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Mini Club del Vinilo – #3 Gabriele Dj Lah Belotti

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Ogni mese ci autoinvitiamo a casa di un appassionato di dischi: può essere un amico, un conoscente o un amico di un amico. Mentre sbirciamo nella sua collezione, gli chiediamo di scegliere 5 dischi e raccontarceli.

 

IL PADRONE DI CASA:

 

Gabriele Dj Lah Belotti

Il mio nome è Dj Lah. Dalla strada al club, dal microfono al giradischi, dall’hip hop all’elettronica, dalla metà degli anni 90 fino ad ora. Ho sempre amato e creduto nella musica. Ho una passione smisurata per il disco in vinile che colleziono e custodisco con cura nel mio archivio. Ormai “musicopatico” da anni cerco di promuovere musica on line (www.youtube.com/bergamostreetarmy2). Spero di non finire come il buon vecchio Paul Mawhinney, ma comunque l’ho messo in conto, peace to all!

mini club del vinilo

I 5 DISCHI:

 

1) LARRY LEVAN – LIVE AT THE PARADISE GARAGE (Strut Records, 2000)
http://www.discogs.com/Various-Larry-Levan-Live-At-The-Paradise- Garage/release/69246

mini club vinilo

mini club vinilo

(Nota del curatore: la copertina è stampata con inchiostro fosforescente che si illumina al buio)

Larry Levan è forse l’artista dietro una console che più rispetto ed ammiro.
Quando si parla di Larry Levan si parla di un Dio venuto tra noi a lasciarci un dono…l’amore per la musica. Dj, produttore, leggenda, avanguardista ed inventore della garage music americana, se non ci fosse stato lui probabilmente oggi la house music come tutti noi la conosciamo avrebbe un suono diverso o forse non ci sarebbe neanche… In questo LP trovate le tracce più suonate al Paradise Garage dove lui era resident.

(…un assaggio)

 

2) FUNKMASTER FLEX – 60 MINUTES OF FUNK – THE MIX TAPE VOLUME 1 (Loud Records, 1995) http://www.discogs.com/Funkmaster-Flex-60-Minutes-Of-Funk-The-Mix-Tape-Volume- I/release/446663

vinilo mini club

Disco comprato nella metà degli anni novanta al memorabile negozio di musica hip hop Time Out in via De Amicis a Milano. Funkmaster Flex realizzò questo mixtape totalmente live e senza editing coinvolgendo i principali artisti hip hop della scena east coast soprattutto di New York, un “must have it”. Flex mi ha influenzato molto sia nel modo di mixare che nel fare selezione. Dj, radio speaker e produttore, ancora oggi è attivo sulla scena.

(…un assaggio)

 

3) COSMIC – COSMIC (Dig It International, 1994)
http://www.discogs.com/Cosmic-Cosmic-LP/release/532193

vinilo mini club

La musica Cosmic è per me il genere musicale più incredibile che sia mai stato concepito. Un mix di electronic, reggae, afro, ethno, bhangra, funky, tribal, percussion e nonstop mix music. Purtroppo è una realtà musicale poco conosciuta e difficile da trovare da ballare se non agli eventi a lei dedicata. La traccia che segue vuole solo esserne un esempio.

(…eccola)

 

4) THE 2 LIVE CREW – WE WANT SOME PUSSY (Luke Skyywalker Records, 1989)
http://www.discogs.com/2-Live-Crew-We-Want-Some-Pussy/release/4640087

vinilo mini club

A livello di testo direi che si commenta da solo il titolo…Uno degli inni Miami Bass più potenti, detta anche Booty Music, questo genere musicale è a base di dance, sex, rap e musica electro-funk. Vinile comprato anni fa alla fiera “Vinilmania” di Novegro (MI).

(…un assaggio)

 

5) ARMAND VAN HELDEN – SAMPLESLAYA – ENTER THE MEATMARKET (AV8 Records, 1997)
http://www.discogs.com/Armand-Van-Helden-Sampleslaya-Enter-The-Meatmarket/release/452298

http://www.discogs.com/Armand-Van-Helden-Sampleslaya-Enter-The-Meatmarket/release/452298

Questo è uno degli album hip hop breaks tra i più potenti in circolazione. Party tracks e special blends hip hop remixati direttamente da uno dei maestri della House music americana e del Big Beat, Armand Van Helden. Disco uscito sotto AV8 Records, una label che ha sempre spinto e rappresentato i remix nel mondo hip hop. Comprai questo vinile in un negozio di musica di Viareggio lungo la passeggiata dove di solito si svolge il famoso Carnevale.

(…un assaggio)

 

a cura di Daniele Di Fini
fotografie: Francesco Camozzi
seguici anche su Instagram: http://instagram.com/miniclubvinilo/

 

 

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Videobored: Girl Seizure

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SUONO: Last Ex
IMMAGINE: Gabe Mangold

Girl Seizure opt

Proseguendo sull’onda lunga del giro Constellation, già avvicinato settimana scorsa con gli Hiss Tracts, merita uno spazio tutto per sé anche l’ impressionante animazione metamorfica di Girl Seizure, un piccolo capolavoro uscito in ottobre e realizzato per il progetto postrock/cinematico dei canadesi Last Ex. Un po’ come per gli Hiss Tracts, il “cinematico” si può intendere alla lettera, e non solo per il passo ipnotico e strumentale del pezzo: il duo, composto dal batterista e dal chitarrista del gruppo folk ontariano Timber Timbre, rivisita e sviluppa il progetto abortito di una colonna sonora ambient, in origine commissionata ai T. T. per un film horror (The Last Exorcism II, da cui il nome). L’inquieto kraut rock che si respira nel brano, vicino come tutto il disco alle cavalcate distorte dei Tortoise, è visualizzato dall’animatore di Portland Gabe Mangold tramite un flusso senza requie di disegni a china, i quali – come la stessa Girl Seizure – cambiano di continuo pelle e attraverso libere associazioni si riplasmano in altre forme, come nei lavori più spiazzanti del quebechiano Jacques Drouin.

In tema di animazione psico/horror, quella da amanuense di Girl Seizure ci traghetta ad alcuni altri notevoli cartoon musicali usciti nelle ultime settimane, per quanto più vicini alla ribalta del mainstream: il lisergico e freschissimo Boys Latin del già trattato Panda Bear, e soprattutto quell’esempio d’umor macabro e truculento che è Ready Err Not, realizzato dal giovane animatore inglese David Firth per il post-jazz di Flying Lotus – un lacerto di disturbante crudeltà grafica, grottesca e nerissima, che a sua volta ci ricorda il sussidiario kozikiano del cult Rabbit (2005), diretto dal compianto Run Wrake con un soundscape sempre strumentale di Howie B, e senza dubbio tra i capolavori dell’animazione breve anni 2000.

 

Bored Recap
The best music video of the week is an amazing hand-drawn animation, shimmering and disquieting like this instrumental ride orchestrated by Last Ex. Subtly horrific, surely absorbing.

