Persone, luoghi e altre storie
Eventi
Il Magazine
Abbonati

Bolivian Rhapsody

Dal Magazine

A cura di Gionata Giardina e Mirco Roncoroni

Fotografie di Alessandra Beltrame

da CTRL #66

 
Con una stima di circa 12.000 presenze, la comunità boliviana della Bergamasca è la più grande d’Italia e, in proporzione, del mondo. Abbiamo fatto un viaggio in un mondo nel mondo, per capire cosa, chi, quando, come. Ne è nato un reportage-rapsodia che procede tra volti, luoghi e storie al ritmo di interminabili reggaeton.


boliviani-bergamo-bolivian-rhapsody-2

Noi, donne e uomini, attraverso la Assemblea Costituente e con l’originario potere del popolo, esprimiamo il nostro impegno per l’unità e l’integrità del Paese. Adempiendo al mandato dei nostri popoli, con la forza della nostra Pachamama e con l’aiuto di Dio, rifondiamo la Bolivia.

(Dalla Nuova Costituzione dello Stato Plurinazionale di Bolivia, ottobre 2008)

OUVERTURE – VALIGETTE

Avete finalmente del tempo libero. Andate in gita con Google Maps. Digitate Largo Cinque Vie, Bergamo, e individuate l’imbocco di via Gianbattista Moroni. Fate vostra la Street View.
Percorrete la storica via del centro e gustate la giornata dalla foto, bella in eterno. Spostate il cursore a sinistra e a destra e trovate locali che permettono l’acquisto di molte cose: vestiti, animali e gabbie, telefonate intercontinentali. E cibo. Un sacco di cibo: ci sono circa 10 ristoranti in Via Moroni; di questi, 5 non sono italiani. Di questi 5, 3 sono boliviani. Fermatevi. Siete davanti al ristorante El Conquistador. Non potete entrare.

In fondo al locale, Ronal Gutierrez siede intorno ad un tavolo di plastica il cui perimetro è completamente coperto da bottiglie vuote di birra Moretti. Insieme a lui bevono la moglie, boliviana pure lei, e due giovani senegalesi. Si divertono. Le risate coprono la televisione che un muscoloso padre di famiglia controlla dal tavolo come fosse il divano di casa. Si passa in libertà da interminabili reggaeton a versioni spagnole di brani di Ramazzotti (El tiempo no atiende a razones), con qualche fugace passaggio sui gruppi messicani Mariachi, resi celebri dalla Heisenberg Song di Breaking Bad.

boliviani-bergamo-bolivian-rhapsody-4

L’ondeggiare assonnato a tempo di musica dei bimbi dietro i grandi piatti vuoti mette una certa fame, ma la cucina è ormai chiusa. Niente salteñas, niente chorrellana, niente falso conejo, niente pique macho (si quietino quelli che vorrebbero le ricette). Anche la Moretti, sicuramente la birra preferita dai boliviani bergamaschi, è esaurita; bisogna ripiegare sulla Paceña tropical extra che, nonostante provenga direttamente dalla Cerveceria Boliviana Nacional, rappresenta sempre la seconda scelta.

Ronal inizia allora a parlare. Racconta dei suoi quindici anni in Italia fra clandestinità e burocrazia: «Avevo sentito in giro che a Bergamo c’era tanta gente boliviana. Per fortuna mia moglie ha trovato lavoro…donne trova sempre prima lavoro di uomo. Ha fatto documento, ha fatto tutto prima di me. Poi mi ha messo in regola con el ricongiungimento familiar». Si tira su le maniche e racconta dei suoi tatuaggi da paracadutista dell’esercito boliviano, di come sia pentito di averli fatti; della multa da trecento euro che il comune di Bergamo gli ha da poco recapitato per aver scritto alcuni prezzi sulla vetrina del proprio locale. Dice anche quanto gli manchi la famiglia.

