Persone, luoghi e altre storie
Magazine
Books

L’alchimista che non aveva bisogno di Photoshop – Il mondo visionario di Jerry Uelsmann

16/12/2016
Fotoracconti

A cura di Pavlov Arnoldi

Fotoracconti è una rubrica che esercita la riflessione attraverso l’osservazione fotografica, cosa non da poco in una società non fotologica, bombardata da stimoli fotografici complessi e multiformi, che spesso non riesce a decifrare. Qui, nel caso vi interessasse l’argomento, una introduzione alla rubrica.

1-jerry-uelsmann-apocalypse-ii-1967Apocalypse II, 1967

Erano gli anni ’60 quando un trentenne occhialuto arrivò a New York armato di portfolio, deciso a sottoporre il proprio lavoro al giudizio delle gallerie di cui la metropoli pullulava.

Gli fu detto: “Davvero interessanti, ma questa non è fotografia.”
“Mi scusi, passo ore in camera oscura… ho comprato tutto al negozio di fotografia… come dovrei chiamarla?”

Quel giovane era Jerry Uelsmann, ed effettivamente dei suoi ottantadue anni, con ogni probabilità Jerry ne ha passati la metà in camera oscura.

2-jerry-uelsmann-korean-mystery-2007Korean Mystery, 2007

Ai tempi della propria laurea, l’egemonia di fotografi come Paul Strand, Ansel Adams ed Edward Weston suggeriva ai più che lo sviluppo creativo di una fotografia si doveva attuare quando facevi scattare l’otturatore della macchina fotografica, e che la stampa servisse per migliorare, correggere o accentuare certe zone dell’immagine, e nulla più.

La fotografia doveva rappresentare il mondo reale, calibrato e minuziosamente disposto nell’inquadratura, o catturato e congelato nel ‘momento decisivo’ cartier-bressoniano: queste erano considerate la più alta forma di fotografia, e la fotografia come arte faticava ad essere accettata dal pensiero comune.

Gli fu detto: “Davvero interessanti, ma questa non è fotografia.”

3a-jerry-uelsmann-metamorphosis-1962Metamorphosis, 1962

Fra i primi che tentarono di far uscire la fotografia artistica dall’ambito della pubblicità commerciale ci fu Minor White. E quando nel 1955 Minor accettò la cattedra per il programma quadriennale di fotografia al R.I.T. (Rochester Institute of Technology), si trovò a insegnare a ragazzi come Bruce Davidson, Pete Turner, Carl Chiarenza, e un giovane di Detroit che pensava di diventare un ritrattista: Jerry Uelsmann.

Qualche anno prima, ai tempi del liceo, Jerry si guadagnava qualche dollaro seguendo con un faretto un fotografo di matrimoni all’opera; gli preparava le attrezzature e gli caricava le macchine; e quando gli andava bene faceva interi servizi da solo.

Già al primo anno del R.I.T. Jerry aveva avuto un’ottima impanatura sulla creatività da un altro fotografo-docente, Ralph Hattersley, il quale gli mostrò che la fotografia poteva essere anche una espressione creata per se stessi, e non solo per terzi, neosposi o meno.

4-jerry-uelsmann-room-1-1963Room #1, 1963

Ma fu l’arrivo del professor White e della sua visione mistica e poetica -da poco approdata nel mondo della meditazione Zen- ad ammaliare il ragazzo più di tutti. Prima di incontrarlo, non immaginava nemmeno che gente del genere esistesse. Suggestionato dai paesaggi multiformi di Minor, Jerry si dava da fare, usando amici come modelli in interni di case abbandonate, sviluppando il tutto con un alto contrasto.

Un giorno, osservando delle strisce di negativi dell’allievo, Minor esordì: “interessante  come quella finestra esca dalla parete scura…”, incuriosito Jerry esaminò quei suoi minuscoli scatti e comprese il malinteso, spiegando al professore che in realtà la finestra faceva parte dello scatto successivo, ma i toni scuri dei contorni delle foto, una fianco all’altra, le aveva fuse involontariamente in un’unica immagine. Candidamente Minor commentò: “beh, qual è il problema?”.

