Vega, ha compiuto per primo il passaggio a nord-est, attraversando il mare Glaciale Artico, la costa della Siberia fino a raggiungere l’Oceano Pacifico. Anni fa ho trascorso una giornata alla Società Geografica Italiana di Roma a leggere il diario originale della sua spedizione Artica. Mi aveva colpito perché era un diario di geografia umana, raccontava la scienza, le scoperte, e raccontava i suoi sentimenti durante il viaggio. Mi ero appuntato alcuni passaggi che ogni tanto mi capita di rileggere come un mantra: “Sono nominato a far parte della Spedizione Artica Svedese, 25 settembre 1877”. “Lo scoraggiamento dà prova d’animo debole e quindi inetto a grandi cose”. Non mi scoraggio”. La pronipote mi racconta cosa avvenne anni dopo quelle notti polari. “Meglio il nulla che il niente”, lasciò scritto su di un biglietto l’esploratore prima di spararsi in testa sotto un albero di gelso. A ritrovare il cadavere fu Emilio Salgari, all’epoca cronista per il quotidiano L’Arena di Verona.

Palombari porto barche ormeggiate

“Meglio il nulla che il niente”, lasciò scritto su di un biglietto l’esploratore Giacomo Bove prima di spararsi in testa sotto un albero di gelso. A ritrovare il cadavere fu Emilio Salgari, all’epoca cronista per il quotidiano L’Arena di Verona.

Poi un’ultima chiamata da casa. Un palombaro mi racconta della città in cui sono nato, “A Bari dopo la guerra non ho fatto altro che recuperare bombe. In settimana le cercavamo e poi il sabato era il giorno dell’esplosione. Sono stato miracolato. Dovevo morire per una bomba di nitrite. A Polignano a Mare ci chiamano perché c’erano delle mine magnetiche. Mi era parso di sentire un ticchettio. Era il pendolo della cima sbattuta dalla risacca contro la roccia. Un giorno, sempre a Bari, nel buio di un relitto, indossavo guanti chirurgici, c’era un cadavere in una cuccetta, ho messo le dita negli occhi, mi sono ritrovato in mano il teschio. Eravamo i becchini del mare. Ho 83 anni, mi manca tutto. Sogno di essere sott’acqua. Sogno quelli che non ci sono più. In sogno riconosco tutti i laghi, le alghe. Ricordo un palombaro, medaglia d’oro in missione ad Alessandria D’Egitto. Mi disse, Quando andrò in pensione mi porterò un remo sulle spalle e camminerò fino a quando non mi diranno, Ma questa è una pala da forno. Ora basta. Ho chiuso con il mare. Se continua, prima o poi ci lasci le bucce. C’è bisogno di uno stacco netto”. Uno stacco netto. Mi rimane l’ultima parola, di Pinto Virgilio: “Ero un giovane immortale nell’acqua nera, a dodici metri, nel buio totale”.

*Il 30 settembre 2017 avrà luogo a Le Grazie il 15° raduno nazionale Subacquei MM in Congedo. Passate parola e Buon Vento, Mare calmo e acque limpide a tutti.

Hai letto una delle storie di copertina di CTRL#72, scopri il magazine cartaceo e come abbonarti.