 

VIDEO:

 

a cura di Frances Farmer

 

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Il ritiro dei Babbi Natale (workshop per aspiranti Santa Claus)

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a cura di Thomas Pololi

 
A Santa Claus, paesino di duemila abitanti dell’Indiana, ogni marzo si svolge il raduno annuale degli impersonatori di Babbo Natale.

Non è un evento pubblico ma un vero e proprio workshop professionale, in cui i Babbi Natale si scambiano impressioni sul proprio lavoro, partecipano a laboratori di babbonatalitudine e, durante le pause, si rilassano in un pub o immergendosi in una jacuzzi.

Alla fine, caricano i trolley in auto e poi in aereo e tornano alle proprie vite, dedicate quasi interamente alla riproduzione il più fedele possibile della figura di Babbo Natale.

Foto di Matthew Busch (http://www.matthewbuschphoto.com/).

 

babbo natale indiana usa

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Cinéma Trouvé: Il demonio (1963)

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“Con la falce, taglio le gambe alla morte.
Con la falce, le lacrime taglian la voce.
Con la falce sotto il letto, dal demonio sei protetto.”


Il demonio 1 T (1)

Film: Il demonio (1963)
Regista: Brunello Rondi
Lingua: Italiano

Il film si ispira a un fatto di cronaca, tragicamente recente. Tutto il complesso dei riti, delle formule magiche, e anche delle crisi demoniache, è scientificamente esatto e corrisponde alla realtà italiana, equivalente a quella di altre parti del mondo.

È la didascalia che apre Il demonio, è già si è costretti a riformulare le aspettative per un film altrimenti intuibile sin dal titolo come “gotico/horror”, ma invece dedicato alle “crisi demoniache” (come a sottolineare l’accezione clinica di crisi, tipo “psicotiche” o “epilettiche”) e insieme “scientificamente esatto”, addirittura “reale”. Per i più scafati in fatto di cinema “di genere”, viene da pensare a una trovata pubblicitaria, uno di quei movie gimmick impiegati essenzialmente per accalappiare più pubblico possibile con l’esca della morbosità (o dell’attualità di cronaca), un po’ tipo i vari “tratto da una storia vera” di molti horror, da Non aprite a quella porta a Cannibal Holocaust. E dunque anche la categoria al solito liquida del cinema di exploitation, il cinema bis, comunque lo si voglia chiamare, dove exploitation sta per “sfruttamento” a fini sostanzialmente commerciali di temi e figure estreme, nella violenza come nel sesso (ma può essere anche – lo si diceva a proposito di una critica inclusa in Tortura – sfruttamento di nuove tendenze “politiche”). E invece no. Il demonio è innanzitutto un’opera di grande rigore, un saggio tragico, uno spaccato antropologico ricostruito con sensibilità, nello stesso entroterra lucano a cui appartiene la vicenda. È diretto da un poeta e musicologo, Brunello Rondi, noto principalmente come sceneggiatore e aiutoregista (soprattutto per Fellini e Rossellini), ed è scritto con la consulenza del prof. Ernesto De Martino, tra i maggiori etnologi italiani e a lungo dedicatosi allo studio della cultura contadina del Sud Italia (religiosità e folklore annessi, come il rituale delle “chiangimorti” incluso nel film). E oltre ad essere un bellissimo melodramma è sì, anche un horror, ma un horror sociale, dove il vero demonio è una società e una cultura – quelle dominanti, quelle elette a maggioranza (la democratica maggioranza!) – che stigmatizzano, emarginano, uccidono.

Il demonio 2 T (1)

Di base, Il demonio racconta una storia d’amore, il sentimento disperato di una contadina. Un amore ossessivo, assoluto, divorante, che la giovane Purificata (detta Puri) continua non rassegnata a provare per Antonio, un uomo che pur ricambiandola nel suo intimo, si fa convincere dalla comunità di cui fa parte nell’idea che i diversi come lei siano una malattia sociale e spirituale, piaga da cui stare alla larga; preferisce così sposare un’altra donna che non ama, e che a differenza di Puri è accettata e integrata dal/nel suo clan di origine. È questo solo il punto di partenza di un film ambientato nella Lucania di metà ‘900, ma nella ricostruzione atavico, fuori da ogni tempo, universale nella parabola come nel microcosmo messo a nudo. Sembra un paradosso: come possono incontrarsi “horror” e “documentario”? Lo sguardo si direbbe generalmente verista, nel senso proprio verghiano del termine (anche perché la storia è vicina a La lupa), ma a tratti si deraglia di là dal reale, portando a chiedersi se la possessione demoniaca di Puri (con le sue visioni concrete, come quella lancinante del bambino) sia effettiva oppure no, forse solo il sintomo di un disturbo psicofisico: nessuno se lo vuole chiedere nel film, e questa è del resto la prima responsabilità da affidare a chi guarda. Da qui molte delle critiche al film, che hanno trovato nella presunta ambiguità docu-fantastica di Il demonio una doppiezza linguistica di comodo (come l’intreccio per molti irrispettoso di fede cattolica e rituali propiziatori), per quanto si interroghino qui lo sguardo e le convinzioni di chi vede (pensa) senza vedere (pensare), come indica abbastanza esplicitamente già l’inizio, dove le prime “voci” sentite da Puri sono quelle diffamanti dei parrocchiani, ancora tutte esterne, dove la mannaia del sociale rifiuta la diversità e la realizza in malattia anziché tentare di comprenderla, accettarla, amarla. Perchè la sola malattia di Puri è quella di essere puro amore, dall’ambiente circostante rigettato con violenza per l’approccio integralmente istintivo alla vita e ai sensi (“nessuno mi vuole bene”, dice, ed è vero) e letteralmente sepolto vivo per la vergogna di parenti e conoscenti.

Il demonio 3 T (1)

Nello sconvolgente dramma di Rondi l’accuratezza non toglie nulla alla visionarietà (come nella soggettiva rovesciata, peraltro raffrontabile a quella del già proposto Izo) e il crescendo di tensione che cova e sfoga nell’intensissimo finale è quasi insostenibile. È la denuncia di questa stessa inaccettabilità, Il demonio, che per tutta la sua durata mette in scena un martirio, un tormento in progressione, una repressione modello per la società di cui parla. Nonostante il film vinse l’Orso d’Oro a Berlino, in Italia non fu apprezzato né dal pubblico né dalla critica, rimase a lungo ignorato se non proprio rimosso (finché Ghezzi non lo riscoprì in decenni a noi più vicini) anche da un’élite culturale che non vi trovava forse quel miserabilismo autoindulgente e sufficientemente esportabile da potersi “portare a casa” qualche Oscar senza troppi complessi di colpa. O semplicemente – e al solito – si rifiutava di vedervi l’essenza più profonda della cultura italiana che lì emergeva in modo netto, ancora tutta impregnata d’indottrinamento cattolico e residui di superstizioni pagane (mentre se ne colse l’importanza all’estero, dove lo si disse più vicino a Dreyer rispetto a qualsiasi altra tendenza del cinema italiano).