5-jerry-uelsmann-untitled-1996Senza titolo, 1996

A ben pensarci, la cosa era affascinate. Stimolato da quell’idea, l’allievo iniziò così a inserire più negativi nello stesso ingranditore fotografico, mescolando in questo modo scene diverse, per crearne di nuove, dall’aspetto surreale e fantastico. Concepì l’idea che la camera oscura è essenzialmente un laboratorio di ricerca visiva.

E fu così che Jerry Uelsmann non divenne un fotografo ritrattista a Detroit.

Conseguita la laurea al R.I.T. nel ’57, perseguì una specializzazione e un Master of Fine Arts all’Università dell’Indiana nel ’60. Quello stesso anno accettò la prima offerta di lavoro che gli proposero, ritrovandosi così ad insegnare fotografia in una delle più prestigiose università del Paese: l’University of Florida.

A differenza del R.I.T., l’University of Florida non aveva più camere oscure separate fra loro, ma una comune per tutti gli studenti, attrezzata con più ingranditori; e un giorno come un altro, mentre Jerry ingannava l’attesa durante il lavaggio di alcune stampe… l’uovo di colombo. Se avesse avuto non uno, ma più ingranditori, già pronti con diversi negativi, non avrebbe fatto altro che passare la fotografia da un ingranditore all’altro, rendendo le multiesposizioni più semplici e veloci.
Da allora Jerry Uelsmann lavora con sette ingranditori fotografici.

Concepì l’idea che la camera oscura è essenzialmente un laboratorio di ricerca visiva.

6a-jerry-uelsmann-in-his-darkroomJerry nella sua camera oscura

“Museum of Modern Art, sono John Szarkowski, chi  parla?”
(Il direttore del dipartimento di fotografia del M.o.M.A. in persona che risponde al telefono, quando mai capiterebbe una cosa simile oggigiorno?)

“Salve, mi chiamo Jerry Uelsmann, sono un docente dell’University of Florida. Sto per venire a New York e mi chiedevo se fosse possibile avere un appuntamento per visionare delle stampe che avete nei vostri archivi…”

“Oh si, Uelsmann… conosco i suoi lavori… senta, perché non porta qualche suo scatto quando viene qui?”

“Oh certo, sicuro. Son contento che l’abbia chiesto!”

Szarkowski faceva passare le stampe una ad una, senza proferir parola. Si portava la bacchetta degli occhiali alla bocca e rimuginava fra sé e sé. Infine alzò la testa e disse: “Sa, mi piacerebbe esporre questi lavori qui al Modern…”

6b-jerry-uelsmann-untitled-1991Senza titolo, 1991

Jerry Uelsmann ebbe una personale al M.o.M.A. di New York nel 1967, assicurandosi il riconoscimento internazionale. Quando hai sul curriculum una cosa del genere, ogni porta ti viene aperta: è come ricevere la benedizione dal Papa. E la cosa ironica fu che lo stesso John Szarkowski che organizzò e curò l’esposizione di Uelsmann, divenne presto mecenate di fotografi come Diane Arbus, Lee Friedlander e Gary Winograd, allontanandosi dalla fotografia sperimentale. Se avesse incontrato quel Papa qualche anno più tardi, difficilmente avrebbe avuto la sua benedizione.

Certo, sapere che uno dei suoi maestri fu Minor White può spiegarci il linguaggio dei suoi lavori, ma fermarsi a questo sarebbe limitante. E’ indubbia anche una forte influenza surrealista. Viene da pensare immediatamente a Magritte, quando vediamo le rocce fluttuanti di Uelsmann, leggere come piume, o ancora le case che affiorano traslucide da tronchi crepati, quasi come quei piedi che emergono dalle scarpe del pittore belga. Ma può esserci anche un parallelo con Dalì e la sua simbologia di occhi ed orologi che incombono imperiosi sulla scena.

8-jerry-uelsmann-homage-to-max-ernstOmaggio a Max Ernst

Nonostante impieghi dalle otto alle dieci ore di lavoro per una singola stampa, il vero processo creativo avviene all’aperto, a contatto con la natura, lontano dalle esalazioni degli acidi di sviluppo. Jerry passeggia per sentieri e boschi e d’improvviso vede un albero, una cascata, un branco di nuvole…. e inizia a elaborare.

