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Puntare, caricare, fuoco! – una difficile campagna fotografica

25/05/2016
Fotoracconti

A cura di Pavlov Arnoldi

gustave_le_gray_louis-napoleon_prince-president_of_the_republic_1852Napoleone III fotografato da Gustave Le Gray (1852)

Foto-racconti è una rubrica che esercita la riflessione attraverso l’osservazione fotografica, cosa non da poco in una società non fotologica, bombardata da stimoli fotografici complessi e multiformi, che spesso non riesce a decifrare. Qui, nel caso vi interessasse l’argomento, una introduzione alla rubrica.

Napoleone III era un grande appassionato di fotografia. Comprendendone l’immenso potere propagandistico, ne volle fare il simbolo del progresso scientifico e sociale, industriale ed artistico, che fioriva in Francia. Il suo ritratto commissionato a Gustave Le Gray nel 1852 fu la prima fotografia ufficiale di un capo di stato; inoltre, il fatto che l’istantanea potesse essere moltiplicata idealmente all’infinito, avrebbe contribuito alla diffusione dell’immagine del nuovo Imperatore per tutta la Francia. Il ritratto in studio stava diventando una vera e propria industria, come gli scatti riportati da viaggi e spedizioni esotiche, le riproduzioni d’opere d’arte antiche e moderne, l’ immortalare delle grandi opere architettoniche…

Si volle inoltre utilizzare questo nuovo miracolo della tecnica per documentare la spedizione militare contro l’Austria, durante la campagna d’Italia del 1859. L’Imperatore offrì persino 50.000 franchi al famosissimo fotografo ed ex-caricaturista Nadar per seguirne l’avanzata sulla sua mongolfiera, ma egli, repubblicano convinto e fiero oppositore all’attuale governo, rifiutò l’incarico. Col senno di poi fu tutto di guadagnato al capo di stato, che quando s’accorse di come stavano andando le cose sul fronte, non solo ringraziò il cielo di non avere un tipo come Nadar a rigirargli il coltello nella piaga, ma vietò pure di immortalare con qualsivoglia immagine fotografica campi di battaglia, ponti e case crollate, e tutto ciò che concerne la guerra, pena la confisca dell’apparecchio e la condanna a tre mesi di lavori forzati. Anche il comando piemontese (alleato dell’Imperatore francese) emise fogli d’ordine che proibivano la professione del fotografo all’aperto o al seguito delle truppe.

The Cemetary at Melegnano -- Aftermath of Combat. June, 1859-Lo scenario dopo lo scontro a fuoco al cimitero di Melegnano (Giugno 1859)

Ed ecco giungere il 24 Giugno 1859: a Solferino si combattè lo scontro più sanguinoso dai tempi della battaglia di Lipsia. Una battaglia di dieci ore dalla quale l’Austria ne uscì sconfitta, e con essa perse l’intera guerra, e la Lombardia. Il totale dei feriti ammontava a quasi 20.700, i dispersi o prigionieri a 9.400… si dice che fu questo, e l’ineguatezza dei servizi sanitari dei rispettivi eserciti, a ispirare al filantropo svizzero Henry Dunant, presente quel giorno, l’ideazione della Croce Rossa.

Ciò che meglio, secondo l’Imperatore francese, doveva celebrare la sua gloria, divenne una potenziale arma di rovina: se delle foto di tutti quei morti fossero giunte a Parigi, dove si credeva che la campagna militare fosse una semplice passeggiata, poteva scoppiare una rivoluzione: “la vigilanza militare provveda a impedire la profanazione del campo di battaglia da parte di ladri, spogliatori di cadaveri e fotografi”.
Si arrivò al punto che in molti paesi d’Europa bisognava fare la denuncia presso le autorità qualora si comprasse una macchina fotografica, come si usa per le armi da fuoco.

Garibaldi_medico[1]Garibaldi con il medico francese Auguste Nélaton fotografati dai fratelli Alinari nel cortile della fortezza del Varignano. Lo sfondo, ben più idoneo alla prigionia, fu aggiunto in un secondo momento, in fase di stampa (1862)

Nello Stato Pontificio, il 28 novembre 1861 sua Eminenza Cardinale Vicario della Santa Sede Costantino Patrizi emanò un editto nel quale si stabiliva non solo l’obbligo immediato di denuncia di possesso di una fotocamera presso il Maestro dei Sacri Palazzi, ma addirittura l’autorizzazzione per mezzo di uno specifico nulla osta rilasciato dall’autorità di polizia e del Vicariato per l’esercizio del fotografo. Questo editto, ufficialmente mirato a sedare il propagarsi di rappresentazioni oscene [sfizio che approfondiremo in altra sede N.d.A.], era con più probabilità teso a controllare possibili documentazioni degli atti rivoltosi e terroristici che la polizia pontificia doveva fronteggiare, nonchè scomode testimonianze delle repressioni attuate dagli zuavi di De Goyon. Difatti soltanto nove mesi prima a Torino il primo parlamento unitario proclamò il Regno d’Italia, che non comprendeva Roma e il Lazio (ovvero l’allora Stato Pontificio, sotto la protezione di Francia e del nostro vecchio amico l’Imperatore Napoleone III). Non vi sarebbe stato alcun problema se solo quell’attempato di Cavour non avesse infervorato i deputati dichiarando che Roma era la necessaria capitale d’Italia. E Garibaldi non fosse stato un anti-clericale dalle idee un poco confuse, col mezzo toscano in bocca anche quando tre chirurghi gli sfilavano lo stivale canticchiando fra i denti “Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…”