Il demonio 4 T (1)

Fu persino vietato ai minori di 18 anni, senza giustificazioni valide, essendo la fisicità che lo caratterizza sì prorompente, ma mai oscena (se non per sguardi già prevenuti): la perlustrazione antropologica di Rondi è infatti tutta addossata al corpo e al volto di una screamqueen realmente magnetica, la splendida Daliah Lavi, nello stesso anno anche al centro del gotico sadomaso La frusta e il corpo di Mario Bava (non è forse un caso che sia stata scelta una diva israeliana per fare da vittima sacrificale, in senso propriamente biblico; ed escluso il restante cast integralmente composto di non professionisti, l’unico altro attore del film è il tedesco Frank Wolff, che il tanto idolatrato Kinski apostrofò come “sporco ebreo” sul set de Il grande silenzio). Si potrebbe anche aggiungere che diversi richiami orrorifici in senso stretto vanno pure a un paio di classici dell’horror a base di esorcismi come Non si sevizia un paperino di Fulci e L’esorcista di Friedkin, di cui Il demonio anticipa diversi tratti, con il vantaggio però di fare totalmente a meno di trucchi ed effetti speciali ma di saper parlare la lingua ruvida della realtà, anche grazie alla vividissima interpretazione della Lavi. E non per riportare sempre ai precedenti di questa rubrica, ma in tema si dovrebbe almeno citare anche l’oniro-etnologico (e altrettanto disturbante) Arcana del da poco scomparso Giulio Questi, ricordato nella scorsa edizione del Trouvé: come in quel caso, e in spicci termini cinefili (da cui la voce “godimento spettacolare” sottintesa nell’iniziale riferimento all’exploitation ), si tratta anche nello stile – qui aspro ed essenziale, ma aperto a scabri squarci visionari – di film della Madonna, e dove quest’ultima è, ovviamente per paradosso d’autenticità e purezza, quella che secondo la maggioranza è l’Anticristo, colpevole di rivolta carnale, e dunque da mettere a morte cristologicamente (ogni riferimento al citato Izo è voluto).

Il demonio 5 T (1)
Ambientato in un medioevo culturale persistente fin quasi all’epoca del film (tra bergmaniane autoflagellazioni e allucinate confessioni, letteralmente messe in piazza), Il demonio è girato in una Matera primitiva e paesaggisticamente sbalorditiva, che verrà di lì a poco scelta anche da Pasolini per il comunque imprescindibile Il vangelo secondo Matteo; e curiosamente il film di Rondi (tra gli uomini “che più hanno capito il nostro tempo”, diceva Zavattini) funziona anche come controcampo di esattezza perturbante e complementare al culto tutto pasoliniano (e suo malgrado, di frequente approssimato a scopi bigotto-moraleggiatori) dell’Arcadia contadina e devota così cara all’intellettuale friuliano, dove fino a prova contraria – ci ricorda Il demonio– le differenze rispetto alla norma socialmente accettata hanno sempre trovato una negazione non meno crudele di quella operata dall’omologazione del “nuovo fascismo” denunciato dallo stesso Pasolini (dal cui romanzo Una vita violenta, tra l’altro, Rondi aveva tratto un adattamento cinematografico insieme a Paolo Heusch). Altro che stregoneria: in Il demonio l’unica cosa che uccide è l’emarginazione, e la vera psicosi è collettiva, sociale, non certo l’anomalia del singolo, che anzi può solo essere liberatoria e rivelatoria. Tutto quello che subisce Purificata, al solito, sembra dire qualcosa anche sul presente, considerato come la paura e l’ipocrisia siano ancora alla base di tante gogne (mediatiche) attuali, esecuzioni pubbliche, repressioni poliziesco/psichiatriche e metaforiche lapidazioni difese per amor di legalità, di Stato, di senso comune, sempre più applaudite con gran calore e isterismo di massa. A vedere i soliti casi di cronaca esposti nei soliti modi, specie da come gli atti instabili di donne e madri sembrino attirare più odio e attenzione morbosa del consueto, non si direbbero così lontani la misoginia e il maschilismo del villaggio de Il demonio (“Voglio dei figli sani, benedetti, non una sporca cagna che grida la notte”, sputa l’alter ego maschile ossessionato dall’ “onore”), dove la donna è madre da onorare o strega da violentare, e diventa esecrabile proprio con il rifiuto dei diktat sociali e patriarcali, soprattutto – bestemmia somma – nella negazione assoluta della maternità.
Puri è il commovente emblema di tutto questo, e chi non piange la sua morte è già morto.

IL FILM

 

a cura di Dario Incandenza

 

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Consigli per un regalo di Natale alla zia Milva (o come si chiama la tua)

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1 con un deca

Con un deca – rubrica che difende la tesi seguente: la provincia brutta è bella.
Si parte sempre da beni acquistabili con un deca. Questa volta un regalo di Natale per la zia.

Potremmo anche definirlo “Il grande bluff di internet”, a pensarci bene.

Ma vada per l’ipse dixit “Con un deca”, che rende meglio l’idea.
È quasi sera, mi chiudo in casa incollato cifotico al mio Mac, saltello sulla tastiera schivando le solite sirene tentatrici (niente “Enlarge your penis” stavolta, grazie!) e mi ritrovo a passeggio tra i loft di Bushwick, i caffè di Kreuzberg e la sabbia di Bells Beach, dimenticando per un istante che il mio culo è ancora fisso su suolo lombardo. Quasi li percepisco, a dire il vero, il profumo di cappuccino ed il rumore delle onde.
E invece no: Command-Q ed il mondo torna brutto e cattivo. Le cose che posso toccare con mano appartengono ad una provincia un po’ camouflage ed un po’ fluo, triste destino di chi spende ore su treni regionali in ritardo, di chi sa che il profumo della nebbia vuol dire casa e che d’inverno, dopo una certa ora, si può camminare per chilometri senza incontrare anima viva.
Internet è spietato. Sa sputarti in faccia cose magnifiche, tentarti e coinvolgerti, sa rubarti ore di sonno, di veglia e di lavoro, sa prenderti a pugni lasciandoti così, attonito e confuso. Come quando finisce la granita ma non te ne accorgi e continui a succhiare dalla cannuccia, facendo solo rumore.
Ecco, questo, in sintesi, sono io. Internet mi fa sentire cittadino del mondo, mi agghinda come se abitassi ad east London, ma mi sbatte in strada con 10 euro nel portafoglio e nient’altro. 10 euro, ricordi di mondi lontani che non ho mai visitato e odore di nebbia.

“Con un deca” suona meglio, in effetti.
Esco di casa e mi accodo sul provinciale, tra Mini Cooper ed Opel Astra station wagon, con l’esigenza impellente di fare il regalo di Natale alla zia Milva, che poi si offende e non mi prepara più il sugo di noci che mi piace tanto. Mi dirigo verso l’Europa, centro commerciale sorto insieme al rigore di Baggio a Los Angeles, nel ’94, ed esotica meta di pellegrinaggio di chi “la passeggiata” se la fa al chiuso, tra cartelli scritti a mano e vetrofanie che in confronto il circo Orfei è sobrietà ed eleganza, tra promoter di materassi e sale giochi che manco a Las Vegas.
È rimasto tutto così, identico, da quel rigore sparato sopra la traversa.
E non mi riferisco ai negozi, che si sono alternati a ritmo cadenzato e costante.
Mi riferisco alle espressioni del viso che colorano le gallerie, al tono di voce delle commesse, al puzzo di “cerco l’offerta di fine stagione”, al verde pisello degli intonaci ed al “beh, 700 euro per degli stivali di Patrizia Pepe posso anche spenderli… Hai idea del figurone che farò al Qi?”.
Il parcheggio lo trovo a fatica. Nell’aria, l’olezzo di frittelle fluttua sulle note di un fastidiosissimo Jingle Bells, cantato in filodiffusione da uno sparuto coro di voci bianche.
Le luci non mi sorprendono più ormai: le hanno accese a ottobre e probabilmente spariranno ad aprile. Rockfeller Center de’ noantri, insomma.

