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Ancora un grande attore – Intervista a Dario Fo

20/04/2016
Interviste

A cura di Viola Bonaldi

Dario Fo 2

Primo giorno della Fiera dei Librai. In uno stretto camerino dietro le quinte del Teatro Donizetti incontro un Dario Fo in preda alla tipica ansia senile, preoccupato per il pranzo che, con suo palese dispiacere, potrà godere solo a pomeriggio avanzato. «Sotto casa mia c’è un buon ristorante di pesce, andiamo lì, fanno pure aspettare poco!» suggerisce a Giuseppina Manin, giornalista alla pagina degli Spettacoli del Corriere della Sera nonché diretta interlocutrice nel libro/conversazione Dario e Dio.

Mi siedo esattamente di fronte all’attore, quasi piede contro piede, ma i suoi enormi occhi gli impediscono ormai di vedere me e il bicchiere di succo d’arancia appena ordinato. Quello che ho davanti è un giullare nudo, privo dei paramenti ufficiali e delle espressioni istrioniche: un vecchio uomo, una maschera che in un primo momento risulta difficile da attribuire alla figura del Fo fastidioso e controverso. Dopo essersi accertato nuovamente dell’orario, inizia il suo discorso a ruota libera non badando poi troppo alle domande poste. Vecchia volpe.

«Il primo tema che ho svolto – quando sono entrato nel mondo dello spettacolo – veniva dalla tradizione del mio paese (Sangiano, ndr) famoso in tutta la Lombardia per i fabulatori: le basi fondamentali erano i discorsi sulla Bibbia, sul Vangelo, la religione; tant’è ver che gli spettacoli più importanti che si realizzavano nella zona del Lago Maggiore erano veramente degli spettacoli sacri con all’interno elementi comici, grotteschi, come nella grande tradizione medievale. Quando mi sono trovato in radio, ho messo subito in scena in maniera popolare le star del mio paese: fra queste c’erano Caino e Abele, e poi la nascita del primo uomo, la storia di Dio che si arrabbia con Adamo ed Eva e li caccia dal Paradiso, di Abramo e via dicendo…

Fu un successo esagerato. Il bello era che il pubblico capiva esattamente dove fosse il gioco ironico, mentre i dirigenti no.

Quando se ne accorsero, dopo diciassette puntate, l’hanno troncato. Poi quando entrammo in teatro, ricominciammo tutto da capo e quel dito nell’occhio alla dirigenza della DC divenne uno sbrego: per tre mesi consecutivi al Piccolo Teatro di Milano fu tutto esaurito».

Il volto dell’artista si trasforma, il corpo si raddrizza e finalmente prende vita. «Si iniziava con la Genesi, con Dio che creava l’Universo e poi ad un certo punto inciampa nel buio perché manca ancora luce… Si fa male, quasi bestemmia!”». Eccolo il sorriso di Fo. «Poi finalmente arriva un angelo che dice:

“Padre, siete voooi che dovete fare la luce!”.
“Io devo farla?? Ma non eravamo d’accordo che… pasa fò!”.
“La faccio subito!”.
Fa la luce e gli dice: “Un po’ troppa? L’abbassiamo? A me dà fastidio!”.

Tutto è partito da qui; e quindi è stato ovvio che alla fine di un arco di lavoro siamo arrivati a riparlare ancora del problema della vita, della morte, del paradosso, di Dio e della nomina – mmm, diciamo così – delle cose non visibili».

Dario Fo 1

Tra la narrazione dei Vangeli Apocrifi, la sua personale descrizione di Dio che certamente dev’essere “nero, alto circa un metro e quaranta, somigliante a una scimmia che salta di albero in albero nel Paradiso” e l’esaltazione per Giuda, “il migliore della compagnia”, in Dario e Dio si dedica un ampio spazio alla figura dei Santi: il Santo Prepuzio (ebbene sì, quello del prepuzio è proprio un culto tout-court, ritenetevi liberi dai vostri peccati), il levriero San Guinefort, i santi fasulli, assassini e guerrieri. Ma il borioso Dario si lamenta dell’assenza di un’agiografia del suo martire. Nessun problema, proviamo a recuperare: come lo vede il suo Santino?

«Dovrebbe essere come il Papa attuale. Un uomo che dice che il denaro è lo sterco del diavolo, che dice che non è in grado di decidere se un omosessuale abbia il diritto o meno di unirsi ad un altro uomo come lui… che addita tutti i problemi sulle speculazioni, sui furti, le banche, il vescovo che ruba i soldi versati per aiutare i bambini per farsi l’attico…ogni giorno fa scandalo, come Gesù! Fu messo in croce perché ritenuto delinquente; io aspetto che fra poco anche al Papa dicano che è un delinquente! Il Papa Ratzinger? Non lo possono spedire in mezzo ai Bantù, lo tengono qua perché dicono, tanto, prima o poi morirà! Che ore sono?».

Da quando aveva vent’anni ad oggi, Dario Fo ha scorto tra il pubblico le differenze che intervenivano col passare delle generazioni. «Io le ho vissute mano a mano, andando avanti, prima nella guerra, poi appresso alla Democrazia Cristiana, le stragi, i massacri, i momenti di difficoltà, e tutte le volte è scattato qualcosa di diverso. Era necessaria una coscienza e un’educazione tale che permettesse di intendere i significati per poterli ritornare al pubblico.

Devi conoscere chi hai davanti, in sala, il suo pensiero, e soprattutto le sue negazioni! – Che ore sono?».

Gesù. È ancora presto, Maestro, manca un quarto d’oooora! Nella stanza entrano altre persone, accompagnatori che mettono ulteriore fretta, giornalisti e pure i sindacati, alè. Siamo tutti stretti nel ventre umido della balena, quel Moby Dick che l’attore compara alla Democrazia Cristiana spiaggiata ma dagli eredi più che mai famelici. Siamo spettatori di quel Gulliver/Movimento 5 Stelle che viene processato e indicato come nemico della democrazia, siamo quelli che sulla nave dei folli del Mistero Buffo di Majakovskij moriranno per primi, perché «Quando ad un certo punto sta per affondare, chi sono quelli che scappano subito? I topi, poi ci sono i politici, i pensatori, gli intellettuali, le puttane e basta. Gli altri muoiono tutti! Questo è un libro adatto a descrivere il Governo Renzi».

È ora di congedarsi, lo spettacolo sta per iniziare.

Dario Fo novanta anni intervista santi 1

Dario Fo sarà pure ateo, ma un ateo papista, ateo panteista: «L’acqua non è soltanto quella che si beve ma quella che forma i fiumi, i mari… il vento non è soltanto quello che sbatte un pochettino le piante ma quello che fa danzare la natura, e così il fuoco che proietta l’immagine, il nero, i colori, il croma, il calore… è tutto poesia!». Un ateo che ha deciso di creare un’invidiabile religiosità personale basata sulla bellezza, su quella «trasformazione che è fuori da ogni limite di resistenza per la popolazione e soprattutto per la gente che ha ancora il potere in mano».

Riprende il suo cappello variopinto facendo vibrare i campanelli che vi ci sono appesi, dona espressione al volto e pian piano, sorretto da più mani, si avvia verso il palcoscenico, dove si concederà al pubblico nella sua forma migliore. Dario Fo è ancora un grande attore.