Persone, luoghi e altre storie
Il Magazine
Abbonati

Area di rigore

Dal Magazine

A cura di Nicola Feninno

Fotografie di Mattia Rubino

da CTRL#65 - Aprile 2016

_DSC0176

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
(Articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana)

3 – 5 – 2

Non possono giocare in trasferta. Per il resto sono una squadra regolarmente iscritta ai campionati F.I.G.C. Militano in terza categoria e quest’anno galleggiano a metà classifica.

Sto aspettando Lara, la responsabile del progetto Pallalpiede, fuori dalla casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Piove ma c’è una pensilina che sembra quella di una stazione dei treni, senza i binari, i treni e tutto il resto. Qualcuno ha dimenticato una Bibbia sulla panchina, con un post-it e un rimando al Libro di Sofonia. Poco distante c’è lo Stadio Euganeo, dove gioca il Calcio Padova; venne ultimato nel 1994, dopo una serie di ritardi dovuti al coinvolgimento di Sergio Verrecchia – sostenitore del progetto e allora assessore dello sport del comune – nell’inchiesta Mani Pulite: storia di tangenti.

Arriva Mister Bedin, l’allenatore: si rifugia anche lui sotto la pensilina senza treni.
«L’anno scorso, a metà campionato, avevamo conquistato la vetta della classifica, facevamo paura alle altre squadre. Così alcuni avversari hanno iniziato a memorizzare i nomi della lista dei convocati, a digitarli su Google e a lamentarsi: eh, ma sono dei delinquenti! È possibile che noi dobbiamo giocare contro i delinquenti? Questo ha fatto questo, quest’altro l’hanno beccato per questo, e via così.»

Il presidente della A.S.D. Polisportiva Pallalpiede è Paolo Mario Piva: insegna storia e italiano nell’Istituto Einaudi Gramsci di Padova, sezione carceraria. Lui e Lara, nell’estate del 2014, avevano un problema: volevano formare una squadra di detenuti; volevano iscriverla a un campionato ufficiale; e sarebbe stato un caso unico in Italia (se si esclude l’esempio della squadra del “carcere modello” – e anche un po’ “vetrina” – di Bollate); avevano 100 aspiranti calciatori; e non avevano un allenatore. Così si è materializzato Valter Bedin: in un pomeriggio ha visionato i 100 candidati, ne ha scelti 30 e li ha fatti diventare una squadra.

«L’anno scorso eravamo messi bene. La coppia d’attacco era formidabile: Edwin, 16 gol in 16 partite, l’hanno scarcerato, ora sconta il resto della pena ai domiciliari. E poi c’era un salernitano davvero forte, poteva giocare in serie B: hanno scarcerato anche lui. Così quest’anno abbiamo dovuto ricostruire, siamo partiti male, ma adesso gli automatismi di squadra iniziano a funzionare e stiamo risalendo la china.»

_DSC0203 18.12.46

Arriva Lara; trafila burocratica per l’ingresso; un agente ci apre un cancello e siamo sul campo da gioco.
Pallalpiede gioca con il 3 – 5 – 2. Al centro della difesa c’è Ugo, cuffia azzurra del Napoli in testa e accento partenopeo. Se apre bocca gli altri lo ascoltano senza fiatare. Secondo il codice del carcere lui è uno che ha le palle e le contropalle: ha 4 ergastoli. Il capitano è Chico, peruviano. Quello che ci mette il genio e la sregolatezza è il Rasta: bandana, scarpe ai piedi di due colori diversi, pantaloncini gialli fluorescenti del Barcellona. Tiene in mano un lettore cd (non ne vedevo da tempo), cuffie enormi sulle orecchie. È marocchino, ma sembra brasiliano, conosce 5 lingue, ha lo sguardo del piacione e, in campo, la tendenza ad innamorarsi del pallone.

Prima di iniziare il riscaldamento inizia un fitto scambio di caramelle e sigarette. Mi si avvicina Ivan, accento veneto.