Due passi, le porte automatiche si aprono e vengo ingurgitato dal magico Europa.
Ho in testa una lista di oggetti semi-inutili e semi-economici che potrebbero fare al caso di zia Milva, ma come al solito l’illuminazione delle vetrine mi confonde, convincendomi che “Zia Milva, preparati, quest’anno sotto l’albero troverai il regalo perfetto!”.

2 con un deca

Comincio da Regalissimo: un’istituzione.
Alle medie ci compravo i regali di compleanno per i miei compagni di classe, trovando sempre qualcosa di volgarmente utile (leggi “calzascarpe a forma di pene eretto”) o elegantemente inutile (leggi “riproduzione fedele di Pallone d’Oro”).
Ora, tra plastica cinese colorata e cuscini-peluche, noto il solito umorismo da tshirt, di quelle che vanno per la maggiore sul lungo mare di Cesenatico, nei villaggi turistici ed agli addii al celibato.
Si va dai classiconi “sotto la panza la mazza avanza” e “barcollo ma non mollo”, ai consigli evergreen tipo: “DALLA, non è un cantante ma un consiglio” e “Dio c’è ma non sei tu, rilassati”. Ammetto che “NOBEL, ma nemmeno brut” mi strappa un sorriso, prima di realizzare che il paragone “donna-lavatrice” con tanto di didascalia “danno il meglio a 90°” è per un target non troppo vicino alla mia cara zia Milva.

5 con un deca

Temo che il cafon-maschilismo non faccia per lei, purtroppo.
Saluto Leo Di Caprio in Titanic, che mi guarda da un poster, bello, giovane e impolverato, e mi accorgo che con 10 euro potrei farmi una sempre divertente biro a forma di piuma (ti immagini la gag di firmare un assegno fingendoti Leonardo da Vinci che intinge nel calamaio?) accompagnata da un biglietto musicale di auguri. L’alternativa è un elegante cofanetto di cartone con stampato sopra un cherubino che recita una poesia, dedicata proprio ad una fantomatica zia. Le piacerà il cherubino? Meglio non rischiare.
Peccato che la slot machine per “veri juventini” costi 29 euro: troppo. Un pensierino l’avrei anche fatto.

Accanto, c’è un negozio d’abbigliamento, terreno di caccia per i benestanti di provincia. Mutande di EMPORIO ARMANI (scritto sull’elastico, da esporre sopra la cinta) e polo Ralph Lauren (da tenere col colletto alzato, come Cantona nel ’97) si abbinano perfettamente a quei Diesel slavati che metteva Tommy Vee al Grande Fratello 4. Purtroppo, qui con 10 euro mi posso portare a casa solamente dei guanti di pile. Rimbalzo al negozio di fronte, che propone cose bruttine per fare sport. Con 10 euro potrei comprare degli integratori alimentari, un ombrello o quelle cose che si trovano alla cassa e che la gente compra per arrotondare e non riempirsi le tasche di monetine. Negativo.

3 con un deca

Il fotografo all’angolo dà la possibilità di stampare la propria foto su praticamente qualsiasi cosa. Palle di natale, sfere di vetro con la neve finta che cade sopra paesaggi fatati, mini fontanelle luminescenti per il presepe, cover per smartphone, cuscini e grembiuli. Mah.

Passo oltre e noto uno di quei negozi di moda cheap che utilizza “fashion” e “glamour” per definire le caratteristiche della propria merce made in Vietnam. Qui, è la patria del glitter. È ovunque, pure sul pavimento.
“Vanno tantissimo. Sai, per l’ultimo dell’anno”, sentenzia la commessa. E in effetti il classico top glitterato con la schiena nuda l’hanno avuto tutte le ragazze, a quella festa di chiusura 2001.
Guanti glitterati, leggings glitterati, cerchietti glitterati e pure un cilindro glitterato, per soddisfare quell’incontenibile desiderio di eccentricità. Zia Milva, il glitter ti piace? Potrei farti sberlucciare con dei paraorecchie da 9.90. Temo di no.

4 con un deca

Più avanti c’è lo storico spaccio di calzature per tutte le tasche.
Tra le corsie si trovano delle scarpe brutte ma comode, da 20 euro circa, e delle scarpe semplicemente brutte, che costano addirittura di più. Tra valige rigide e Nike di seconda segata, stivali di pelle e cinture Carrera, finisco nel reparto ciabatte, che qualche soddisfazione me la dà, in effetti. Il trapuntato va per la maggiore, sebbene la scena sia tutta per la rivisitazione delle classiche ciabatte da nonna, con stampati dettagli moderni: gattini che si cullano su gradienti rosa-fuxia, Hello Kitty, giaguarato, muccato e pure una ricercatissima versione dorata, che Snoop Dogg sfoggerebbe tranquillamente in un suo outfit. Purtroppo, però, questa esplosione di colori è fuori budget. Schivo borselli da 5 euro, occhiali da sole di plastica ed ingombranti porta monete, prima di decidere di fare una visita in territorio cinese, novello Marco Polo sulla via della sete di regali.

Eureka! È un’esplosione di tessuti sintetici ed imitazioni uscite male, bigiotteria da pochi centesimi ed intimo di pizzo colorato.
Il commesso ci saluta educato, nel suo elegantissimo abito nero, pettinato in maniera impeccabile, fake One Direction dagli occhi a mandorla e dal marcato accendo lombardo.
Noto con piacere che le tshirts, tutte scontate, costano 9.40. Ci sono look per tutti i tipi di tamarro di provincia: da quello che “ho scoperto l’hip hop e ora mi riempio di cliché ammerigani”, a quello che “mi metto simboli bianchi a caso su felpa nera, perché ho visto che al Plastic si agghindano tutti così”. Ci sono pure goffi tentativi di fashion-designismo, con patchwork curiosi e tagli sartoriali (leggi “scoliotiche camicie con i bottoni messi in diagonale”.).

6 con un deca

Noto una Marylin Monroe in tenuta NBA, con tanto di fascia per capelli photoshoppata male. Mi sposto al reparto “scarpe tutte a 5 euro”. Potrei fare un figurone scegliendone due, ma mi lascio attirare dal cesto delle mutande a 1 euro, vicino a dei coloratissimi fuseaux multicolore. Tu, fashion blogger con 132K follower, non è che per caso quei leggings te li sei comprati proprio qui? Indagherò.