Anche la Moretti, sicuramente la birra preferita dai boliviani bergamaschi, è esaurita; bisogna ripiegare sulla Paceña tropical extra che, nonostante provenga direttamente dalla Cerveceria Boliviana Nacional, rappresenta sempre la seconda scelta.

ristorante-boliviano-bergamo-el-conquistador-bolivian-rhapsody

Ad un certo punto entra un altro boliviano ben vestito che raggiunge i ragazzi senegalesi e con fare misterioso apre una ventiquattr’ore piena di caramelle e lecca-lecca. I clienti non sembrano sorpresi di vederlo, anzi fanno finta di non vederlo, e in pochi secondi è già tornato in via Moroni. La Virgen de Orkupiña invece – marchio cattolico acquisito dall’antico spirito della Madre Terra Pachamama, patrona dei cochabambini e della Bolivia tutta – resta nel locale in forma di statua mariana, poggiata su una teca/altare nella parete opposta a quella che ospita i trofei delle squadre di calcio boliviane locali.
Chi è arrivato fino a questo punto della storia potrà dedurre almeno tre elementi fondamentali:

i boliviani hanno aperto diversi ristoranti;
i boliviani hanno rispetto della Virgen de Orkupiña;
i boliviani hanno rispetto della Birra Moretti.

È tempo di capirci qualcosa in più.

ANDANTE – PARTENZE E PARTITE

Di numeri rispetto alla presenza boliviana a Bergamo se ne trovano molti, imprecisi e non esaustivi. L’Istat (dati 2015) dice che nella Bergamasca si contano 6.122 boliviani, 3.845 nel solo centro urbano. Sempre l’Istat dice che in Italia ve ne sono 14.568, dei quali 10.816 solo in Lombardia. Va da sé che siano stati registrati solo i regolari e che altrettanto numeroso sia il sottobosco degli arrivati con il visto turistico e poi fermatisi oltre i tre mesi. L’importante è no far casini, se poi te trovano senza el documento te lasciano andar. Tra tutti i sudamericani bergamaschi, i boliviani sono circa il 70%; di questi, circa il 90% proviene da Cochabamba. 12.000 presenze in tutta la Bergamasca sono verosimili, un dato che fa della comunità la più grande d’Italia e pare, in proporzione, del mondo.

11 ottobre 1962.
Concilio Vaticano II, la Chiesa “si apre al mondo”. La diocesi di Bergamo recepisce il messaggio e si fa pioniera nell’esportazione dell’episcopato laddove il generoso/presuntuoso ventre della grande madre non sia ancora arrivato a far germogliare i suoi frutti. In Bolivia, per esempio. Don Nicoli è il primo sacerdote a iniziare la missione nel ‘62, ma sarà Don Bepo Vavassori del Patronato San Vincenzo il propulsore di una macchina missionaria avviata con l’istituzione di un orfanotrofio a La Paz e di una prima parrocchia in città. Nel ’66 l’arrivo di padre Berta, celebrità spirituale che «tutti i cochabambini conoscono» e che nel ‘71 fa costruire un secondo orfanotrofio, la Ciudad del niño, a Cochabamba. Le parrocchie aumentano, i primi seminari istituiti dai bergamaschi favoriscono lo sviluppo endemico delle vocazioni e di un’intraprendenza missionaria che si allarga a Santa Cruz, El Alto, Oruro. Arrivano anche volontari laici, bergamaschi pure loro. Sposano donne boliviane, nascono figli, grandi iniziative e i primi interscambi formativi-culturali tra i due paesi. Poi le migrazioni, i ricongiungimenti, l’immaginario che identifica l’Italia nella città di Bergamo.

La crisi governativa dei primi Duemila, il boom di arrivi e l’indirizzo di Don Davide Rota (parroco di Mozzo fino al 2010) affisso fuori dagli uffici migrazione di Cochabamba. Storia recente è invece il gemellaggio Bergamo-Cochabamba e l’istituzione di un consolato onorario a Bergamo per rispondere alle esigenze della minoranza in maggioranza.

Poi le migrazioni, i ricongiungimenti, l’immaginario che identifica l’Italia nella città di Bergamo.

5 settembre 2013.
Evo Morales, presidente della Bolivia, visita la comunità boliviana bergamasca: una capata in città condita da una partita a calcio da lui richiesta, qualcosa che simbolicamente restituisca l’immagine di presidente compañero anche ai compaesani orobici. Con l’elezione del 2006 è divenuto il primo ex cocalero (coltivatore di coca) a salire al governo. Su di lui abbiamo sentito dire che «è indigeno, non sa leggere e scrivere, non è andato all’università, non ha fatto un cavolo en su vida e diventa presidente» e altre considerazioni tendenzialmente ostili e vagamente classiste. Come fu per Chavez in Venezuela, Morales è interprete del socialismo sudamericano condito da una buona dose di bolivarismo, antiamericanismo, antimperialismo, indigenismo e una serie di altri -ismi che l’hanno reso sicuramente popolare e spesso populista.