«Io ho fatto l’imprenditore. Dicevo sempre che non mi facevo comandare da nessuno. Poi sono finito dentro; mia moglie è venuta a trovarmi, mi ha detto sì, invece, che ti fai comandare. Ma non si riferiva alle regole del carcere. Secondo lei era vent’anni che mi facevo comandare dalle sigarette. Il giorno dopo ho smesso: era il 24 maggio di 4 anni fa. Sono passato da due pacchetti a zero. Per trovarmi bastava che seguivi le carte delle caramelle per terra.»
Si comincia: una corsetta intorno al campo, stretching.

 

SULA – QUELLO CHE TRACCIA IL CAMPO

_DSC0442 18.12.46

«Sono stato un bambino vivace. Mi ricordo che giocavo sugli alberi coi miei amici, ci arrampicavamo come le scimmie. Non sai quante volte cadevamo! E poi quante ne ho prese dagli zingari! A volte andavo nei loro campi a rubare gli ulivi: ne prendevo uno piccolo, lo mettevo in un sacco e andavo a venderlo. Così prendevo i soldi e potevo fare il figo con le ragazze a scuola!»

Sula è un omone albanese, sfonda ampiamente i 100 chili. Gli piace alzarsi presto, scrive sulla rivista “Ristretti Orizzonti” – un esperimento di giornalismo dall’interno del carcere, con un sito e un mensile cartaceo – e lavora anche nella Pasticceria Giotto, sempre qui all’interno. Lara dice che quest’inverno è lievitato insieme ai panettoni.

«Se tu mi chiedi di descriverti una giornata in carcere, io non posso raccontarti nulla, perché è come se ti raccontassi il nulla ripetuto ogni giorno uguale. Qui è diverso, è vero, si sta meglio, ma il carcere di Padova non rappresenta tutte le carceri d’Italia. Prova a farti un giro in un circondariale, dove ci sono i detenuti in attesa di sentenza. Vedi gente con gli occhi fuori così, perché appena hanno un minimo problema di salute li imbottiscono di psicofarmaci.»
Sula ci tiene a farmi sapere che lui dice quello che pensa, se no sarebbe un falso e un bugiardo. Mi fa sedere su una panca piana di fianco alla sua, dove c’è un bilanciere. Mi dice che se vuole può alzare 170kg.

«Ho visto gente togliersi la vita. Ci sono parecchi suicidi in carcere. Molti all’inizio della pena, per via del primo impatto. Ma molti avvengono verso la fine della carcerazione. Perché ti dici: io sto per uscire, ma dove vado, da chi vado, cosa faccio? Avrai sempre il timbro: sarai sempre un ex detenuto.»

I morti per suicidio, overdose o cause non chiare nelle carceri italiane sono state 121 nel 2015. Il dato del 2016, aggiornato al 16 marzo, è di 20 morti.

Ora che siamo più in confidenza, gli posso chiedere perché è stato selezionato nella squadra, nonostante il suo fisico non troppo atletico.
«Ho chiesto la stessa cosa al Mister».

«Qui, durante i colloqui, non puoi dare una carezza a tua moglie, un bacio: questo non è scritto da nessuna parte. I colloqui intimi in Albania ci sono, prendi una casetta nel carcere, ci stai 2 o 3 giorni con tua moglie, puoi aiutare i figli coi compiti, puoi mangiare con loro, cose normali.»

Il tema della sessualità in carcere sembra un tabù inscalfibile in Italia. L’obiezione potrebbe suonare più o meno così: ma questi sono in carcere e vogliono pure scopare? Eppure i colloqui intimi sono permessi in Albania – come dice Sula – ma anche in Spagna, nel civilissimo Belgio, nella civilissima Svizzera, in Israele, Messico, Costarica, Turchia, Kazakistan, Russia, perfino negli islamicissimi Iran e Arabia Saudita.

«Il problema è che siamo ignoranti, e che tanti politici vivono su questo. Noi portiamo sicurezza, noi buttiamo via le chiavi. Ok ben venga. Ma guarda che io ho un fine pena. E le statistiche dicono che il 70 per cento dei detenuti in Italia torna a delinquere; la recidiva cade al 30 per cento quando uno esce prima dei termini tramite un lavoro che gli hanno insegnato, quando uno inizia a prendersi delle responsabilità. Sono i dati, non la mia opinione.»