Alla fine, preso dallo sconforto (già temevo di dover ripiegare in un buono ceretta o, peggio, in un libro di Fabio Volo), l’apparizione.

Un body sexy da Babba Natale, rosso, con tanto di cuffietta abbinata. Costerebbe 14 euro, ma riesco a concordare uno sconto: 10 euro tondi tondi. Tutti contenti: zia Milva, zio Franco ed il cinese. E pure io, a dire il vero. L’elegantissimo muso giallo mi ringrazia sorridendo, liquidandomi con un irriverente “ottima scelta”.

Mentre un simpatico Piccolo Aiutante di Babbo Natale incarta il mio sexy body per la mia sexy zia Milva, mi guardo intorno, perdendomi in un miscuglio di razze, meltin pot uniformato nel centrocommercialesimo, carrelli pieni di surgelati, visi stanchi di una vita che non svolta, abbinamenti tuta in triacetato + mocassino, bomber lucidi e scarpe di Prada, kebab vs. spiedo e parole in dialetto, urlate alla cassa, con naturalezza.
Alla fine, il mondo è pure qui, penso.
Anche perché con un deca, in provincia, salvi il Natale.

Accadde il 22 Dicembre 1975

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Dopo l’assalto al quartier generale dell’OPEC, i sei terroristi guidati da Carlos lo Sciacallo dirottarono un DC9 verso l’Algeria, tenendo in ostaggio 32 persone…

Terrorists Demand Plane

Nonostante la questione petrolifera li riguardi in prima persona, la popolazione statunitense aveva ben altro a cui pensare: quella sera nasceva Joey Stivic: nuovo arrivato nella serie Tutto in famiglia. Fu al primo posto negli ascolti, con un’impennata del 60% dello share. Ed era anche lunedì sera.

22 dicembre 1975-In one of the most eagerly anticipated events of the U.S. television, Joey Stivic was born on All in the Family, which finished #1 in the Nielsen ratings that week with the episode, which...  (3)

a cura di Pavlov Arnoldi

 

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Educazione SentiMetal #6 – Machine Head, “Unto the Locust”

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Educazione SentiMetal è una rubrica scritta da ex-metallari per ex metallari e non. In ogni post trovi l’heavy metal (in particolare, un album scelto dall’autore a sua discrezione) e vita vera.

 “Tante persone che coprono attualmente posizioni di potere sono ex sessantottini. Tante di quelle che copriranno queste posizioni in futuro saranno ex metallari”
(M. G., da un conversazione in auto preliminare a questa rubrica).

Eccoci al numero 6, storia recente con (Unto the) Locust dei Machine Head.

 

unto-the-locust

I fioretti si fanno fin da quando si è piccoli. Chi a catechismo ha giurato che non avrebbe mangiato i dolci durante la quaresima? Ovvio, quei fioretti suonavano più come: “non li mangio in presenza di mia madre o della catechista, di nascosto magari sì”. Se però un metallaro fa un fioretto allora non c’è dio che tenga.

Varie sono le modalità di patteggiare con sé stessi, io sono sempre stato sulla corrente ideologica del “se ho il biglietto del concerto e il nuovo album, prima lo ascolto dal vivo”. Ho sempre preferito farmi suggestionare dagli artisti al momento della presentazione della loro nuova fatica, poi a letto con delle buone cuffie riascoltare il cd in tutti i suoi dettagli.

Il 13 Novembre 2011 i Machine Head suonavano all’Alcatraz di Milano, data del tour mondiale di presentazione del loro album “Locust”. Il cd era pronto, i biglietti li avrei presi dal bagarino di fiducia, il tragitto in treno non richiede troppo tempo e quello in metro tanto meno: per le 10:30 di mattina ero fuori dai cancelli. È salita l’emozione dell’attesa quando, in una via non lontana dal posto, ho incontrato Robb Flynn e compagni in un bar a bere allegramente un caffè: il cd è stato prontamente autografato, mancavano solo i biglietti che avrei prontamente acquistato dal grande Tonino, un uomo che è arrivato da Palermo per fare il bagarino.

Ore 14: dov’è Tonino? Di solito passa prima dell’una a fornire noi sprovveduti. Ore 15.00: vengo a sapere da Salvatore (un suo lacchè) che Tonino si trovava temporaneamente altrove e non ha i biglietti. I suoi prezzi di fiducia arrivavano fino ai 25€ e alle volte erano inclusi due arancini di riso. Il biglietto intero veniva 36€, io ne avevo giusto 25 perché dei 30 con cui ero partito 5 li avevo usati per fare la spesa alla lidl. A proposito di lidl, non comprate mai il rum marca lidl, tanto più se dovete accompagnare i pasti a base di pane e sottaceti… lo stomaco era ribaltato e bruciava, da lì a poco sarebbe esplosa un’intossicazione alimentare. Ridotto a uno straccio e senza i giusti soldi dovevo battere in ritirata… la mia predisposizione stoica mi ha condotto a denti stretti, attraverso un viaggio interminabile, fino all’ospedale Bolognini di Seriate dove ho potuto affrontare al meglio il disagio con una lavanda gastrica.

E il cd? Bella domanda, il cd è nella mia camera autografato e nuovo, non l’ho ancora ascoltato e non lo farò finché i MH non faranno un altro tour solo ed esclusivamente dedicato a quell’album: fondamentalmente non lo ascolterò mai più.

Sono passati tre anni e quando ricordo queste vicende mi riaffiorano alla mente tanti pensieri, in primis di quanto fossi “poser” (manierista, finto metallaro), sempre in atteggiamento di lode verso certi gruppi di cui avevo ascoltato al massimo un album oppure verso band di cui avevo una collezione di cd autografati che non ho neppure ascoltato! Scherzi a parte, sfido qualunque persona che abbia amato la musica (e che la ama tuttora) a negare il fatto che sia fierissimo dei propri gruppi preferiti ed etichetti un gruppo di persone come poser, per credere ancora di più nelle proprie scelte musicali. Locust mi ha insegnato che siamo tutti poser e che la cultura musicale non è un qualcosa di enciclopedico ma è un qualcosa di emozionale strettamente legato alla contemplazione.

Abbandonate, dunque, la vostra fierezza e ponetevi di fronte alla musica come dei bambini nonostante i poghi e le casse di birra (preferibilmente non della lidl).

 

P.s: mi scuso per i lettori se l’immagine della copertina è scaricata da internet: il cd è in prestito… Tuttavia una vicenda simile ma meno “avventurosa” è successa con i Grave Digger, dei quali ho un dvd autografato senza mai averli effettivamente incontrati…

machine

a cura di Sebastiano Rossi

 

 

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Io credo nel mio Paese. Non è fatto da questi criminali – Intervista a Osvaldo Mollo

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giunta militare

La triste storia dei Desaparecidos ha un’infinità di oscuri retroscena, pochi sanno tutta la realtà dei fatti avvenuti in quegli anni tragici. Era il 1974, moriva Peròn, da quel momento in poi, un susseguirsi di eventi portarono questo, meraviglioso, ma fragile Paese nelle mani dei Militari.