Evo Morales che gioca a calcio, si diceva. Col numero 10, all’oratorio di Colognola (qui si esibisce in un calcio di punizione). Chissà come avrebbe vissuto quella partita se avesse saputo che circa l’80% della comunità boliviana all’estero (non solo bergamasca, non solo italiana) avrebbe votato NO al referendum indetto lo scorso febbraio, in cui chiedeva di poter modificare la costituzione per poter essere eletto oltre il limite del doppio mandato (i NO hanno poi vinto anche in patria). Riconferma o meno, certo è che la crescita economica (che ora si attesta al 5% annuo), il dimezzamento del tasso di analfabetismo (dal 38% al 17%) sono sintomi di un progresso che innegabilmente è maturato dal suo insediamento e che oggi fanno della Bolivia il paese a maggior sviluppo in Sudamerica.

PRESTO – CHE PERDO IL TRAM

boliviani-bergamo-calcio-bolivinan-rhapsody-7

Dicevamo dei boliviani che hanno aperto diversi ristoranti: sarebbe più corretto dire che i boliviani sono ambiziosi buongustai. Lo ha detto Carla mentre il suo ragazzo – centravanti dei Los Cuervos – giocava contro i Diablos Rojos ai campi da calcio di Redona qualche settimana fa. Quel giorno Carla mi spiegò anche che invidia, lavoro e gerarchia erano una cosa sola.

Nel 2001 la neo-immigrata giovane Marisol si sarebbe trovata d’accordo: «Pensavamo che tutti rubavano il nostro lavoro. Se domani il lavoro era alle otto noi andavamo lì alle sette, un’ora prima. Perché c’è qualcuno che ci ruba il lavoro». Com’è ovvio, a rubare il lavoro agli immigrati boliviani non erano gli italiani, bensì altri immigrati, fra cui gli stessi boliviani, spinti dalla necessità di realizzarsi anche a danno dei propri simili.

Nei primi anni del Duemila, per le donne boliviane quello di badante («baby-sister») era il mestiere più praticato e, grazie al risparmio di vitto e alloggio, anche quello più remunerativo. Ma le strade percorribili erano molteplici: pulizia in cucina di ristoranti italiani, pulizia industriale, o tutto questo contemporaneamente al mestiere di badante, e fu proprio così per Marisol; fino alla capacità di fare impresa, impresa edile soprattutto; fra gli uomini, tanti erano e sono guaineros, proprietari di piccole aziende di impermeabilizzazione dei tetti.

I primi subivano il derecho de piso: «Io ho fatto fatica ad arrivare qui, adesso tu devi fare la stessa mia fatica».

Caso certamente non isolato nelle esperienze di diverse comunità emigrate, negli anni del boom una parte considerevole dei boliviani che giungevano in Italia trovava accesso nella società attraverso il passaggio da una rete di sfruttamento e speculazione gestita da chi era arrivato in precedenza. I primi subivano il derecho de piso: «Io ho fatto fatica ad arrivare qui, adesso tu devi fare la stessa mia fatica».

Piso può indicare il pavimento, un appartamento, o tutto il piano di un palazzo; nella realtà si traduceva nel costo dello spazio per un materasso in un appartamento condiviso da un numero di persone variabile: sei, dodici, diciotto, il lettore scelga il multiplo preferito. Il prezzo si aggirava intorno ai 150 euro al mese pro capite. L’offerta dell’alloggio coincideva di solito con l’offerta di un lavoro, di cui il primo stipendio doveva finire al protettore, che nel frattempo era in grado di acquisire altri appartamenti tutti da riempire.

Con il tempo e il radicamento dei nuclei familiari questa prassi si modificherà traducendosi in forme più blande di lotta per la conquista della realizzazione economica e sociale. Così è stato anche per la nostra non più giovane Marisol che – grazie ad anni di risparmi, lavori multipli e assenza totale del concetto di tempo libero poté aprire uno dei primi ristoranti boliviani in città e fare così i prezzi che voleva – oltre a essere di riferimento per le (tante) occasioni di festa della comunità; ma si vide presto comparire intorno altri ristoranti boliviani da tutte le parti, e fu quindi costretta ad abbassare i prezzi, ma non troppo, in modo da puntare così a clienti più facoltosi, gli italiani, che non apprezzano il mais e il chuño ma almeno non si ubriacano troppo. (Il chuño sono patate essiccate).