Ora che siamo più in confidenza, gli posso chiedere perché è stato selezionato nella squadra, nonostante il suo fisico non troppo atletico.
«Ho chiesto la stessa cosa al Mister. Gli ho detto: toglimi una curiosità, io non ho il fisico, non sono veloce, perché mi hai scelto? E lui mi fa: ma non vedi che simpatico che sei! Come facevo a non prenderti?»
Sula è quello che, un paio d’ore prima della partita, traccia le linee di colore sul campo, monta le panchine e allestisce il campo, insieme ad altri 4 compagni. Carica i 170kg di cui mi parlava sul bilanciere, si sdraia sulla panca e li alza. Visto che non dico bugie.

 

‘STAFA – CENTROCAMPISTA

_DSC1315

‘Stafa è infortunato. L’intervento al ginocchio non è complicato, ma meglio aspettare di farlo fuori, gli mancano solo 10 mesi. Intanto si allena con una ginocchiera.

Ha un anno meno di me, ma mi dice che sembro molto più piccolo, che dev’essere per via della galera che fa invecchiare prima. A riprova mi mostra un capello bianco in mezzo alla massa corvina. Parla italiano con un’inflessione un po’ nordafricana, un po’ romanesca. Viveva nella capitale, prima di finire dentro.
«In carcere ho imparato a lavorare. Faccio il parrucchiere; taglio i capelli a tutti.»
‘Stafa viveva vicino a Casablanca. È alto, timido e ha tutti gli attributi del calciatore moderno: taglio di capelli “artistico” e tatuaggi un po’ ovunque.

«I tatuaggi li ho fatti a Rebibbia. Per gli inchiostri si usano le lamette da barba. Si passa l’accendino sulle impugnature delle lamette, che sono blu o nere, alcune rosse. La plastica dell’impugnatura va in fumo, e si fa attaccare il fumo colorato a un piatto di plastica, piazzato sopra: così hai i colori. L’ago si fa con il cilindretto che c’è dentro l’accendino: si passa sotto la fiamma anche quello e si fa la punta. Per la macchinetta, invece, si prende il motorino del lettore cd. Fai il disegno su un foglio, poi ti depili, passi il deodorante stick sulla pelle e ci premi sopra il foglio, così hai la traccia. La tecnica me l’ha insegnato un romano, solo che lui non sapeva disegnare. Io sì. Facevo i tatuaggi anche per gli altri: c’era chi voleva un disegno, chi il nome della moglie, chi quello della figlia. Ho iniziato a disegnare da ragazzino, in Marocco. Mia mamma, poverina, non sapeva né leggere né scrivere. Mi diceva: questo pomeriggio non esci a giocare, devi studiare! Io mi mettevo lì in un angolino, col libro aperto e un quaderno. Lei pensava che stessi studiando: invece disegnavo per ore!»

Intanto per tutto il campo si diffonde un buon profumo. In pasticceria stanno preparando le colombe.
«In questo carcere si sta bene. Ma non è così dappertutto. A Rebibbia, ad esempio, eravamo in 6 in ogni camera.»

La Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza dell’8 gennaio 2013) ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 3: divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti. Il problema riguardava il sovraffollamento. Ciascuno dei detenuti che ha fatto ricorso – vincendolo – aveva a disposizione uno spazio vitale inferiore a 3 mq. Da qui ha preso avvio il dibattito sullo “Svuota-carceri”, il tipico provvedimento che si limita a mettere qualche pezza qua e là, e che è stato – per di più – ampiamente sfruttato per motivi di propaganda politica. Secondo la direttiva 2008/120/CE sull’allevamento dei maiali, al suino deve essere garantito uno spazio di 6 mq.

Qualche dato ufficiale del Ministero della Giustizia, aggiornato al 29 febbraio 2016: la capienza regolamentare delle carceri italiane è di 49.504 persone. Attualmente sono detenute 52.846 persone. A Padova la capienza regolamentare è di 436 persone. Detenuti: 578. A Bergamo la capienza regolamentare è di 320 persone: i detenuti sono 518.

«All’inizio mi hanno mandato in Calabria, al circondariale di Castrovillari. Lì si sta male, soprattutto se non sei calabrese. C’è anche il “buco”, l’isolamento, lo chiamano così. Te ne stai chiuso tutto il giorno, c’è solo una finestrella minuscola: non sai mai che ora è, perché è sempre buio. Ho fatto di tutto per farmi trasferire, mi sono anche tagliato. Alla fine mi hanno spostato qui, ed è tutta un’altra cosa. Quando esco cambio lavoro, non spaccio più.»