Osvaldo Mollo, all’epoca studente universitario a Buenos Aires ,ci ha raccontato i momenti concitanti del sequestro e della sua scomparsa. È stata un chiacchierata emozionante, nel suo ufficio a Brescia. Trasferitosi in Italia, infatti, Osvaldo non ha smesso di lottare per la giustizia del suo paese, è coinvolto tutt’oggi come testimone dei fatti in un processo ed è presidente dell’Associazione Volver, costituita da volontari latinoamericani, protagonisti di eventi e progetti di beneficenza sia in Italia che in Argentina.

Gli anni che vanno dal 76 all’83 rimarranno per sempre indelebili nella memoria degli argentini. Che aria si respirava in Argentina durante il primo periodo della Dittatura militare?

Il colpo della giunta militare capeggiata dal generale Jorge Videla, è stato il culmine di una situazione che si protraeva dalla fine del ’73. Dopo la morte di Peròn ,nel ’74, i gruppi della Tripla A (Alleanza anticomunista Argentina) presero concretamente in mano il potere scavalcando la figura ,di sola facciata,di Isabelita Peròn (seconda moglie del defunto Presidente).

Successivamente al colpo militare, era presente un’aria di diffidenza e insicurezza totale tra le persone, addirittura avere la barba o portare al collo una sciarpa rossa poteva destare sospetti di attività sovversive.

All’epoca frequentavo l’università di Buenos Aires e prima di raggiungere la classe bisognava passare per almeno due posti di blocco, dove eravamo obbligati a presentare libretto universitario e documenti.

 

Che vita faceva lei in quel periodo?

Una carriera universitaria tranquilla e normale. Facevo inoltre anche attività di sindacato.

Ero figlio di emigrati italiani. Mio padre ricopriva il classico ruolo che era svolto da coloro che non possedevano un’ottima padronanza della lingua: era cioè un canillita,come diciamo in Argentina, ossia un venditore ambulante di giornali e riviste, il classico edicolante. Perciò in apparenza svolgevamo una vita tranquilla,niente a che vedere con attività sovversive. Purtroppo, era un periodo in cui le forza armate stilavano liste di gente scomoda: studenti,attivisti sindacali, manifestanti. Questi erano i prima a scomparire.

Un esempio sono state le cosiddette “unità di base”, gruppi di studenti universitari organizzati che facevano attività politica. Purtroppo sono stati i primi a essere prelevati.

 

Cos’è successo esattamente il giorno che l’hanno sequestrata?

Era ormai qualche giorno che si vedevano passare di frequente le temibili Ford Falcon senza targa, da sempre le risapute automobili utilizzate da squadre non ufficiali di militari per gli arresti.

Mi hanno preso esattamente quattro giorni dopo il colpo militare, domenica 28 marzo. Mi hanno caricato in macchina insieme ad un amico e la sua fidanzata,che frequentavano entrambi la mia università.

Ci hanno bendati e portati direttamente in caserma. Una volta lì, siamo stati prelevati dalla polizia militare e portati in un centro di detenzione clandestino nella zona di Monte Grande, la prima periferia di Buenos Aires.

tucuman

Da chi erano gestiti e cosa succedeva all’interno dei centri di detenzione clandestini?

La prima volta che sono stato in un centro di detenzione si riuscivano a distinguere i poliziotti delle forza armate, poiché si poteva intravedere da sotto la benda gli anfibi militari. Ma essi non erano i soli addetti ai maltrattamenti all’interno di centri. Infatti il personale ‘specializzato’ alle torture girava con indosso dei grembiuli bianchi e procedeva quotidianamente a vere e proprie sedute di torture soprattutto con scariche elettriche ad alto voltaggio.

Questi posti si trovavano nei luoghi più impensabili, ad esempio dietro alle officine per revisioni di macchine. Il luogo dove sono stato portato io era movimentato da un continuo via vai di persone. Ogni giorno arrivavano macchine piene di altri detenuti. Siamo stati subito portati in un sala molto grande dove si attendeva uno alla volta di essere interrogati e percossi in modo brutale. In base alla quantità e all’importanza delle informazioni che riuscivano a estorcerti, aumentava la frequenza di queste torture spesso fatte anche da gente che si divertiva nel picchiarti o spegnerti sul volto sigarette.

Sono stato all’incirca una settimana nella zona di tortura, dopo di ché ho girato altri 5 ‘punti di raccolta’ fino a perdere la piena coscienza dei vari spostamenti poiché le mie condizioni fisiche e psichiche peggioravano.

In tutto questo scempio posso comunque ritenermi un privilegiato ad aver preso parte alla prima ondata di sequestri , a mio modo di vedere, meno letale rispetto a quella che è venuta subito dopo. Da lì a qualche mese se entravi in un centro di detenzione le speranze di uscirne vivo erano tragicamente vicine allo zero.

Inoltre i processi non esistevano e, se non riuscivano a trovare nessuna informazione per incolparti dovevi comunque scontare almeno 24 mesi di reclusione per decreto militare.

 

Un punto di forza della giunta militare argentina è stato certamente la tattica della segretezza. Cosa veniva raccontato ai familiari riguardo ai sequestri e quali altri componenti della società collaboravano con la giunta militare?

La gente sapeva molto poco. Le famiglie erano terrorizzate poiché per timore nessuna si azzardava a parlare. Erano riusciti a creare un’atmosfera di omertà e terrore generalizzato. Credo che tutto ciò sia stato possibile grazie a una collaborazione voluta tra diversi organi. Nello specifico la polizia che dipendeva dall’esercito , ma addirittura sono convinto che parecchi settori della Chiesa erano coinvolti direttamente. A livello personale erano chiaramente al corrente di ciò che stava succedendo, soprattutto in certi distretti. Ricordo molto bene, ad esempio, nel distretto della Plata , Monsignore Aramburu sospettato di aver collaborato con la Giunta militare.

a5-VidelaVidela con Henry Kissinger, segretario di stato USA

Cosa si prova nell’essere scampato a una tragedia di questa portata e qual è il rapporto dell’Argentina con il suo passato?

Si prova una gioia immensa quando realizzi di esserti salvato, ma questo sollievo ha breve durata. Segue immediatamente un sentimento di sconforto totale nel pensare a tutti quelli che invece purtroppo non sono riusciti a uscire da quei luoghi maledetti.

Si prova impotenza davanti a situazioni che non ti permettono di arrivare fino in fondo alla giustizia.

L’Argentina è uno dei pochi paesi latinoamericani che è riuscita a processare alcuni di questi criminali. D’altro canto questi personaggi oramai sono in un’età avanzata e non pagheranno mai abbastanza per i delitti di cui si sono macchiati. Io stesso sono coinvolto in un processo tutt’ora , come testimone dei fatti.

 

Queste vicende le hanno fatto perdere la fiducia nei governanti e nel suo paese?

No. Sono convinto che il mio Paese non è fatto da queste persone. C’erano dietro meccanismi e sistemi molto più grandi come ad esempio il Plan Còndor. Non solo,paesi come gli Stati Uniti , ma anche gli stati europei erano pienamente al corrente dei fatti, nonostante questo non hanno mosso un dito per impedire che avvenisse questo genocidio; si, perché di questo stiamo parlando, un’intera generazione spazzata via.