Poi, una volta in laboratorio cerca negativi adatti a quella visione, magari scatti fatti dieci anni prima! Per quanti orologi infili nelle sue immagini, il tempo di un suo scatto non ha alcuna rilevanza: il medesimo albero si più scovare in foto differenti e di periodi diversi, ora a librarsi nell’aria, ora a nascere da un lago di montagna… Un suo negativo può essere riutilizzato e reinterpretato infinite volte, dando vita a creazioni sempre differenti. Un moderno alchimista, che fonde elementi naturali e li tramuta in qualcosa di inesistente, scisso dal tempo e della spazio.

La fotografia non diviene più testimonianza del reale, ma disvela ciò che sta al di sotto: una nuova realtà evocata da pensieri, paure, sogni e visioni.
Jerry Uelsmsnn divenne uno degli autori più radicali della rivoluzione fotografica degli anni Settanta americani.

9-jerry-uelsmann-1980-4Senza titolo, 1980

Molti lo additano come il precursore di Photoshop, ma questa è solo una frase ad effetto da giornalismo che vuole accalappiare le attenzioni (e perdonate se io pure ho insinuato una cosa simile per questo pezzo). E’ vero, le ombre e le sfumature della maggior parte delle foto di Uelsmann richiamano terribilmente il moderno ritocco digitale, ma affermare per questo una cosa simile sarebbe estremamente superficiale. Uelsmann arriva al culmine di un virtuosismo che faceva già i suoi primi passi -e nemmeno troppo traballanti- già negli anni cinquanta dell’Ottocento, con mosaici fotografici assemblati con l’uso di più negativi differenti (Oscar Gustav Rejlander già nel 1857 creò una stampa usando l’incredibile numero di 32 negativi!).

La grande differenza sta nella forma: l’estremo surrealismo delle immagini di Uelsmann rende palese la manipolazione; il virtuosismo tecnico è lampante, e si prende la ribalta del palcoscenico, pretendendo i riflettori.

In un certo senso, non è Uelsmann che ha precorso i tempi, ma è Photoshop che è arrivato in ritardo (o meglio, propone con il moderno linguaggio digitale una tecnica antica quasi quanto la fotografia stessa).

La fotografia non diviene più testimonianza del reale, ma disvela ciò che sta al di sotto: una nuova realtà evocata da pensieri, paure, sogni e visioni.

11-jerry-uelsmann-untitled-1986Senza titolo, 1986

L’alchimia del processo analogico è fondamentale per Jerry. L’emergere delle sue visioni dalla semioscurità della vaschetta dello sviluppo continua ad esser magia ai suoi occhi, anche dopo sessantacinque anni di stampe. E’ quasi un bisogno fisiologico, terapeutico. E’ la sua vita. E se un viaggio o le circostanze lo tengono lontano dalla camera oscura per un paio di settimane, Jerry diviene qualcuno che eviteresti volentieri.

L’ironia della sorte vuole che sotto lo stesso tetto di questo mago alchemico, lavori anche una nota artista digitale: Maggie Taylor, terza ed attuale moglie del fotografo. Non è inusuale che Maggie passi le serate a creare con lo scanner e Photoshop, e Jerry le trascorra chiuso in camera oscura con acidi e ingranditore. L’età moderna e antica della creazione d’immagini, una di fianco all’altra, a guardarsi e influenzarsi a vicenda.

Jerry sa che il suo modo di vedere il mondo è intrinsecamente legato alla stampa analogica, ma conosce l’incredibile potere chel’editing digitale offre, sostenendo che ciò che importa non è la tecnica in sé, ma quanto questa riesca a rispecchiare e realizzare la propria idea in una buona immagine.

12-jerry-uelsmann-taken-separately-to-create-a-whole-imageMontaggio di scatti differenti di Jerry nel suo ambiente di lavoro

Oggi Jerry e Maggie continuano a produrre immagini fantastiche e oniriche nella loro casa a Gainesville, in Florida. Jerry, ritiratosi dall’insegnamento nel ’98, cerca ogni anno di scegliere le sue dieci foto preferite, fra le centinaia create durante quei soli dodici mesi.
Nel 2015 ha ricevuto il prestigioso Lucie award for Achievement in Fine Art.