 

BADI – ATTACCANTE

_DSC0585

Badi non era portato per il calcio. All’inizio tutti si chiedevano per quale oscuro motivo Mister Bedin l’avesse selezionato.

«Un paio di scarpe coi tacchetti non le ho mai messe. Però alle scuole medie, in Marocco, c’era pallamano nell’ora di educazione fisica. Ero uno dei migliori: venivo dalla campagna e là scherzavamo coi sassi. Ero bravo a tirare sassate, avevo la forza e la mira, e con la palla era più facile.»

«Non capivo più neanche dov’era il cuore, mi batteva tutto il petto! Così ho chiesto subito il cambio al Mister.»

L’anno scorso partiva dalla panchina. Quando entrava lo si vedeva passeggiare per il campo. Lo telecomandava dalla panchina il Rasta, in arabo: gli diceva vai di qua, vai di là, passala, liberati al centro, corri; lui eseguiva, alla buona. Poi, a metà campionato, arriva un cross dalla destra, il pallone sorvola l’area di rigore, scavalca i difensori, rimbalza sulla sua testa e va a insaccarsi sotto l’incrocio dei pali. Portiere spiazzato. Mister Bedin spiazzato. I compagni spiazzati lo portano in trionfo.

«Non capivo più neanche dov’era il cuore, mi batteva tutto il petto! Così ho chiesto subito il cambio al Mister.»
Quest’anno Badi veste una maglia da titolare; è il capocannoniere della squadra. 9 gol in 13 partite. Fine pena: 2019. In carcere ha seguito un corso di cucina di 700 ore: vale come 2 anni di Istituto Alberghiero, attestato di aiuto-cuoco. La sua famiglia è in Marocco. È venuto in Italia a 14 anni, seguendo i racconti degli amici che erano già qui: «La vita sarà più facile, io sarò più libero e potrò ubriacarmi quando voglio. Invece sono arrivato ed era tutto diverso da quello che mi raccontavano.» Quando esce vorrebbe restare in Italia, magari trovare un posto in qualche ristorante.
«Va bè signori, io mi faccio una corsetta.»

 

TONI – PORTIERE

_DSC1252

«Il portiere è il ruolo peggiore. Basta sbagliare una parata al 91esimo e si perde la partita. Tutti se la prendono con te. Ma tutte le parate che hai fatto prima dove sono finite?»

Toni è nato ad Elbasan, centro dell’Albania, 33 anni fa. Ha iniziato a giocare a calcio da piccolo. Nel 2006 l’Elbasan ha vinto il campionato, una vittoria storica. Lui nel 2007 è finito in carcere con una condanna a 24 anni.
«La mia è una famiglia onesta. Solo io ho distrutto la mia vita. Sono state scelte mie; avevo messo in conto che sarei potuto finire in carcere, ma così no, non per tutti questi anni».
Prima il circondariale di Vicenza, poi il carcere speciale di Viterbo, per 2 anni e mezzo, infine il carcere di Padova: gli mancano 14 anni da scontare.

«Il passato può essere brutto o bello, puoi star lì a ricordarlo, a graffiarlo, puoi piangere quanto vuoi, ma non puoi tornare indietro. È passato. Sono dentro da 10 anni, e se non capisci qualcosa in 10 anni non capirai più. Sto pagando le conseguenze delle mie scelte, e va bene così. Io potevo essere morto, grazie a Dio sono vivo, il proiettile è arrivato da dietro, mi ha trapassato il collo e mi è uscito dalla bocca. Ero fuggito e mi ha sparato un poliziotto»

Apre la bocca e mi mostra un buco che prende anche le gengive, grosso modo dove dovrebbero esserci gli incisivi.
«Mia mamma è morta un anno fa. Non sono potuto andare al funerale, in Albania. Quel sabato ho detto al Mister che non potevo giocare, tutta la squadra mi ha dedicato un minuto di silenzio. Noi litigavamo sempre, albanesi contro arabi contro sudamericani, sempre risse, casini. Qui invece si gioca solo a calcio, la nazionalità e la lingua non contano. Tanto per giocare non c’è bisogno di parlare.»