Così è stato anche per Carla, che ha inaugurato la prima associazione di basket boliviano a Bergamo. In Bolivia non poteva giocare a basket – una delle tante cose sconvenienti per una giovane donna – e così partì per l’Italia: «Non volevo pulire, stirare, cucinare. Qua mi sono ritrovata a fare qualcosa di meglio: pulire, stirare, cucinare. Ma per altra gente! E almeno mi pagano». Oggi le associazioni di basket si sono moltiplicate per quattro. Le squadre di calcio sono una trentina. E poi ci sono i gruppi di ballo. «Piccola città, grande inferno».

GRAVE – RAMIRO

ramiro-cuoco-boliviano-bergamo-bolivian-rhapsody-8

58 anni. Lo sguardo disteso sul tavolo come a leggervi il passato, la parlata morbida e consapevole di chi ha finalmente trovato l’equilibrio. «Io mi sono sposato troppo presto, a 17 anni. I valori in Bolivia sono diversi e solitamente quando vai a letto con una ragazza poi finisci per sposarla». Perlomeno così è successo a lui, ai suoi figli e a gran parte di quelli che conosce. Sua moglie, la sua media naranja, è piccolina e non troppo bella – dice ridendo – ma in casa porta equilibrio e lo fa vivere tranquillo, e a lui va bene così.

Nella vita di lavori ne ha fatti tanti: scaricatore merci, fotografo, impiegato in banca, impiegato in un gattile, lavapiatti. Ora rimbalza tra i fornelli di un kebab con cucina boliviana in via Broseta, ben disposto a parlare di zuppe andine, brasero de cordero, di come della vacca non si butti via niente o di quando faceva buchi sotto terra nelle miniere di Potosì, in Bolivia, a più di quattromila metri d’altezza, con un diavolo assopito a coprirgli le spalle, a cui è necessario pagare tributo:

«Nella zona da cui provengo, il primo di agosto c’è una festa grande, pagana, in cui si compie un’offerta alla divinità della miniera, un diavolo che noi chiamiamo el Tio. In segno di rispetto, e per non farlo arrabbiare, si taglia la gola a un lama, si versa il sangue sulla terra, si fa bollire senza sale e lo si mangia con mais e patate. Le ossa poi vengono seppellite in un posto speciale, restituite alla Pachamama».

Dice che ama cucinare, ama quello che fa fin da quando, appena immigrato, era lavapiatti nel ristorante italiano in cui aveva lavorato prima il genero, poi la figlia, poi la moglie. Lì Ramiro impara a cucinare italiano, è piuttosto bravo, il capo è contento, lo fa aiuto cuoco. Lui ci crede, anche quando durante la chiusura di agosto, quando tutti sono in vacanza, si offre volontario per le pulizie giornaliere. Il tempo libero è minimo, in vacanza non ci va, «in mi paese non c’è la cultura della vacanza». E a lui va bene così.

Sua nipote studia violino al conservatorio, suo nipote fa la scuola calcio ed è bravo in matematica.

Una parabola che racconta di una smisurata etica del lavoro, condivisa da molti boliviani, e che certo non sfigura di fronte a quella del bergamasco duro e puro, quello che ti considera un perdigiorno se non sei operativo alle 7 di mattina. Eppure, in Italia, Ramiro non ci è arrivato per necessità. Vieni a conocer tu nipote! gli aveva detto la moglie, partita per far sposare la figlia una volta saputo del bambino. «Mi ha spinto la voglia di conoscerlo. Non pensavo di fermarmi molto, avevo il visto turistico per tre mesi. Alla fine sono dodici anni che sono qui e se Dio vuole non torno più». Dice che a parte i suoi altri tre figli rimasti in Bolivia, del suo paese non gli manca niente.

Qui è riuscito a smettere di bere, sua nipote studia violino al conservatorio, suo nipote fa la scuola calcio ed è bravo in matematica. Con fratelli e sorelle in Bolivia ha tagliato i rapporti, non si parlano più perché «è successo un disastro». Gli amici che aveva lo cercavano solo per i soldi (comunque non molti) e il giorno in cui non aveva nulla in tasca, non aveva amici.