L’ammiraglio Massera,capo della marina militare, faceva avanti e indietro dall’Italia e si incontrava spesso con i governanti italiani e lui era uno degli esponenti assoluti della dittatura militare.

 

Perché la scelta di vivere in un altro Paese?

Purtroppo delle volte non sono scelte a determinare i grossi cambiamenti delle nostre vite. Dopo il mio rilascio è subentrato fin da subito un timore,non tanto personale, ma soprattutto per l’ambito familiare. Non c’erano più le condizioni per affrontare una vita normale e dignitosa. Un esempio, tardare un quarto d’ora la sera era già motivo di panico per i miei genitori. Non si poteva continuare così. Riprendere l’Università in quel momento era impensabile. Semplicemente non c’era la tranquillità necessaria che mi permettesse di vivere serenamente nel mio Paese.

 

a cura di Matias Gadaleta

 

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nunca-mas

 

Il 18 Dicembre 1992 le Nazioni Unite riconoscono la “sparizione forzata” come crimine contro l’umanità. Il sequestro con occultamento , operato nella seconda metà del ‘900 dai regimi militari di molti Paesi dell’America Latina, ha portato alla scomparsa di decine di migliaia di cittadini, i cosiddetti desaparecidos.

Matias Gadaleta, giovane universitario bergamasco, di origine argentina, ripercorre in questo articolo una delle vicende più tragiche del grande Paese sudamericano, tanto straordinario e genuino quanto confuso.

 

Il rapporto “Nunca más” (Mai più), voluto dal presidente argentino Raùl Alfonsìn e pubblicato in seguito alla caduta dei regimi militari sudamericani, denunciò il fenomeno che prevedeva il sequestro, l’arresto, i processi sommari, le torture, i campi di concentramento, gli assassini e l’occultamento dei corpi di coloro che venivano identificati come subversivos, ossia oppositori politici dei regimi militari. Tale fenomeno è universalmente riconosciuto come crimine contro l’umanità dall’articolo 7 dello Statuto di Roma del 17 luglio 1988 e dalla risoluzione delle Nazioni Unite n. 47/133 del 18 dicembre 1992.

Gennaio 1976: nell’Italia degli anni di Piombo debutta in edicola il quotidiano la Repubblica, solo pochi mesi dopo negli Usa due ragazzi californiani, Jobs e Wozniak, danno inizio a un’avventura imprenditoriale senza precedenti, che in breve tempo metterà in discussione il primato di grandi multinazionali dell’elettronica: ecco la nascita della Apple.
Negli stessi anni dall’altra parte dell’America, l’Argentina vive la pagina più nera della sua storia.
L’Argentina è un paese immenso e meraviglioso; patria del Tango, dei Gauchos delle Pampas e del Mate, una terra sconfinata, grande nove volte l’Italia e ricca di materie prime, con angoli di paradiso come la Patagonia, la terra dei ghiacciai o delle maestose cascate dell’ Iguazù, dove si ammira tutta la potenza della natura prorompente.
Vivere la mia infanzia in questo paese mi ha fatto scoprire le grandi contraddizioni della sua storia: una cultura incredibilmente genuina e profonda in contrasto con una terribile confusione politica e sociale.
Il 24 marzo del 1976 è una data indelebile nella memoria degli argentini: coincide infatti con il golpe della giunta militare.
I miei genitori, entrambi nati e cresciuti a Buenos Aires, mi descrivono spesso questi anni come un periodo di totale instabilità. Disordini causati dalle azioni di guerriglia dell‘ERP (esercito rivoluzionario del popolo) contro le forze armate e la polizia federale dell’esercito; ma anche dai cosiddetti Montoneros, il braccio clandestino armato della sinistra peronista, che fece scalpore per omicidi a danni di esponenti del governo federale.

In molti avevano il sentore che qualcosa di violento e drastico stava per imporsi a “mettere ordine” nella politica argentina.

A seguito della morte, avvenuta il 1º luglio 1974, di Juan Domingo Perón la presidenza del paese fu assunta dalla sua seconda moglie Isabel Martínez de Perón; il suo governo è stato caratterizzato da una fragilità e da un controllo dei poteri tutt’altro che efficace. Fu il pretesto perfetto per il piano progettato dalle forze militari che già dagli anni cinquanta avevano provato più volte a prendere le redini del paese, senza però riuscirci stabilmente.

ll colpo di Stato delle forze armate non incontrò, infatti, alcuna opposizione.
Venne diramato un comunicato in cui una giunta militare (Junta de comandantes) formata dai tre capi di stato maggiore, generale Jorge Rafael Videla, per l’esercito, ammiraglio Emilio Eduardo Massera per la marina, e Orlando Ramón Agosti per la forza aerea, dichiarava di aver assunto il potere.

VIDELA MASSERA AGOSTI Emilio Eduardo Massera, Jorge Rafael Videla e Orlando Ramòn Agosti

Immediatamente dopo la presa del potere della Giunta furono sospese le libertà civili e sindacali e la repressione fu assoluta nei confronti della sinistra, principalmente verso i militanti del movimento montonero e verso i radicali, ma lo stesso rigore fu attuato verso gli appartenenti all’ERP e verso i peronisti .
Tutto ciò può sembrare già spaventoso di per sé, ma questa era soltanto la facciata esteriore – e “pulita” – della famigerata guerra sucia (sporca), o come preferivano definirla Videla e compagni ‘Processo di Riorganizzazione dello stato’.

«Tutti erano terrorizzati da quella maledetta Ford Falcon verde senza targa» mi racconta spesso mio padre; era sempre presagio di qualcosa di orribile.
A bordo di quest’auto si presentavano squadre non ufficiali di militari, piombavano nelle case in piena notte e sequestravano persone anche solo per il minimo sospetto.
La grande forza del progetto militare argentino, rispetto per esempio a quello cileno di Pinochet, fu la tattica della segretezza con cui vennero compiuti i sequestri: le autorità non fornivano ai familiari notizie sugli avvenuti arresti e i capi d’imputazione erano solitamente molto vaghi. Tutto questo mistero fece sì che le stesse famiglie tacessero per paura. Il risultato fu che per anni in Argentina questo fenomeno venne occultato, per non parlare dei paesi europei che non avevano la minima idea degli orrori che si stavano consumando oltreoceano.
Una volta arrestate, le vittime erano rinchiuse in centri segreti di detenzione, senza alcun processo, quasi sempre torturate con scariche elettriche ad alto voltaggio con lo scopo di estorcere informazioni su altre persone o gruppi indagati per attività anti-governative.
Alcuni centri di detenzione divennero tragicamente celebri: l’ESMA, la scuola per la formazione degli ufficiali della marina argentina di Buenos Aires, divenne uno dei simboli delle brutalità disumane compiute dalla giunta tra il 1976 e il 1983. Di qui sono passati 5000 detenuti, pochissimi i sopravissuti, più del 90 % gli scomparsi, i desaparecidos.
Nel lungo processo di ricerca su questo tema, tutt’ora cosparso da molte ombre, mi sono imbattuto in parecchie testimonianze di ciò che sono realmente stati questi anni sotto la dittatura: “Garage Olimpo”, film di Marco Bechis, aiuta a comprendere il degrado e la violenza spietata che regnava all’interno dell’omonimo centro di detenzione clandestino. Il regista stesso, all’epoca ventenne, fu arrestato, torturato e, grazie al passaporto italiano, espulso dall’Argentina.