 

CHICO – DIFENSORE, CAPITANO

_DSC0816-2

Chico è il capitano della squadra, di cognome fa Guevara, «Sono del Perù, di Lima. Sono venuto in Italia nel 2001, avevo 15 anni. Mia mamma era a Torino dal 1993 e io ero il suo unico figlio rimasto dall’altra parte dell’oceano. A Torino la conoscevano tutti, era un punto di riferimento: aiutava i paesani, gli dava da mangiare se serviva, li aiutava a trovare lavoro o una casa. Tutti dicevano che io ero il figlio piccolo della Signora. Sono rimasto conosciuto così anche dopo che mia mamma è morta.

Avevo 16 anni e le hanno scoperto un tumore al seno. Ha fatto chemioterapia e tutto, è andata avanti per due o tre mesi, ma la malattia si era portata avanti, si era accorta troppo tardi. I miei fratelli e io decidiamo di staccare la spina, la mamma soffriva troppo. Un dolore immenso. Una batosta per me. Il mio punto di riferimento qui era lei, mio padre era rimasto di là, al mio paese. È stato difficile accettarlo, rimanere senza la mamma, dopo tanti anni che non la vedevo. Sono diventato uno sbandato dopo quella batosta. I miei fratelli volevano prendersi cura di me, fino a quando sarei stato maggiorenne, ma io ho deciso di non ascoltarli, e di fare di testa mia e andare via di casa. Ero pieno di rabbia. Tutta la vita sono stato pieno di rabbia, mi è passata solo qui in carcere: dopo 9 anni ho capito che non porta a niente. Comunque, quella volta ho preso i miei vestiti e me ne sono andato: vivevo da alcuni amici, un po’ di qua e un po’ di là. Davo una mano a qualcuno per guadagnare qualche soldo, e poi tutti i fine settimana discoteca. Non so se hai mai sentito a Milano e Firenze, di quelle baby gang di sudamericani? Io facevo parte di una di queste, ma più piccola, eravamo dei vandali, sostanzialmente: una dozzina di persone, andavamo in giro per discoteche, e ogni sera casini, risse. Non avevamo padroni, e le botte nascevano per le rivalità tra gang, per le ragazze, per stupidate. Devo essere sincero: quella vita non mi disturbava, diciamo che mi ero abituato.»

A 16 anni Chico si mette con una ragazza di 10 anni più grande, anche lei peruviana. Con una certa lucidità mi dice che forse era solo la mancanza di sua madre, di affetto: «Mi mancava qualcuno che mi diceva, Chico ti voglio bene, e tutte queste cose qua.» La ragazza resta incinta, decidono di portare avanti la gravidanza.

«Le donne, sai, come ti posso dire, c’hanno il diavolo dentro. Al quarto mese di gravidanza, lei cambia del tutto: non era più quella ragazza che avevo conosciuto, era diventata rabbiosa, gelosa, ossessiva, tutto quello che facevo era sbagliato, mi giudicava sempre. Non riuscivo a capire per quale motivo. Avevo anche smesso di frequentare le amicizie di prima, per fare una vita tranquilla con lei.»

Chico si allontana dalla sua fidanzata. Lei decide di andare in Spagna, dal fratello. Mancavano 3 mesi al parto. Lui si innamora di un’altra. Si frequentano. Anche l’altra ragazza resta incinta, dopo poche settimane. «Era il 2005. Adesso è diventata mia moglie, mi sono sposato in carcere nel 2013, qui a Padova». Chico prende un autobus, va in Spagna, ad Almeria, assiste alla nascita della sua prima figlia, che resta con la madre e il fratello in Spagna: lui avrebbe voluto portarla in Italia con sé, ma lei si è opposta, e non si poteva fare nulla. A novembre nasce la seconda figlia, dalla seconda ragazza. Nel dicembre dello stesso anno Chico viene arrestato, per aggressione a mano armata fuori da una discoteca.