«Te dico, nel mio paese se si fa un matrimonio c’è una persona che fa da padrino, trova la chiesa e organizza un po’ tutto. Io ho lavorato in banca dieci anni, per dieci anni ho fatto sposare tantissima gente. Quel giorno che sono rimasto senza lavoro, nessuno è venuto a chiedermi padrino, ti manca qualcosa? Vuoi qualcosa? Vuoi un aiuto? Nessuno, neanche un amico, neanche uno. Nemmeno il cane mi ha pisciato addosso. Nel mio paese è così, sono tutti così. Per cosa torno? Per cosa? Qui in Italia mi sento bene, vivo una vita tranquilla, anche se c’è da correre di qua e di là: ti dico solo che in dieci anni che sono qui sono stato solo una volta in Città Alta… pensa, non conosco neanche Città Alta! Ma se lavoro tanto prendo i miei soldi. Qualcuno mi aveva detto Ramiro, l’America è il cielo. Io ho risposto che l’Italia è il cielo».

ALLEGRETTO – CONTINUARE A BERE

associazione-culturale-folclorica-bolivia-bergamo

Grazie al motore di ricerca del FITP (Federazione Italiana Tradizioni Popolari) è possibile esaminare regione per regione le associazioni folkloriche di tutta Italia – o perlomeno quelle riconosciute ufficialmente. Di queste, l’unica non italiana è il gruppo “Cultural Folklorico Bolivia”, rintracciabile accanto ai “Gioppini di Bergamo”, i “Vilan Folk” e tanti altri.

Fra la dozzina di gruppi folklorici boliviani presenti in città, quello di Clara Torrez e del figlio Fabrizio è l’unico ad aver conquistato la fiducia del Ducato di Piazza Pontida, l’ente organizzatore della ben nota Sfilata di Mezza Quaresima – «ma solo dopo che ho mostrato questa, prima non ci volevano». Clara agita la tessera del FITP e con soddisfazione prosegue: «Diciamo che in Italia è molto importante il calcio. Lo stesso è per noi per la danza, ci sono grandi società di promozione della tradizione, vere e proprie imprese. Qua ce n’era bisogno, la sfilata era una cosa brutta, un po’ spenta. Quando andavano gruppi boliviani invece era allegro, anche il colore. Ho detto: non vengo per vincere il premio. Vengo per far conoscere la mia cultura. Così facciamo l’integrazione. Guarda, qua eravamo in Cina».

Sullo schermo appaiono le immagini della diretta nazionale nella Repubblica Popolare. Ballano – anzi, danzano, perché ogni danza è un rituale – la Morenada, che viene da moreno e vuol dire scuro, a ricordo di quegli africani deportati nel continente sudamericano a partire dal XVI secolo. Essi ballavano prendendo per il culo i conquistadores spagnoli: il bianco camminava come un ubriaco alla vista dell’ennesima materia prima a disposizione, la bella indigena; le comunità autoctone apprezzavano la satira e si univano alle danze. È una storia simile a quella del Cakewalk, il ballo grottesco degli schiavi nordamericani che parodiava la boriosa camminata dei padroni.

Durante ogni occasione di festa ancora in molti rispettano un vecchio tabù. Danzare sopra il morto è vietato.

boliviani-bergamo-bolivian-rhapsody-5

Ma c’è anche la Tobas, danza dei cacciatori amazzonici, simbolo del loro ringraziamento alla Pachamama per l’abbondanza di cacciagione; o la più rappresentativa e spettacolare di tutte, la Diablada, furore pre-cristiano in maschera dedicato al malvagio Tio (lo stesso spirito che, nelle zone d’origine di Ramiro, esigeva l’offerta di sangue di Lama); e un sacco di altre danze ancora, e di vicende umane ad esse intrecciate. L’approfondimento di tutto ciò garantisce una certa mole di piacere e soddisfazione, promesso.

Del resto è difficile descrivere la magnificenza delle forme, dei colori di maschere e costumi; rappresentano le diverse comunità indigene della Bolivia, ciascuna con i propri elementi simbolici, alcuni dei quali non replicabili nella sensibile contemporaneità padana: «I costumi che usavano era con vera pelliccia di volpe, di leopardo…roba che qua gli animalisti ci vengono a prendere domani. Quindi meglio prendere le piume dai cinesi».

Nel paese d’origine, invece, i costumi originali possono colorare le strade senza timore; magari ad Oruro, dove ogni anno avviene un gigantesco carnevale ispirato dagli antichi culti pre-incaici ma patrocinato miracolosamente dalla cattolica Virgen del Socavón, avvicinabile alla preferita dei cochabambini Virgen de Orkupiña. Quest’ultima viene celebrata anche in Italia il giorno di Ferragosto. Durante ogni occasione di festa ancora in molti rispettano un vecchio tabù. Danzare sopra il morto è vietato.

