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American Liberty – campane, Slot Machine e sogni americani

13/11/2015
>5 min
a cura di Chiara Migliori
 
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One-Armed Bandit, Pluggy, Poker Machine, Fruit Machine, Slot Machine o, più semplicemente, la slot, dal nome della fessura in cui infilare la moneta fortunata. Quelli appena elencati sono solo alcuni dei nomi con cui, nel corso dell’ultimo secolo di gioco d’azzardo, è stato chiamato il più famoso apparecchio per l’alienazione collettiva: la Slot Machine. Soltanto pronunciarne il nome evoca l’immagine di vecchini e vecchiette con lo sguardo vacuo, abbigliati in camicie floreali e cappellini da pescatore, seduti uno di fianco all’altro davanti alle interminabili file di slots che popolano ogni casinò di Las Vegas che si rispetti.

Anche Liberty è una parola di un certo rilievo nel vocabolario statunitense. Liberty come la Liberty Bell, la campana più famosa d’America, che ogni anno riceve orde di visitatori a Filadelfia (città in cui fu ratificata la Dichiarazione di Indipendenza). Poco importa che la campana fosse una vera patacca e gli americani, dopo essersela fatta spedire dall’Inghilterra, dovettero fonderla e riformarla più volte per rabberciarla e farla suonare; ed è ancora meno importante che nessuno in realtà la suonò il 4 luglio 1776, per festeggiare la Dichiarazione (che poi era stata firmata un paio di giorni prima). La Liberty Bell, ribattezzata così dagli abolizionisti negli anni Trenta dell’Ottocento, ha sempre occupato un posto di riguardo nell’immaginario statunitense, come simbolo di giustizia e di lotta alla tirannia.

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Anche cercare di guadagnarsi da vivere con una moneta è una forma di libertà, poco importa che le chances siano miserrime ed entrare nel loop del gioco diventi poi una schiavitù. Una delle prime antenate della slot machine fu inventata nel 1891 a New York. Funzionava con 50 carte che potevano formare diverse combinazioni e veniva azionata da un nichelino. La macchina accettava la moneta, ma non era programmata per dare una vincita in denaro, quindi i premi, a seconda della combinazione di carte, consistevano in sigarette, un cicchetto, buoni di vario genere o quello che in quel momento passava il convento-bar, i cui gestori spesso estraevano dalla macchina un paio di carte, per limitare le possibilità di vincita dei giocatori.

Qualche anno dopo Charles Fey, meccanico bavarese di stanza a San Francisco, creò una macchina che funzionava su tre rulli e mostrava combinazioni di cinque simboli: zoccoli, diamanti, picche, cuori e la famosa Liberty Bell, da cui la sua macchina prese il nome. Era la prima Slot Machine dal funzionamento “moderno”, ovvero simile a quello attuale; era inoltre programmata per dare una vincita in denaro, tre campane di fila corrispondevano alla somma più alta: 10 nichelini. A seguito dell’enorme successo, Fey fu costretto a spostare la produzione dallo scantinato di casa sua uno spazio più grande. Le Slot Machines si diffusero sempre più in tutto il paese e così fecero anche le leggi che proibivano il gioco d’azzardo, costringendo molti produttori di slots, Fey incluso, a iniziare a produrre macchine che distribuissero chewing-gum anziché monete o, peggio ancora, buoni-sbronza. Questo però non bastò a dissuadere la popolazione dal peccare.

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Erano le 5.20 di mattina del 18 aprile 1906 quando un terremoto di magnitudo 7.8 della scala Richter (che ancora non esisteva) e di magnitudo incalcolabile per la Mercalli, sconquassò dalle fondamenta San Francisco, facendosi sentire fino in Oregon e Nevada e causando danni alle città limitrofe. La scossa causò anche innumerevoli incendi, con un risultato di 3000 morti e la distruzione dell’80% della città. La faglia di San Andreas si era stiracchiata e alcuni non esitarono a vedere nella catastrofe un segnale divino. Molti commercianti e produttori spostarono le fabbriche nell’est del Paese, ma non Fey, che rimase imperterrito facendosi beffe dell’ira di Dio e che, dopo solo qualche mese, riuscì a tornare in carreggiata. La sua fortuna però non durò a lungo, in quanto negli anni Dieci, una volta ripresisi dal terremoto, gli agenti della morale e paladini del movimento anti-slot, si ricordarono di quello che stavano facendo e tornarono a lottare per eliminare le macchinette del diavolo dalla faccia della terra.
Nel 1911 la California divenne ufficialmente, a tutti i livelli e in tutti i bar, slots-free.
Fey che non era certo uno che si dava per vinto, traslocò a Chicago e da lì continuò a produrre, anche perché, come accadde qualche anno dopo in pieno proibizionismo, gli statunitensi mostravano di farsi amenamente beffe delle leggi che proibivano il gioco. Fiorirono quindi industrie di vario genere che servivano come copertura per la produzione di slots, e Fey e compari ricevettero un valido aiuto dalla criminalità organizzata.

A partire dal 1920 la produzione e il consumo di alcol divennero illegali in tutti gli Stati Uniti. Nelle rivendite clandestine le macchinette continuarono però a essere presenti, anche solo come dispensatrici di caramelle, gomme da masticare e mentine e i simboli delle carte furono rimpiazzati da simboli della frutta, a indicare il gusto delle caramelle vinte. Dagli anni Trenta il gioco d’azzardo tornò a essere legale in varie parti del paese e il resto ce l’hanno raccontato la storia e i film, con quelle slot che rappresentano quasi l’80% degli introiti dei casinò di Las Vegas.

In tutto questo, la Liberty Bell di stagno è sempre al suo posto, uno tra i simboli nazionali e meta di pellegrinaggi. Uno degli ultimi esemplari della Liberty che inghiottiva monetine, invece, se n’è andato per sempre con la chiusura definitiva del Liberty Bell Saloon & Restaurant di Reno, Nevada: un fienile rosso riadattato a bar, di proprietà di Frank e Marshall Fey, nipoti di Charles. Non è stata la crisi, non i centri commerciali e il centro congressi che incombevano e nemmeno un accesso di moralismo, a convincere i due a cessare l’attività dopo 47 anni. La decisione è stata presa dopo lunga ponderazione e dopo essersi guardati intorno e avere stimato, dollaro in più dollaro in meno, il valore milionario dei mobili e delle antiche slot presenti nel saloon. Ché dopotutto, se la favola di Charles Fey e del sogno americano ha qualcosa da insegnare, è che con le slot se ne possono fare di soldi, sì, ma solo mettendole sul mercato.

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