«Quell’anno era passata la legge che non si poteva fumare nei locali. Così esco dalla discoteca, erano le 5 del sabato mattina. Era l’ultima sigaretta del pacchetto; una cosa banale che ancora adesso mi ricordo e mi dico: pensa te! L’accendo, faccio due tiri e si avvicina un ecuadoregno. Ascolta, offrimi una sigaretta, mi fa. Gli dico che è l’ultima. Questo era ubriaco. E anch’io avevo bevuto molto. Mi dice figlio di puttana. Non reagisco subito. Mi allontano. Lui mi viene vicino di nuovo; di nuovo mi dice figlio di puttana. Non ci ho visto più e gli sono saltato addosso. So che ho sbagliato, ma io avevo cara mia mamma. Gli dò due coltellate senza vedere, senza pensare, non capivo più niente. Il ragazzo casca per terra. Mi sono subito reso conto che avevo fatto una cazzata. Chiamano l’ambulanza, non era grave. Arriva la polizia. Ho detto, sì, sono stato io. I motivi sono questo e questo. Manette. Prima volta in carcere. Mi condannano a 3 anni e 6 mesi.»

_DSC1626

Nel 2006 Chico esce grazie all’indulto, dopo 9 mesi, in tempo per festeggiare il primo compleanno della figlia a novembre.

«Passano i mesi, la vita con mia figlia e con quella che ora è mia moglie procedeva bene. Ero felice e tranquillo. Lavoravo da mia sorella, che aveva una piccola ditta: facevo le consegne di notte alle edicole, con un furgone. Attaccavo a mezzanotte e staccavo alle 9 di mattina. Riposavo solo il sabato, e le altre notti non potevo bere neanche un goccio perché guidavo. Mi piaceva quel lavoro. Arriva luglio, è un sabato mattina e finisco di lavorare. Trovo un paio di amici che mi chiedono di andare con loro a una festa, al parco della Pellerina: c’erano le bancarelle, e tutti i paesani nostri. Va bene, vado. Lascio il furgone in un parcheggio. Non so se sai come sono impacchettati i giornali, con quella pellicola trasparente: ecco, per lavorare io avevo un taglierino, per aprire la pellicola. Un taglierino piccolino così, e quando lasciavo il furgone doveva restare dentro, nel retro. Quel giorno lì me lo sono dimenticato nella tasca. Andiamo a questo parco. Sto tutto il pomeriggio con due amici e un ragazzetto di 17 anni; era diventato una specie di fratello minore per me, anche a lui era morta la mamma, e cercavo di aiutarlo. Passo il pomeriggio a bere, a noi sudamericani piace bere, beviamo da quando siamo nati. Alle feste, poi, senza tregua. Avevo anche spento il cellulare: quel giorno volevo solo pensare a divertirmi, bere e ballare. Arriva sera. Al tavolo di fianco al nostro si siede un gruppo di 6 persone. Il ragazzetto mi racconta che aveva avuto dei casini con un paio di loro. Gli dico di stare tranquillo e di lasciare correre: noi siamo in 2, loro in 6. E se tu vuoi fare casino adesso, per noi finisce male. Quei ragazzi, poi, avevano un po’ di rispetto verso di me, sapevano che ero stato in carcere, e che se perdevo la testa era un casino. È stata una frazione di secondo, è successo quello che non doveva succedere: neanche me ne sono accorto, il ragazzetto si è alzato, è andato da loro; mi giro ed è per terra, ce ne sono due che lo riempiono di calci. Scatto a difenderlo. Mi saltano addosso in quattro o cinque. Alla fine – tra tutti i casini della mia vita – sono rimasto fregato in mezzo a una storia in cui io non c’entravo. Vedo uno che mi viene incontro con un cacciavite. Mi ero reso conto di avere addosso il taglierino. Lo tiro fuori e lo aggredisco sul braccio sinistro. Mi tornano addosso tutti e quattro, uno mi prende da dietro, ormai non ci vedevo più, do un colpo col taglierino a uno di loro tra le costole. Finisce per terra.
C’era una ragazza con loro, poco distante, mi dice: vai via. No io devo stare qua. Sono stato io, mi prendo le mie responsabilità. Arriva la polizia, mi portano in caserma. Il ragazzo dopo 3 ore è morto.»

Chico sceglie di procedere col rito abbreviato. Viene condannato a 18 anni. Prima viene rinchiuso a Torino, poi ad Alessandria, infine viene trasferito qui a Padova. Ha ottenuto uno sconto di pena per buon comportamento. Gli mancano ancora 7 anni.