Un tuo amico, un tuo parente; i defunti hanno bisogno di un anno perché si consumi il loro lutto. Ma puoi comunque continuare a bere.

CODA – LECCA-LECCA

Ci siamo. Il vostro tempo libero dovrebbe essere agli sgoccioli. Tutto ciò che si può fare è un ultimo sforzo di fantasia. Trasformatevi in lecca-lecca e proiettatevi dentro la ventiquattr’ore del boliviano di prima. Sperimentate lo sballottolìo da una parte all’altra della valigetta fino allo stop. Doppio clic e vedete la luce che non è proprio luce, ma più un economico campionario in movimento di colori da pista da ballo. Siete al risto-disco-karaoke-bar I Gemelli di via Palma il Vecchio, non avete percorso poi così tanta strada.

È vero, ai boliviani piace bere.

Un tempo Ramiro ha lavorato anche qui e, a quanto dice lui, una volta sono state consumate duecentocinquanta casse di Birra Moretti in una notte. È vero, ai boliviani piace bere. Un amico di ritorno da un viaggio di sei anni in Bolivia parla di matrimoni dalle proporzioni epiche, cinque giorni di festa con «tir, giuro, tir pieni di casse di birra».

boliviani-bergamo-bolivian-rhapsody-3-bis

E Carla racconta dell’ex marito che al venerdì sera si spaccava, e il giorno dopo lei doveva svegliarlo a testate (poi al lavoro ci andava, vomitando, ma ci andava). Ma al Gemelli non solo si beve, si vive: si cantano canzoni romantiche per farsi pizzicare dalla mujer sorridente e si balla tutti insieme, anziani e giovani, boliviani, umani.

Lia, mai vista prima, ti prende per mano. Ti porta al centro della pista, perché è il momento di ballare la tua prima bachata. Ti sta vicinissimo, e gli occhi quasi a mandorla ti fissano mentre la bocca dice: «Duro». Vuol dire di stringerle forte la mano. Stringi più forte e balli; non va poi così male, anche se gli altri boliviani se la ridono. Tornate al tavolo, parlate. Lei e suo marito devono decidere se tornare in Bolivia o rimanere qui prima che il loro bambino inizi le scuole. Perché «qui non siamo boliviani di Bolivia. Qui siamo boliviani di Bergamo».

TRIVIA BOLIVIA

– Sabato 13 dicembre 2008: il sindaco di Bergamo, Roberto Bruni, e il sindaco di Cochabamba, Gonzalo Terceros Rojas, firmano il protocollo d’intesa per il gemellaggio tra le due città. La proposta di gemellaggio era stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale di Bergamo, con l’astensione della Lega Nord.

– L’impero Tiwanaku è la civiltà più antica del sud America. Sorta circa 15.000 anni fa nei territori dell’attuale Bolivia, è precedente anche all’impero Inca. Ogni 21 giugno, durante il solstizio d’inverno (siamo nell’altro emisfero), i discendenti dei tiwanakotas (e immaginiamo molti altri) si ritrovano presso le rovine dell’omonima città per celebrare il Wilka Kuti, in lingua aymara “il ritorno del Sole”, aspettando la sua comparsa attraverso la Puerta del Sol.

– Tre zone, da est ad ovest: amazzonica, centrale, andina. Rispettivamente tre città: Santa Cruz, Cochabamba, La Paz. Polentoni (Colla, letteralmente “zoppo”) a ovest; terroni (Camba, letteralmente “uomo negro”) a est.

– 25 gennaio 2009. Con l’approvazione della nuova costituzione la Bolivia cambia la sua denominazione in Estado Plurinacional de Bolivia per valorizzare le diverse appartenenze etniche del paese, da sempre rappresentate dai sette colori della bandiera Wiphala.

– La foglia di coca è considerata sacra in Bolivia e la sua masticazione, un rito chiamato Acullico, è una tradizione millenaria. Le foglie destinate a questo rito vengono coltivate soprattutto nell’area degli Yungas, nei pressi di La Paz. Un’altra grande coltivazione di coca si trova nell’area del Chapare, nel dipartimento di Cochabamba, dove il 90% della produzione alimenta mercati non verificati.

– L’autore dell’inno nazionale, Bolivianos, el vado propizio è il musicista italiano Leopoldo Benedetto Vincenti.