Ad un certo punto probabilmente le alte sfere delle forze armate si sono trovate di fronte a un problema: come liberarsi di una quantità così cospicua di corpi di persone assassinate?

Horacio Verbitsky, giornalista argentino e tenace oppositore del regime, fa luce su questo punto dando la conferma definitiva di quello che tutti in realtà già sospettavano.
Nel 1996 scrive Il volo – le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei Desaparecidos. Resoconto agghiacciante dei crimini della dittatura argentina nella confessione di Adolfo Scilingo, capitano di vascello della Marina militare. Un atto d’accusa senza appello.
Leggendo il libro si percepisce l’angoscia insostenibile di questo militare, che dopo vent’anni di silenzio, sopraffatto dal rimorso, si decide a raccontare come iniziò il terrificante genocidio. Per due anni, ogni mercoledì, dalla base militare della Scuola di meccanica della Marina aerei carichi di oppositori del regime si levavano in volo diretti verso il Rio della Plata o all’Oceano Atlantico; migliaia di persone, prima torturate e poi narcotizzate,venivano lanciate in mare ancora vive: i cosiddetti vuelos de la muerte (voli della morte).

Il 29 marzo 1981 viene deposto Videla da un colpo di stato da parte del Generale Eduardo Viola.
Dopo solo nove mesi di guida dell’Argentina, Viola viene deposto dal generale Leopoldo Galtieri. Cambiano i protagonisti al comando, ma di certo non muta la strategia basata sul terrore.
Capitolo finale ed ultima pazzia che decretò definitivamente il tramonto della dittatura fu la guerra delle Falkland (guerra de las Malvinas), territorio da anni proprietà del Regno Unito.
Alla vigilia della guerra, il Paese si trovava nel pieno di una devastante crisi economica e di una contestazione civile su larga scala contro la Giunta militare. Il governo, nell’intento di risollevare il consenso, decise di giocare la carta del sentimento nazionalistico, lanciando quella che considerava una guerra facile e veloce per reclamare le isole. La sconfitta patita dall’Argentina fu fulminea (2 aprile-14 giugno 1982) e comportò la perdita di 632 uomini.
Questa incredibile disfatta convinse Galtieri a presentare il 18 giugno le proprie dimissioni.

Falklands-War--008soldati britannici diretti alle Falklands su una portaerei

La Dittatura militare argentina durò circa 7 anni.
Scomparirono fino a 30.000 dissidenti o sospettati tali su 40.000 vittime totali.
L’esercito ha torturato, drogato e assassinato migliaia di propri concittadini.

Coraggiose azioni come le Madri di Plaza de Mayo, mamme dei giovani desaparecidos che dal ’77 scesero in piazza per chiedere la verità e la restituzione “in vita” dei loro figli , come altri esempi di sfida al regime, non vanno assolutamente dimenticate.
Uniti nell’intento che tragedie di questa portata non si ripetano NUNCA MÀS.

madres

a cura di Matias Gadaleta

 

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SOCRATE contro quelli che sanno un paio di cose. E sanno di saperle. E sono sicuri. E pericolosi

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La selezione dei personaggi è basata sulle idee e le azioni degli stessi, il criterio di elencazione è quello dell’analogia.
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Non lo Sapiens, l’amore interspecie 30mila anni fa

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nean

Da pochi anni una parte della storia dell’uomo è stata riscritta. Di certo, per qualche tipo di razzismo contro l’uomo preistorico la notizia non è stata particolarmente diffusa. Voglio parlarvi dei nostri antenati, coloro grazie ai quali ora esistiamo e di come si siano innamorati di qualcuno di eccezionale.

È ormai risaputo che l’uomo in quanto tale, ovvero TU STESSO, sia nato in Africa 200mila anni fa e si sia gradualmente spostato in tutto il globo, arrivando a occupare terre apparentemente lontane come le Americhe tramite lo stretto di Bering. Quest’uomo, che spesso viene deriso come inferiore dalla cultura corrente, era pressoché identico a noi a livello cognitivo e fisico. Le sue usanze erano ben diverse, viveva praticando per lo più nomadismo, ma non era quell’essere stolto e sconnesso che cercano di dipingere nei libri di scuola. Per qualche ragione l’educazione tende a sminuire i nostri antenati, a deriderli e non è raro sentire proferire “Sei un primitivo!” come se fosse un insulto, come se bisognasse vergognarsi di avere come riferimento degli esseri umani liberi nella natura.
Ma volevamo parlare di amore.
I nostri antenati, circa 40mila anni fa, passarono nella penisola iberica e lì incontrarono per la prima volta l’uomo di Neanderthal. Per qualche ragione, il razzismo preistorico ha colpito anche questa specie di uomo e ce lo hanno sempre disegnato come uno scimmione peloso, gobbo e stupido. Nella realtà dei fatti quest’uomo era glabro, possedeva con alte probabilità il linguaggio e tecniche raffinate di caccia, le sue ossa erano più grosse, l’arcata sopraccigliare più accentuata ma tutto sommato un essere non meno attraente di noi, per noi. Sì, era affascinante e trombabilissimo.

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Fu così che l’homo sapiens e i Neanderthal iniziarono a figliare e a generare figli che a loro volta figliarono e si intrecciarono fino ad arrivare a noi, che continuiamo a invadere il mondo di umani. Sui Monti Lessini, nell’attuale Veneto, è stato ritrovato uno dei primi ibridi Homo Sapiens/Neanderthal risalente a 30/40mila anni fa, ovvero uno dei primi esseri umani ad avere come genitori un Neanderthal e un Sapiens, un uomo nato da due specie distinte. Cosa è rimasto di questo amore primitivo nato per la prima volta a Gibilterra? Dall’1% al 4% del nostro DNA e qualche cambiamento, come una maggiore resistenza al freddo ma anche una maggiore predisposizione al diabete. Lo sappiamo da pochi anni, circa 6, grazie al Neanderthal genome project, uno studio approfondito del DNA dei Neanderthal.

Molte delle caratteristiche che ci hanno passato i Neanderthal ci sono tuttavia ignote e verranno svelate man mano che il DNA stesso diverrà più leggibile, sperando che ciò non porti a nessun tipo di nuovo razzismo, problema dal quale, apparentemente, erano avulsi i nostri antenati primitivi. Il DNA Neanderthal è presente solo negli uomini che si spostarono dall’Africa perché circa 41mila/39mila anni fa questi nostri amanti si estinsero, forse per un abbassamento delle temperature, forse perché noi stessi ci siamo fusi così intensamente con i nostri amanti da farli diventare noi, per sempre.

l’approfondimento: anarco-primitivismo
la domanda: Siamo noi gli ultimi Neanderthal?

 

a cura di Adele Pappalardo

 

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