 

BLOCK HOUSE, BLOCCO 1, BLOCCO 2

_DSC1451

Uno che racconta le storie degli altri, secondo me, dovrebbe astenersi il più possibile dall’uso di aggettivi qualificativi. Ma se me ne chiedete uno per Chico, il primo che mi viene in mente è generoso.

Un uomo condannato per omicidio, generoso? Sì. Avrà una seconda possibilità, una volta fuori? Sì. E l’uomo che ha ucciso? No, la sua vita è finita per colpa di Chico. È stata solo una tragica fatalità, poteva capire a chiunque? Credo di no. Tutte queste cose possano stare insieme in una sola storia, in una sola persona.
Vedere gli uomini rinchiusi qui dentro, vedere la loro normalità, poi leggere la descrizione dei loro reati su internet, crea una specie di choc del giudizio. Fa impressione rendersi conto che un assassino, può essere anche una brava persona, e viceversa. Niente di straordinario, in realtà; il punto è che le cose viste da vicino sono più complesse di un titolo di giornale. Non è questione di intransigenza o di buonismo: di certo, però, né l’intransigenza né il buonismo sono degli strumenti interpretativi adeguati per leggere questa realtà. Leggere, perché giudicare non è il compito di chi racconta storie.

Tutte le testimonianze che avete letto le ho raccolte durante gli allenamenti, che sono due a settimana, il martedì e il giovedì. Quel sabato c’era il turno di riposo, ma hanno organizzato un triangolare. Era l’ultima presenza in campo di Giovanni, barese trapiantato a Udine, i compagni lo chiamano Cassano, tra 5 giorni sarà libero.

«Esco giovedì. Ho un anno di affidamento fuori. Poi penso di tornare a Bari coi miei due figli, due gemelli di 10 anni. Vado a trovare mia mamma che è rimasta giù, lei è attaccata al suo paese, Capurso, a 5 chilometri da Bari: è il paese di Checco Zalone. Sono in carcere da 6 anni, ho lavorato 4 anni e mezzo nel servizio prenotazioni dell’ospedale di Padova. Dall’interno del carcere facevamo un servizio di call-center; tu telefonavi da fuori: se rispondeva una donna, era una segretaria, se rispondeva un uomo era quasi sicuramente uno di noi detenuti.»
Ride, mi dice che ha chiesto al Mister di schierarlo come punta, dopo un anno da terzino.
Per la cronaca: la compagine dei detenuti di Pallalpiede si è aggiudicata il primo posto nel triangolare, battendo in scioltezza la formazione del Camazzole e con più difficoltà quella del Campodoro (ai calci di rigore).

Triplice fischio dell’arbitro, che esce dal campo per andare a cambiarsi, seguito dalle due squadre ospiti. Mi intrattengo ancora un po’ con Sula, che sta smontando le panchine, aiutato da Giovannino (il diminutivo, credo, serve per distinguerlo da Giovanni), accento siciliano, che è dentro da quando ha 19 anni: «Nicò, il carcere ti cambia veramente, non lo dico perché voglio fare bella figura. Arrivi qua dentro e c’hai tutte quelle ore per dirti: ma che cazzo ho fatto? Ho bruciato il fiore della vita.»

I detenuti si cambiano in palestra, Kassem – che è il compagno di stanza di Sula e un buon centrocampista – cerca di far fuggire due colombi che hanno deciso di fare il nido proprio qui, su una delle tubature. «Noi desideriamo solo di essere fuori; loro vogliono stare qua dentro». Se non cambiano posto è un casino, lasciano tutte le scagazzate in palestra e tocca pulire.

Saluto l’agente, saluto la squadra, raggiungo Lara e Valter. Percorriamo il lungo corridoio che porta fuori: sembra quello di una scuola, col pavimento bianco, ma più lungo, più largo e con le inferriate rosse alle finestre. Diamo i nostri nomi all’agente del Blocco 2, ci apre. Poi ripetiamo la procedura al Blocco 1. Infine la Block House, dove recupero il cellulare – che ho dovuto lasciare all’ingresso – il portafoglio, la carta d’identità.