– Nel 1925 viene realizzato il primo lungometraggio della storia cinematografica boliviana, Corazon aymara, di Pedro Sambarino. Nel 1969 Jorge Sanjinés gira il primo film in lingua quechua, Yawar Mallku, “Sangue di condor”, pellicola anti-statunitense che lo costringerà all’esilio.

– Il lago salato Poopò, il secondo più grande della Bolivia, è stato recentemente dichiarato “evaporato” a causa di una prolungata siccità e di un eccessivo impatto antropico. Il caso è stato definito “una foto del futuro dei cambiamenti climatici”.

– Abitudini alimentari. Marisol: «Al mattino fate la pausa caffè, noi facciamo la pausa per mangiare. Non beviamo il caffè. Noi facciamo una salteña, magari un ripieno di patata, un brodo. Salato. A metà mattina un panino. Poi pranzo. Pomeriggio la merenda: in Bolivia verso le 16 facciamo il kallu, insalata con il formaggio e pane, cipolla, tanta cipolla, pomodoro, tutto crudo. E poi la cena. Di solito è a cena che si mangia di più. Al mio paese non c’è un orario. Io vado sulla strada, vedo un pollo fritto alle dieci della mattina, lo mangio. Per quello che siamo ciccioni».

– La capitale della Bolivia è Sucre, il governo ha invece sede a La Paz, a circa 3.600 metri di altezza.

– Nel 2014 undici andine ultraquarantenni hanno costituito un autonomo gruppo di scalata. Dopo aver raggiunto cinque vette sopra i 6000 metri (compreso l’Illimani, la montagna più alta di Bolivia), si sono prefissate la conquista di almeno altre tre vette e di piantare la bandiera nazionale sull’ Aconcagua, la più alta montagna dell’emisfero occidentale (6,691 metri).

– Il Salar de Uyuni, nel dipartimento di Potosì, è la più grande salina al mondo, un deserto bianco poco più grande della Basilicata.

– Il carcere di San Pedro, nei pressi di La Paz, è un penitenziario autogestito dai detenuti e controllato da guardie carcerarie solo dall’esterno. Gran parte degli internati sconta una pena per traffico di droga in una struttura-villaggio dotata di varie tipologie di alloggio (solo a pagamento), esercizi commerciali di ogni genere, un asilo e una scuola materna: figli e mogli dei detenuti, potendo entrare e uscire dalla struttura, finiscono per restare all’interno e vivere in un ambiente di diffuso degrado.

– Il camino de las Yungas, rinominato anche El camino de la muerte, è una strada che collega La Paz al comune di Coroico. È considerata la più pericolosa al mondo: larga poco più di tre metri, si distende per circa 65 km a strapiombo su dirupi che raggiungono anche i 600 metri. Le croci lungo la strada ricordano le vittime inghiottite dal baratro: in media sono 26 i veicoli che annualmente precipitano nel vuoto.

– Durante il lutto, per dissolvere simbolicamente l’ombra della morte, è fra le usanze pulire la casa e le lenzuola del defunto e gettare il suo vestito dal tetto. Nelle comunità più tradizionaliste si usa ancora frustare i chiudi-fila del corteo funebre.

– «Mi trovi sempre qui. Giusepito. Se sono a Roma, no problema. Tu mi chiami e io arrivo. Ma solo il venerdì sera, eh. Giusepito.com!». (Sulla reperibilità di Giusepito).

– 6 agosto 1825. Il generale Antonio José de Sucre dichiara ufficialmente l’indipendenza dalla monarchia spagnola dei territori al tempo conosciuti come “Alto Perù”. Nasce ufficialmente la Republica de Bolivar, successivamente denominata Bolivia in onore del libertador, il generale Simon Bolivar.

– Settembre 2008: l’ambasciatore statunitense a La Paz, Philippe Goldberg, viene dichiarato “persona non gradita” e invitato a lasciare il paese. Ad oggi non è presente un’ambasciata statunitense in Bolivia: «Decidiamo noi la nostra politica economica, non il FMI né la Banca mondiale. Politicamente e democraticamente ci siamo liberati dell’ambasciata degli Stati Uniti. E stiamo meglio di prima». (Evo Morales, intervista a La Repubblica, 12 giugno 2015)
 
 
Hai letto la storia di copertina di CTRL#66, scopri il nostro magazine cartaceo e come abbonarti per leggere altre storie.